Politica

Casson, Mineo, Ricchiuti: il processo ai tre dissidenti PD

A chiederne la cacciata (o meglio, come si fa in politica: la presa di coscienza, la presa d’atto eccetera) è il solitamente moderato Roberto Giachetti: «Chi è rimasto fuori dell’aula poteva far cadere il governo, andando contro una linea votata dalla direzione e dal gruppo parlamentare. In una comunità il rispetto delle regole è un discrimine: se le violi ti metti fuori, automaticamente. Serve una decisione formale che ne prenda atto», dice al Fatto Quotidiano l’onorevole che faceva lo sciopero della fame per la legge elettorale. E aggiunge: «Ma io non gli voglio mica vietare di restare in Senato, liberissimi di mantenere la propria carica. Semplicemente, a mio parere, non ci sono più le condizioni perché questi colleghi rimangano nel Pd. E poi ogni gruppo ha le sue regole su chi vota in dissenso». Ma quella di Giachetti contro Felice Casson, Corradino Mineo e Lucrezia Ricchiuti, i tre “dissidenti” che sono usciti dall’aula mentre si votava la delega al governo su Jobs Act e Articolo 18 non è l’unica requisitoria. Perché poi ci si è messo anche Matteo Renzi.

dissidenti pd
La Repubblica, pag. 2, 10 ottobre 2014

CASSON, MINEO, RICCHIUTI: I TRE DISSIDENTI PD
Il premier, spiega Goffredo De Marchis su Repubblica, vuole processare i tre dissidenti, affinché il messaggio arrivi a tutti i 400 parlamentari democratici. Ovvero, c’è spazio per il dissenso ma non per l’anarchia che frena l’azione dell’esecutivo:

Ma non si limita all’annuncio. Come un vero pm, esamina le fattispecie del dissenso a Palazzo Madama. Assolvendo alcuni e puntando il dito contro altri. L’impressione è che in qualche modo il Partito democratico stia indicando la porta agli oppositori, almeno a quelli che arrivano a mettere in pericolo la vita dell’esecutivo guidato dal premier-segretario. Nel Pd si allarga dunque un fronte che chiede sanzioni esemplari contro i dissidenti.Non è detto che si arrivi fino al limite massimo, alla pena dell’espulsione,ma sicuramente in queste ore si prepara il terreno per affrontare il problema. Affrontarlo di petto. Contro i dissidenti dell’altro ieri e quelli potenziali di domani.

La minaccia non sembra per ora toccare la corrente civatiana, indicata come quella da punire da parte dei renziani forse perché meno numerosa e potente dei bersaniani.

Pippo Civati, capofila della corrente cui appartengono i tre senatori,non arretra: «Alla Camera potremmo votare contro la fiducia sia io sia Cuperlo. Cioè i due avversari di Renzi alle primarie. E ci cacciano dal Pd? Sarebbe incredibile. Non siamo provocatori. Io per esempio ho sempre votato la fiducia a Renzi. Dico che il livello della discussione si sta facendo pericoloso.E i provocatori sono i renziani»

tre dissidenti pd mineo casson ricchiuti
L’infografica di Repubblica sui tre dissidenti PD

LE ACCUSE DEL SEGRETARIO
Monica Guerzoni sul Corriere invece racconta la posizione del presidente del Consiglio, ovviamente più moderata rispetto a Giachetti come insegna l’abc della politica per il metodo del poliziotto buono e di quello cattivo: uno dei suoi chiede la decapitazione così il capocorrente può fare la figura del magnanimo nel pretendere soltanto una censura, e intanto per la prossima volta gli altri sono avvertiti.

In segreteria Renzi ha avuto parole molto aspre e rivelato il suo fastidio per il comportamento «inammissibile» di Civati e compagni. Il leader rispetta la battaglia alla luce del sole di Tocci e dei bersaniani ma trova inaccettabile le scelte di altri. Il vice Lorenzo Guerini demanda la decisione al gruppo presieduto da Luigi Zanda e poi alla direzione,come a dire che il premier cerca un chiarimento, più che un processo. «Noi non cacciamo nessuno» assicura Guerini, ma ribadisce come non votare la fiducia al proprio leader«mette in discussione i vincoli di relazione con il partito». Irenziani hanno voglia di resa deiconti. E che abbia vinto il leaderlo ammette persino Mineo:«Renzi ha costretto i suoi oppositoria capitolare».