Economia

Come cambia la pensione nel 2016

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Nel 2016 sulle pensioni scatterà sia il gradino previsto dalla legge Fornero per la pensione di vecchiaia delle donne, sia l’aumento di 4 mesi per tutti legato alla speranza di vita, sia la revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo. Risultato: per le donne dipendenti del settore privato l’età di uscita per vecchiaia passerà dai 63 anni e 9 mesi del 2015 a 65 anni e 7 mesi, mentre le autonome potranno prendere l’assegno solo dopo aver compito 66 anni e un mese. Per le donne nate nel 1952 è prevista un’eccezione che consente a fronte di 20 anni di contributi l’uscita a 64 anni più l’aspettativa di vita. Dal 2016 gli uomini andranno in pensione di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi, mentre per la pensione anticipata saranno necessari 42 anni e 10 mesi di contributi. Per le donne sarà possibile andare in pensione prima dell’età di vecchiaia solo in presenza di 41 anni e 10 mesi di contributi. Nel 2016 scatteranno i nuovi coefficienti di trasformazione, più bassi. La sola quota contributiva della pensione sarà quindi, a parità di età di uscita, leggermente inferiore.

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Pensione, l’età del ritiro tra 2016 e 2018 (La Stampa, 29 dicembre 2015)

Come cambia la pensione nel 2016

Si tratta di 22 mesi di lavoro in più per le donne impiegate nel settore privato per arrivare alla pensione di vecchiaia. Quattro mesi in più per tutti, come adeguamento alla speranza di vita: si vive più a lungo e allora bisogna anche lavorare più a lungo. E poi, arriva la revisione dei coefficienti necessari per determinare la quota contributiva della pensione: quello che si apre fra pochi giorni è un anno di novità non esattamente piacevoli per quanto riguarda il ritiro dal lavoro. Spiega Francesca Schianci per la Stampa:

Per tradurre in esempi la fredda contabilità delle leggi, lo scalino in più che, in base alla legge Fornero, scatterà dal 2016 per le donne lavoratrici del privato, fa sì che potranno lasciare il lavoro per vecchiaia a 65 anni e sette mesi (63 anni e nove mesi sono stati sufficienti nel 2015); per le autonome non prima di 66 anni e un mese, mentre sono già equiparate agli uomini le dipendenti pubbliche. Cioè all’età di 66 anni e sette mesi: gli uomini potranno altrimenti andare in pensione anticipata se hanno versato 42 anni e dieci mesi di contributi; 41 anni e dieci mesi le donne.
Chi sarà particolarmente penalizzato dal meccanismo messo in piedi dalla legge sono le signore nate nel 1953: nel 2018, quando avranno raggiunto il traguardo dei 65 anni e sette mesi, sarà scattato un nuovo scaglione per spostare in avanti l’età pensionabile (salvo revisioni della legge) e nel 2019 l’asticella dell’età sarà spostata ancora più in alto da un nuovo adeguamento alle aspettative di vita. Morale, queste lavoratrici rischiano di potersi mettere a riposo solo nel 2020

E non è tutto: nel 2016 scattano i nuovi coefficienti di trasformazione per i contributi versati in assegno: tra 2009 e 2016 l’importo calcolato col contributivo, prendendo a riferimento come età di uscita i 65 anni, è diminuito del 13 per cento. E nel 2016, secondo i calcoli di Antonietta Mundo, già coordinatore generale statistico attuariale dell’Inps, riportati dall’Ansa e dalla Stampa, gli uomini perderanno sulla quota contributiva circa l’1 per cento.

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Come cambiano i requisiti di accesso alle pensioni nel 2016

Il part time agevolato per gli over 60

Sempre sulla Stampa c’è anche un’intervista al ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che parla del part time agevolato per gli over 60:

«Non ho fatto una previsione: per adesso ci abbiamo messo risorse limitate, ma se servirà le rafforzeremo. Sappiamo che l’Italia ha e avrà un tema di invecchiamento attivo. Per fortuna l’aspettativa di vita delle persone si alza, e conseguentemente si lavorerà più a lungo. Ma possiamo pensare che una persona possa fare lo stesso lavoro nelle stesse modalità a trenta come a sessant’anni? Io credo di no. E non possiamo pensare neanche che si lavori intensamente fino all’ultimo giorno, e il giorno successivo uno si trovi ad andare al parco. Dobbiamo trovare soluzioni perché nella parte finale della vita lavorativa una persona possa lavorare in modo diverso e di meno. Magari solo la mattina, e andare a prendere la nipotina a scuola alle quattro di pomeriggio. E anche l’azienda ha interesse che i lavoratori più anziani possano gradualmente essere sostituiti».
Si possono mettere d’accordo le esigenze del lavoratore e dell’azienda?
«La norma riguarda i lavoratori del settore privato cui mancano tre anni al pensionamento di vecchiaia. All’azienda e al lavoratore è offerta un’opportunità: una riduzione del 50% del tempo di lavoro, che si può definire liberamente. Solo la mattina, solo due giorni alla settimana… Il lavoratore avrà un orario dimezzato, un salario pari al 65% di quello precedente, e dopo tre anni una pensione pari al 100% di quella che avrebbe avuto. Lo Stato garantisce i contributi figurativi, e l’azienda versa in busta paga la sua quota di contributi. Con soddisfazione reciproca».
Si dice che le aziende lo considerino troppo costoso.
«Un’azienda deve paragonare il costo di un lavoratore alla fine della propria carriera, e quello del suo sostituto, giovane, senza i costi dell’anzianità e con competenze più aggiornate. È una proposta interessante».