Fact checking

Il Superstato Europeo che ghermirà i neonati nelle culle

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La faccenda dell’uscita del Regno Unito è un caso davvero particolare di decisione politica. Nella fattispecie prima si decide di uscire, sulla base di una pletora di informazioni false e confuse e poi si cerca di capire bene quali siano le ragioni per andarsene. Anche perché gli inglesi stanno scoprendo che non avranno soldi in più per il servizio sanitario nazionale, non ci saranno meno immigrati e soprattutto rischiano di diventare più poveri. Ma ci sarà almeno un buon motivo per uscire dall’Unione Europea, oppure no?
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L’inconsistente programma di unificazione politica del Continente

Secondo l’Express e il Daily Mail la soluzione è raccontare ai lettori inglesi che qualcosa di peggio della UE esiste, ed è in mezzo a noi. Si tratta dell’immaginifico Superstato Europeo: un’entità politica sovranazionale che dovrebbe prendere il posto dei singoli governi locali per rendere quella che fin’ora è un’unione economica e monetaria un’unione politica. L’idea di unire politicamente l’Europa non è certo una novità ed è stato il sogno di molti convinti europeisti. Sogno che si è scontrato non tanto contro l’opposizione degli anti-europeisti alla Farage o alla Le Pen ma soprattutto – e va ricordato – della maggioranza dei governanti degli Stati membri. Il progetto politico europeo esiste – in varie forme – da diversi anni ma la sua realizzazione è molto al di là da venire. Non è quindi credibile affermare che il voto sulla Brexit abbia salvato il Regno Unito dall’essere assorbito all’interno di questa immaginifica federazione di stati. In primo luogo perché ci vorranno anni anche solo per metterla in piedi, in secondo luogo perché i britannici erano già con un piede fuori dalla UE e avendo scelto di non adottare la moneta comune europea avevano già detto no a questa eventualità. Dalla loro posizione privilegiata i sudditi della Regina Elisabetta sarebbero stati quindi al riparo da un’eventualità del genere.

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Anche Rosario Marcianò la pensa come Sarah Palin

Senza dubbio in questi giorni per controbattere alle spinte centrifughe di politici come Marine Le Pen o Geert Wilders che spingono per far uscire i propri rispettivi paesi (Francia e Paesi Bassi) dall’Unione alcuni hanno accarezzato l’idea che il miglior antidoto ad una dissoluzione dell’Europa potesse essere immettere nel sistema politico maggiori dosi di Europa. Una teoria di questo genere però non tiene conto del fatto che, tra i capi di stato e di governo dell’Unione non ci sia nessuno attualmente disposto a cedere una quota parte della propria sovranità nazionale. Eppure un po’ ovunque sull’Internet si parla del grande e misterioso (non troppo per la verità) piano per la creazione di un grande stato totalitario europeo, un progetto “fortemente voluto” da Francia e Germania, ovviamente. E guarda caso è proprio con la Germania che molti paesi vorrebbero avere la possibilità di rivedere gli accordi commerciali, soprattutto gli inglesi, visto che la Gran Bretagna è il terzo paese (dopo USA e Francia) di destinazione delle esportazioni tedesche
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Che cosa rischiano gli inglesi con la Brexit

Difficile poi sostenere che gli inglesi abbiano deciso di abbandonare l’Unione Europea per paura di essere inglobati all’interno di qualcosa che non esiste. Molto più probabile che gli inglesi abbiano avuto paura di una sola cosa: l’immigrazione. È stato per fermare l’invasione di immigrati (comunitari e non) che la maggioranza dei britannici ha votato Leave. E se speravano che le cose sarebbero cambiate si sbagliano, perché per gli extracomunitari la Brexit non cambia nulla, e probabilmente nemmeno per i cittadini comunitari visto che il governo britannico dovrà cedere qualcosa in fase negoziale per garantire il futuro di quel milione e mezzo di pensionati inglesi che si godono la vita nell’Europa del Sud.
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Nessuno però aveva detto agli inglesi a quanto sarebbero ammontati i costi della Brexit. O meglio, era stato detto ma la rassicurante campagna pro-Leave ha fatto finta di niente. La Confindustria britannica invece ci va giù duro: 950 mila posti di lavoro a rischio e 100 miliardi di sterline di PIL volatilizzati da qui al 2020. A perderci maggiormente è la City, che rischia di perdere il suo status di cuore finanziario del Continente qualora le venisse revocato il passaporto finanziario europeo. Il che significa che i lavoratori del settore finanziario potrebbero trovarsi senza lavoro. E non c’è molto da gioire anche per quanto riguarda la produzione industriale. In molti hanno scommesso sulla Brexit pensato che avrebbe consentito di rilanciare l’industria britannica, dopo quasi vent’anni di oscuramento a favore del molto più lucroso settore della vendita dei servizi. La realtà è molto più amara perché anche senza essere nella UE qualora le ditte britanniche volessero vendere i loro prodotti in Europa dovrebbero uniformarli alle regole di conformità europee. E il Regno Unito non avrebbe alcun potere per modificarle per aiutare l’industria nazionale, perché sarebbe fuori dagli organismi decisionali comunitari. Senza contare il fatto che uscendo dall’area di libero scambio le merci britanniche dovranno anche subire l’imposizione di dazi doganali. Di fatto l’unica speranza per il Regno Unito di vincere qualcosa con la Brexit sarebbe quello di assistere ad una dissoluzione dell’Unione Europea ed un ritorno ad una situazione pre-EU. Il problema è che in questo caso si assisterebbe all’inizio di una lunga fase di recessione a livello continentale che sicuramente non creerebbe i presupposti ideali per la vendita dei beni prodotti in Gran Bretagna.