Economia

Il complotto JP Morgan-Montepaschi-Poteri Forti è finito come doveva finire

poteri forti matteo renzi

Dovreste ricordarlo come se fosse ieri: una banca di squali si stava per prendere la luce dei nostri occhi – il Monte dei Paschi di Siena – perché Renzi aveva venduto l’Italia alla JP Morgan anzi no gli aveva venduto proprio la banca ed è una vergogna, signora mia. Oppure, come diceva qualcuno nei commenti qui su neXt, «si dimentica di citare chi mette i soldi e finanzia l’operazione di salvataggio MPS: Jp Morgan» (sì, c’era davvero qualcuno convinto che JP Morgan mettesse i soldi in MPS e non che li prendesse…). Incurante della fantasia al potere, però, la realtà si è presa ieri la sua grossa rivincita sul complottismo degli opposti scemismi.

Il complotto JP Morgan-Montepaschi-Poteri Forti è finito come doveva finire

Il Financial Times ieri in un ampio pezzo raccontava «Come il piano di Dimon per salvare Montepaschi è andato in pezzi» mentre la verità veniva a galla: le banche d’affari coinvolte a vario titolo nel consorzio di collocamento dell’aumento di capitale di Mps e nell’operazione di cartolarizzazione, “comprese Jp Morgan e Mediobanca, non riceveranno alcuna commissione”, ha spiegato ieri il Monte dei Paschi di Siena dopo il consiglio d’amministrazione. E in effetti è andata proprio così: Jamie Dimon ha fallito, i Poteri Forti™ hanno fallito e 1,7 miliardi che dovevano finire nelle tasche della banca (stima un pochino azzardata, c’è da dirlo) si sono ufficialmente volatilizzati.
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Questo perché l’operazione Paschi era molto più complicata di quello che pensavano Matteo Renzi e Jamie Dimon all’inizio di luglio quando il dominus di JP rassicurava che a risolvere il problema della banca ci avrebbero pensato loro, gli espertoni americani. Lui, racconta la Stampa oggi, è tornato in America:

Con il cerino in mano è rimasto Guido Nola, capo delle attività in Italia della banca, l’uomo che più di tutti è stato in primissima fila in questi ultimi sei tormentati mesi della vita della banca. Da lì è successo di tutto. Il primo passo falso è stato proprio il primo passo: «Diciamo che sono entrati in banca senza bussare», racconta un testimone. Gli uomini di Jp Morgan hanno la loro ricetta, l’appoggio del governo e le idee chiare. Aumento di capitale sul mercato da 5 miliardi, pulizia completa delle sofferenze e un prestito ponte di cinque o sei miliardi fornito dalla stessa Jp Morgan in attesa della garanzia pubblica sulle sofferenze. Qualcuno a Roma ha capito male: «Abbiamo dovuto spiegare a Palazzo Chigi che “bridge loan” è un prestito da restituire, debito e non capitale», racconta lo stesso protagonista.
La svizzera Ubs, da tempo consulente di Siena, dice che non si può fare: cinque miliardi sono troppi. Presenta un piano alternativo al quale si associa Corrado Passera, ma non c’è nulla da fare. Si deve andare avanti con Jp Morgan. Ubs sbatte la porta e a fine luglio l’allora ad Fabrizio Viola presenta il piano targato Jp Morgan. Passa qualche settimana e inizia a circolare l’indiscrezioni che sì, in effetti si potrebbe fare anche la conversione di bond. E che forse 5 miliardi sono troppi. Jp Morgan chiede la testa di Viola – al quale era stata appena confermata la fiducia – che in un paio di giorni perde il posto. Arriva Marco Morelli, ex Mps ed ex Jp Morgan. Presenta un nuovo piano con la conversione dei bond e il ruolo forte di un «anchor investor», forse il fondo sovrano del Qatar, che avrebbe dovuto prendere il 20%. Poi ci sono i tempi stretti, il referendum, la vittoria del No, l’uscita di Renzi dal governo e la Bce che insiste per chiudere tutto entro la fine dell’anno. Il Qatar non si vede. Il complicato piano di Jp Morgan, nato in un caldo luglio romano, è morto ieri sera.

E così la fine della vicenda diventa una débâcle per tutti.

I Poteri Forti™ rimangono senza un euro

Alla fine i Poteri Forti™ rimangono senza un euro. E la sostituzione dell’amministratore delegato Fabrizio Viola con Marco Morelli, suggerita – diciamo – da JP Morgan al ministero del Tesoro (ovvero a Pier Carlo Padoan) e alla presidenza del Consiglio (ovvero a Matteo Renzi) anche se negata da quest’ultimo con argomenti curiosi a Politics risulta alla fine inutile per tutti tranne che per Viola, nel frattempo nominato amministratore delegato di Banca Popolare di Vicenza in quello che potrebbe persino sembrare, a noi che pensiamo sempre male, un risarcimento.
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Così, la situazione lasciata incancrenire sull’altare del referendum poi perso e causata da quindici anni di gestione dissennata effettuata da amministratori nominati dalla politica si conclude nella maniera più probabile: con un salvataggio di Stato. D’altro canto erano Poteri Forti, mica Fessi.