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Come si è arrivati alla liberazione di Patrick Zaki

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patrick zaki

Il pressing italiano, la cooperazione internazionale, la minaccia statunitense di congelare 200 milioni di dollari destinati all’Egitto. Una vera e propria macchina politica quella che si è mobilitata e coordinata per arrivare alla scarcerazione di Patrick Zaki, avvenuta finalmente ieri dopo 22 mesi di prigionia in attesa del processo che si terrà il prossimo febbraio.

L’asse Italia-Usa dietro la scarcerazione di Patrick Zaki

Nell’aula di tribunale in cui si discuteva il caso dello studente egiziano dell’Università di Bologna, oltre ai diplomatici italiani, europei e canadesi – riporta un retroscena di Repubblicaper la prima volta c’era un inviato americano. La sua presenza lì era giustificata dalla linea di Joe Biden, che fin dal suo insediamento aveva sollevato il tema dei diritti umani in egitto. La Casa Bianca aveva deciso, su pressioni del Congresso, di congelare una tranche di 200 milioni di dollari di aiuti militari, e  parallelamente aveva presentato al presidente Al Sisi una lista di 16 casi di dissidenti imprigionati di cui si chiedeva la liberazione. L’ex ambasciatore italiano al Cairo, Giampaolo Cantini era riuscito a far inserire nella lista anche il nome di Zaki, facendo leva anche sul rapporto di collaborazione che Di Maio nei mesi ha creato con il segretario di Stato Blinken.

L’impegno di Draghi e Di Maio

Oltre a questo, c’è stato l’impegno in prima persona del presidente del Consiglio Mario Draghi, che secondo quanto riportato dal Corriere della Sera avrebbe avuto contatti diretti con Al Sisi, diversi dei quali avvenuti in segreto. Lo stesso Di Maio avrebbe parlato col suo omologo egiziano in almeno tre occasioni negli ultimi mesi: prima a New York nel corso dell’Assemblea delle Nazioni Unite, poi a Parigi a margine della conferenza internazionale sulla Libia, quindi a Barcellona in occasione del vertice dei Paesi del Mediterraneo. Nonostante la soddisfazione espressa dalla politica italiana, la questione non può però considerarsi chiusa, visto che l’1 febbraio Zaki dovrà tornare in aula per la sentenza. Se i giudici di Mansoura non gli imporranno l’obbligo di firma, il governo italiano vorrebbe che nel frattempo lo studente egiziano torni a studiare in Italia. La linea del nostro Paese sul processo invece girerebbe intorno alla richiesta che in caso di condanna, la pena sia pari a quanto Zaki ha già scontato in carcere. E in caso di pena superiore la possibilità che il giovane possa scontarla in Italia.