Economia

Brexit: cosa succede con la vittoria del Leave

Il Leave vince il referendum sulla Brexit. L’ufficialità dei risultati dice che c’è un milione di voti di differenza tra le due opzioni: un risultato netto. Per questo già da oggi la stampa inglese dice addio all’Europa. Sulle prime pagine aggiornate, nonostante la lunga notte di attesa per i risultati del referendum sulla Brexit, campeggia già la vittoria del Leave. “See Eu later“, titola The Sun, con un gioco di parole per dire “ci vediamo dopo” all’Unione europea, su una foto di militanti festanti. “We’re out“, “Siamo fuori”, titola più sobriamente il Daily Mirror sulla foto di un giovane viso dipinto con i colori dell’Union Jack. Alla vigilia del voto il filo-laburista Mirror si era apertamente schierato per il Remain. Stesso titolo ma con un ‘entusiasta’ punto esclamativo, “We’re out!” per il filo-conservatore Daily Mail che al contrario nei giorni scorsi aveva scelto la campagna per il Leave. In prima una foto di un esultante Nigel Farage. “Dopo 43 anni, il Regno Unito libero dalle catene dell’Ue“.

Brexit: cosa succede con la vittoria del Leave

E la reazione dei mercati – euforica dopo il primo opinion poll che aveva dato Remain al 52% – ne è una conferma: sterlina ai minimi storici sul dollaro dopo una discesa a precipizio peggiore di quella del Venerdì Nero del 1992, panico nelle borse di mezzo mondo, futures a -6% a Londra. Terremoti finanziari a parte, è la stessa Unione Europea a dover affrontare ora un contraccolpo pesantissimo, che le cancellerie occidentali – rimaste tutta la notte con il fiato sospeso – ancora ieri sera speravano di evitare. A Londra, poi, la crisi politica rischia di essere questione di ore. Skynews cita già fonti vicine a Downing Street che ipotizzano come imminenti le dimissioni di Cameron. Il primo ministro conservatore, sconfessato in primo luogo dall’elettorato del suo partito e sfidato in casa in particolare dal rampante ex sindaco di Londra Boris Johnson, capofila non ufficiale dello schieramento dei Leave, non sembra avere più vie d’uscita. Quel referendum che lui stesso aveva promesso e poi convocato credendo di poter dare un contentino sul fronte interno lo sta travolgendo. “Il genio dell’euroscetticismo è uscito dalla lampada”, ha tuonato il tribuno Farage. E forse non solo in Gran Bretagna. Cosa succede con la vittoria del Leave? Qualche tempo fa qualcuno aveva immaginato gli effetti politici di lungo raggio sulla vittoria del Leave:

L’IRLANDA del Nord indice un referendum per la secessione, lascia la Gran Bretagna e si ricongiunge alla repubblica irlandese. La Scozia organizza un secondo referendum per l’indipendenza, questa volta stravincono i sì e diventa una nazione sovrana. Il Regno Unito si rimpicciolisce in una Little England fatta soltanto di Inghilterra e Galles. Le grandi banche trasferiscono la sede da Londra a Francoforte e Ginevra, con un esodo che priva la City di migliaia di posti di lavoro. A causa delle tariffe doganali che è ora costretta a pagare sul 53 per cento delle sue esportazioni destinate al di là della Manica, l’economia britannica entra in recessione.
Per non pagare il dazio, investitori stranieri come Toyota e Nissan spostano le fabbriche sul continente. Due milioni di cittadini dell’Unione europea sono costretti a chiedere un visto e un permesso di residenza per continuar ea vivere e lavorare in Inghilterra, quelli che non l’ottengono vengono caricati su navi davanti alle bianche scogliere di Dover e rimpatriati forzatamente verso la nazione di provenienza. Due milioni di inglesi rischiano di perdere il diritto di vivere e lavorare in Europa. Privato del sostegno della sua tradizionale roccaforte scozzese, il partito laburista non vince più un’elezione ed è condannato all’opposizione perpetua. Intanto l’Ukip, il partito populista anti-europeo, sbaraglia i conservatori alle urne e il suo carismatico leader Nigel Farage entra a Downing Street come nuovo primo ministro.

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Le conseguenze della Brexit e il referendum (La Repubblica, 12 giugno 2016)

Il Sole 24 Ore invece ricordava qualche giorno fa le parole di Soros e di Goldman Sachs:

Il mercoledì nero del 1992 quando il pound (e la lira, ndr) uscì dal meccanismo di cambio europeo sotto la spinta della speculazione, Soros realizzò profitti per un miliardo di sterline. Nulla, sembra dire, rispetto a quanto potrebbe accadere dall’alba del 24 giugno in poi se le urne sanciranno il Brexit. «Il pound cadrà fortemente e velocemente ( in caso di divorzio euro-britannico, ndr) mi aspetto che la svalutazione sia più devastante del 15% registrato nel settembre 1992 quando fui fortunato abbastanza da realizzare profitti significativi a spese della Bank of England e del governo britannico…Il pound potrà perdere più del 15, forse il 20% passando da 1,46 a meno di 1,15 sul dollaro che significa una caduta di quasi il 30% dal valore precedente la campagna referendaria». Una dinamica che per il finanziere di origine ungherese porterebbe – ironia suprema – la sterlina alla parità con l’euro.
Le parole di George Soros non si discostano troppo dalla più recente analisi di Goldman Sachs che a metà giugno ipotizzava un indebolimento dell’11% della sterlina verso un basket di valute. Da allora ad oggi, inoltre, il pound sospinto da sondaggi favorevoli a Remain, ha riguadagnato terreno accrescendo ulteriormente la potenziale caduta sui mercati qualora uscisse un esito opposto alle più recenti attese. Scenari da crisi della sterlina in linea con corsi e ricorsi che indicano la violenta e persistente svalutazione della moneta britannica una volta in ogni decennio, o quasi?

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L’effetto Brexit sul Regno Unito (La Stampa, 22 maggio 2016)

Welcome to the Brexit / We’ve fun and games (cit.)

La vittoria del Leave nel referendum che certifica la volontà del popolo britannico di uscite dalla Ue aumenta l’avversione al rischio sul mercato dei cambi. Crolla la sterlina a 1,339 sul dollaro e immediato l’effetto sul cross euro/dollaro, con il biglietto verde che rimonta fino a 1,0959 sulla moneta unica. Uuriintuya Batsaikhan, ricercatrice del think tank Bruegel, ha spiegato ieri in una nota le conseguenze economiche della Brexit. La Brexit avrebbe ripercussioni sul bilancio dell’Ue, di cui il Regno Unito è il quarto contributore netto, anche se gode di una riduzione speciale, nota come rebate (sconto). La riduzione, applicata dal 1985, venne negoziata con successo da Margaret Thatcher nel Consiglio europeo di Fontainebleu (1984), poiché buona parte del bilancio della Cee finanziava la Pac, la politica agricola comune, e il Regno Unito, avendo un settore agricolo di dimensioni limitate, beneficiava delle politiche redistributive in misura minore rispetto ad altri Stati membri. Nel 2014 la Gran Bretagna ha contribuito con 13 mld di sterline a un bilancio Ue di 118,9 mld di pound, ricevendo in cambio 4 mld di sterline, per lo più sussidi destinati al settore agricolo. Pertanto, spiegava Batsaikhan, “se il Regno Unito lascerà l’Ue, ci saranno conseguenze per il bilancio Ue, sia in termini di dimensione che di distribuzione. Ma l’impatto complessivo dipenderebbe dagli accordi che verrebbero raggiunti tra l’Ue e il Regno Unito“.

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Brexit, il conto per la UE (IL Messaggero, 14 giugno 2016)

Per la Bce non ci sarebbero particolari problemi: mentre le banche centrali dei Paesi dell’Eurozona hanno contribuito al capitale dell’Eurotower per 7,6 mld di euro, quelle dei Paesi non-euro hanno versato 120 mln, dei quali 55 mln vengono dal Regno Unito. Le nove banche centrali non-euro non partecipano alla distribuzione degli utili, né sono chiamate a ripianare le eventuali perdite della Bce. Devono tuttavia contribuire ai costi operativi, pagando almeno il 3,75% del capitale sottoscritto. “Questo significa – spiegava la ricercatrice di Bruegel – che il contributo britannico alla Bce è ridotto e che un’eventuale separazione sarebbe facile”. Un punto importante sono le conseguenze per le leggi britanniche. La legislazione proveniente dall’Ue si è stratificata nel sistema d’Oltremanica nel corso del quarantennio di appartenenza del Regno all’Europa unita: secondo stime di Londra, circa il 50% della legislazione britannica con impatto economico significativo proviene da leggi Ue. Con il Leave il Regno Unito “potrebbe avere bisogno di riesaminare l’intero corpus delle leggi britanniche, solo per determinare che grado di influenza ha avuto la legislazione Ue sulle leggi britanniche. Ci sono 6.987 regolamenti europei direttamente applicabili, alcuni dei quali dovrebbero essere rimpiazzati da leggi britanniche equivalenti”, ricorda Batsaikhan. Per quanto riguarda i rapporti commerciali, con l’uscita la Gran Bretagna “avrà bisogno di rinegoziare con l’Ue e con 124 altri Paesi per ridefinire il proprio status commerciale”. In media gli accordi commerciali a livello regionale richiedono 28 mesi di negoziazioni (media del periodo 1988-2009). “L’esperienza dell’Ue è piuttosto varia. L’Unione è attualmente nel pieno di importanti negoziati commerciali con gli Usa, iniziati nel 2013. Ha iniziato negoziati con il Canada nel 2009, con il Giappone nel 2012 e con l’India nel 2007, che non sono stati ancora conclusi. Chiudere un negoziato commerciale richiede tempo”, nota. Per i migranti, 5,2 mln di persone nate nel Regno Unito vivono all’estero (la Gran Bretagna ha 64 mln di abitanti), dei quali 1,3 mln in altri Paesi Ue. D’altro canto, 8,3 mln di persone nate all’estero vivono nel Regno Unito, delle quali 3 mln provengono da altri Stati Ue. Alla fine del 2015, l’immigrazione dagli altri Paesi Ue verso la Gran Bretagna ha raggiunto lo stesso livello dell’immigrazione dal resto del mondo. Trecentomila cittadini britannici vivono in Spagna, 250mila in Irlanda e 180mila in Francia. I cittadini britannici perderanno lo status di cittadini Ue, garantito dai trattati. “Tuttavia – spiega – a differenza dello status, i diritti derivanti dalla cittadinanza Ue sono più difficili da determinare, come per esempio il diritto di residenza e le condizioni di accesso ai servizi pubblici nel Paese di residenza. I diritti che i migranti Ue hanno nel Regno Unito e, parimenti, i diritti dei migranti britannici che vivono nell’Ue dipenderanno dalla natura dei negoziati per la separazione e dell’accordo finale”. Infine, per quanto riguarda l’attivazione della procedura prevista dall’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea, che regola le modalità di separazione, “il governo britannico dovrà proporre l’attivazione dell’articolo e tenere un voto in Parlamento. Una volta approvata l’attivazione, allora il Regno Unito potrà formalmente notificare all’Ue la propria intenzione di ritirarsi”, concludeva Batsaikhan.

Le sette conseguenze della Brexit

L’agenzia di stampa AGI elenca sette conseguenze della Brexit.
VISTI – L’effetto più immediato e percepibile della Brexit dovrebbe farsi sentire sulla libertà di spostamento dei cittadini britannici in seno agli altri Paesi dell’Unione Europea. Se un semplice documento di identità bastava finora per muoversi all’interno dello spazio Schengen, malgrado il Regno Unito non ne fosse membro, l’uscita del Paese dal blocco dei Ventotto dovrà d’ora in poi essere accompagnata dalla necessità per i cittadini britannici di chiedere un visto in caso di viaggio nell’Europa continentale. Allo stato attuale, solo 44 Paesi su 219 chiedono visti in anticipo ai cittadini britannici.
VIAGGI – Le famiglie britanniche dovranno inoltre prepararsi a pagare più di prima per trascorrere le loro vacanze nel Vecchio Continente. Non solo perchè la svalutazione della sterlina sull’euro ridurrà inevitabilmente il loro potere d’acquisto, ma anche in virtù degli accordi comunitari che permettono a ogni compagnia europea di operare senza limiti di frequenza, capacità o prezzo nello spazio aereo europeo. “Il mercato unico ha permesso a Ryanair di promuovere la rivoluzione dei viaggi a basso costo in Europa”, ricordava a metà maggio Michael O’Leary, numero uno della compagnia aerea irlandese a basso costo. Senza parlare delle tariffe dei telefoni cellulari, che sono state ‘armonizzate’ su scala europea, o le norme europee che consentono di ottenere un risarcimento finanziario in caso di ritardo o annullamento di un volo.
LAVORO – I sostenitori della Brexit hanno fatto dell’occupazione uno dei cavalli di battaglia della loro campagna; tuttavia e’ probabile che l’uscita del Regno Unito dall’Ue sia accompagnata da delocalizzazione di numerosi posti di lavoro. Per esempio, le grandi banche: Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha avvertito all’inizio di giugno che la banca americana, che impiega oltre 16mila persone nel Regno Unito, in sei posti diversi, potrebbe rimuovere tra le 1000 e le 4000 persone, in particolare nelle funzioni di back-office. Morgan Stanley prevede di trasferire 1.000 persone delle 6.000 che ha nel Regno Unito verso l’Ue mentre Goldman Sachs dovrebbe trasferirne almeno 1.600. La Brexit darà numerosi grattacapi anche all’1,3 milioni di espatriati britannici che vivono in altri Paesi europei, per esempio in Spagna ((319.000), Irlanda (249.000), Francia (171.000) o Germania (100.000).
PENSIONI– I pensionati dovrebbero vedere disciolte come neve al sole le loro pensioni, a causa del forte deprezzamento della sterlina, che potrebbe notevolmente compromettere anche i loro investimenti immobiliari nel loro Paese di adozione.
COPERTURA SANITARIA– Un altro problema riguarderà la loro copertura sanitaria: in molti Paesi europei, ricevono assistenza dal sistema sanitario nazionale, i cui costi vengono poi pagati dalla sanita’ pubblica britannica nell’ambito di accordi bilaterali. A rischio anche il destino professionale delle migliaia di funzionari britannici che lavorano per le istituzioni europee, in particolare a Bruxelles.
VERSO NUOVE FRONTIERE? – La Brexit potrebbe avere conseguenze inaspettate anche sulla geografia. La Spagna potrebbe essere tentata di chiudere il confine con Gibilterra, uno sperone di 6 chilometri quadrati dove vivono 33mila britannici. Più a nord, la Brexit potrebbe anche creare un confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, rallentando il flusso di migliaia di persone ogni giorno.
EUROCRATI – Il destino professionale di migliaia di funzionari britannici che lavorano per le istituzioni europee, in particolare a Bruxelles, sembra inoltre più incerto che mai. Alcuni di loro hanno già iniziato a muoversi per ottenere una seconda nazionalità europea, in particolare belga.