Economia

Braccia tornate all'agricoltura

«Braccia rubate all’agricoltura», si diceva una volta. Eppure nel 2015 il settore ha registrato quasi 20 mila nuovi occupati sotto i 40 anni. Colti e specializzati, non lo fanno per ripiego, ma perché recuperano quei valori dimenticati nell’epoca della corsa al posto in città. E il 72% dei neolaureati in Agraria trova impiego dopo 12 mesi. Il Corriere della Sera celebra oggi il ritorno dell’occupazione nell’agricoltura, favorito dalla crisi e dalla progressiva deindustrializzazione del paese. Secondo un’indagine Coldiretti/ Ixè la metà ha una laurea, il 57% ha fatto innovazione, il 74% è orgoglioso della propria scelta, il 78% è più contento di prima.

I giovani dunque come attori principali di questa mutazione. «Quello agroalimentare è un settore che dà risposte incredibili. È in corso non solo un’innovazione tecnologica ma anche sociale, l’agricoltore svolge un ruolo strategico per la sua capacità di creare nuove relazioni all’interno della comunità» sottolinea Maria Letizia Gardoni, presidente dei giovani di Coldiretti ma anche imprenditrice che ha giocato la sua scommessa quando aveva 19 anni. La sua azienda produce ortofrutta macrobiotica nelle campagne marchigiane. «Fornisco direttamente le cucine dei ristoranti, per garantire qualità del cibo e chilometro zero». In più fa sperimentazione delle erbe in campo, in collaborazione con l’Università delle Marche, e ha in cantiere un progetto sociale di ippoterapia e l’acquisto di un drone, «per capire meglio la salute dei miei campi». «Sono un agricoltore di prima generazione. Si può e si deve provare, a volte non servono grandi investimenti».
Ma non è sempre agevole. In Italia l’accesso alla terra resta un nodo ancora da sciogliere. «La conformazione del territorio unita alla cementificazione selvaggia — aggiunge Gardoni — determina una disponibilità ridotta, e quel poco che rimane ha prezzi elevatissimi, a volte irraggiungibili per un giovane». Aggiunge l’urbanista Magnaghi: «Le politiche istituzionali pensano più alle città metropolitane che al ripopolamento delle campagne. Un agricoltore che produce servizi ecosistemici e migliora la qualità dell’ambiente e delle città, dovrebbe essere remunerato dal pubblico oltre che dal mercato, come prevedono le norme Ue che in Italia sono poco applicate. E ancora, i costi eccessivi e i passaggi burocratici, per esempio sulle certificazioni biologiche, che spingono molti ragazzi a rinunciarvi e a scegliere un mercato locale basato sulla fiducia».

giovani nei campi
L’identikit delle aziende agricole (Corriere della Sera, 30 agosto 2016)