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Ma davvero i parlamentari non vogliono votare perché c'è il vitalizio da maturare a settembre?

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Ma davvero i parlamentari non vogliono che si sciolgano le Camere perché così ottengono il vitalizio? C’è un esercito onorevole che frena il voto anticipato? Un partito trasversale e sotterraneo che si batte per restare in carica almeno 4 anni, 6 mesi e 1 giorno, la soglia fissata dal regolamento in vigore il primo gennaio del 2012? Andiamo con ordine.

Perché gli onorevoli si aspettano il vitalizio

Il vitalizio inteso come rendita parzialmente alimentata da un prelievo sull’indennità del periodo di esercizio della carica che veniva erogata sotto una certa soglia di età è stato abolito nella riforma del 2012, che ha introdotto il metodo di calcolo contributivo: oggi il diritto al trattamento pensionistico si matura al conseguimento di un duplice requisito, anagrafico e contributivo. Pertanto, il parlamentare ha diritto al vitalizio dopo avere svolto il mandato parlamentare per almeno 4 anni e mezzo e una volta compiuti 65 anni di età. Per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino al minimo di 60 anni. Spiegava ieri Elisa Calessi su Libero:

Si dà il caso, poi, che in questa legislatura i parlamentari in questa situazione siano di gran lunga la maggioranza. Sia alla Camera (438), sia al Senato (191). Se poi si guarda chi sono, si scopre un altro elemento interessante: in cima alla classifica ci sono proprio quelli che, politicamente, avrebbero più argomenti per staccare la spina: i parlamentari del M5S, per la prima volta nel Palazzo, subito seguiti dal Pd, che nel 2013 hanno rinnovato decisamente i gruppi parlamentari. Prendiamo la Camera: i deputati che il 15 settembre maturano il diritto alla pensione sono 209 del Pd, 91 grillini, 41 del Gruppo Misto, 31 di Sinistra e libertà Sinistra italiana, 15 Civici e Innovatori, 12 di Ap, 12 di Centro democratico,12 di Forza Italia, 7 di Scelta civica, 5 della Lega e 3 di Fratelli d’Italia. Per quanto riguarda il Senato, al primo posto c’è sempre il M5S, seguito dal Gruppo Misto, dal PD e dal gruppo Per l’Italia.

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Parlamentari e vitalizio (Libero, 7 dicembre 2016)

In teoria, quindi, il dilemma dei prigionieri del vitalizio è tutto qui: obbedire, nel caso, ai leader del proprio partito che spingono per le elezioni avendo così la possibilità di essere ricandidati o disobbedire per cercare di maturare la rendita? A rigor di logica, il secondo comportamento funzionerebbe soltanto se fosse una decisione collettiva di tutti i parlamentari (“I parlamentari per il vitalizio”, potremmo chiamarli aprendo una pagina facebook apposita) che quindi dovrebbero unirsi e formare un fronte unico. Le condizioni di partenza sono invece diverse rispetto a questa: ad oggi non c’è nessuna associazione sul tema e, insieme, la gran parte dei parlamentari non è sicura della ricandidatura e un comportamento non affine agli ordini di scuderia potrebbe portarli a non essere ricandidati. Il dilemma non si porrebbe.

Il dilemma dei prigionieri del vitalizio

Il Messaggero però racconta oggi che tra i parlamentari invece il dilemma si pone eccome. «Il problema è politico, non abbiamo nessuna paura di tornare a casa», giura Khalid Chaouki, 34 anni,deputato dem che vede la pensione molto lontana. Ma a quanto pare, racconta Claudio Marincola, il problema se lo pongono eccome:

Ma i primi a sollevare il problema sono stati a Montecitorio i deputati subentrati nel corso della legislatura. «È un vulnus che abbiamo posto più volte, spiega Marco Bergonzi, deputato pd, piacentino, subentrato nell’ottobre 2014 a Federic aMogherini, non vogliamo nessun privilegio però l’attuale meccanismo non ci consente, comunque vada, di maturare i requisiti necessari». Nella stessa condizione si trova Emiliano Minnucci, ex sindaco di Anguillara Sabazia, subentrato nel giugno del 2014 ad Enrico Gasbarra, eletto a Bruxelles, «e mi ritroverò con un buco contributivo». I versamenti dei parlamentari anche dei senatori, dunque – si configurano a tutti gli effetti come una gestione separata. Non si possono ricongiungere né riscattare. Se non si raggiunge il tetto dei 4 anni 6 mesi e 1 giorno i contributi confluiscono in un fondo.
A proporlo in contemporanea con l’età pensionabile per tutti gli italiani fu il governo Monti. «Facemmo un lavoro serio per correggere ingiustizie e privilegi ma non mi stupisco se ora qualcuno considera quel regolamento “punitivo”», spiega Maria Luisa Gnecchi, deputata pd alla seconda legislatura. Lo scrisse con l’economista Giuliano Cazzola, esperto di previdenza, nonché esponente del Ncd. «Il nostro obiettivo – continua la Gnecchi era rendere il trattamento dei parlamentari simile a quello degli altri cittadini. Anche all’Inps chi non raggiunge i vent’anni di servizio non ha diritto a nessun trattamento previdenziale». Il vulnus dei contributi silenti allungherà la vita ai governi e alle legislature? «Lo escludo – giura Tommaso Currò, ex dissidente approdato al Pd – non sarei sincero, però, se non ammettessi che tra noi parliamo anche di questo».

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Vitalizi: come funziona nel mondo (La Stampa, 18 aprile 2015)

Ecco quindi che possiamo affermare che è sostanzialmente vero che agli onorevoli e ai senatori di prima nomina converrebbe che le Camere restassero al lavoro fino al 15 settembre 2017 per maturare quel vitalizio di cui stiamo parlando e che anche dopo le varie riforme sembra un privilegio odioso. Così come è vero che il problema tra di loro si pone – «non sarei sincero, però, se non ammettessi che tra noi parliamo anche di questo» – e questo potrebbe condizionarne il comportamento. Ma rimane che non c’è – né potrebbe esserci, perché probabilmente finirebbe a piume e catrame fuori Montecitorio – un fronte politico che punta a far proseguire la legislatura per guadagnarci mentre chi tra i parlamentari sa già che questo è il suo ultimo giro potrebbe farci un pensierino. Ma vista l’aria che tira state pur sicuri che qualcuno, per ottenere quello che vuole, soffierà sul fuoco anche di questa storia. Magari per fare dei fantomatici “Parlamentari per il vitalizio” l’ennesimo capro espiatorio di una sconfitta politica.