Opinioni

Blue Whale siamo noi

Blue Whale è un “fenomeno” di gigantesca portata che esprime in modo terrificante la condizione della non-Società contemporanea.
Dal teadium vitae leopardiano, da I Dolori del giovane Werther [Goethe], dallo Spleen dei giovani poeti decadentisti, dalla rivolta della beat-generation (Ginsberg, Kerouac, generazione abbattuta…e non allegra nel ballare il rock), la gioventù è sempre stata la prima categoria umana ad accusare più violentemente la crisi del suo tempo, che come vittima e precursore ha ovviamente cercato metodi e mezzi per rifuggirla o ri-comunicarla al mondo degli adulti e del Potere. Questa Blue Whale, anche analizzando il suo funzionamento, palesa delle peculiarità (le solite) utili al giovane individuo per sentirsi “vivo”, “parte di qualcosa”, che non sia l’iper-complessità caotica e basata sull’indifferenziazione generale e sull’illusione frustrante delle infinite possibilità.
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Come nel 2012 Christoph Türcke ammoniva: “Ciò che è in atto presuppone una potenza in essere; è un esserci fragile e illusorio, che pone definitivamente il soggetto in funzione del grado di emettere […] Se la tecnica penetra così a fondo negli individui che chiunque deve trasformarsi in emittente di se stesso, il fenomeno dell’esserci è sopraffatto dal proprio irradiamento […]”, è vero che oggi viviamo nell’epoca in cui si esiste nella misura in cui ci si proietta nel sovra-mondo della rete, quindi possiamo capire come il gesto estremo e finale richiesto dalla “balena blu” debba infatti essere “doverosamente” ripreso per essere ri-diffuso, così da mitizzare e rendere “immortale” il giovane protagonista.
Le forme di disagio e devianza e autodistruzione si sono evolute assieme allo “sviluppo” della società moderna (ora non-Società), la diffusione ultra popolare delle multi-differenti sostanze stupefacenti (psicofarmaci inclusi) e dell’alcool è cresciuta al pari dello sviluppo della società dei consumi e dell’opulenza. Oggi nel post-benessere e nella post-Società Blue Whale è un apice del degrado troppo invisibile e incomprensibile alle istituzioni ignoranti e complici del mondo, ciò mentre i cosiddetti addetti ai lavori da anni tentano di spiegarci diverse dinamiche. Ad esempio lo psicanalista Gustavo Pietropolli Charmet, nel suo La paura di essere brutti [2013], rileva come nelle giovani generazioni esista un accanimento verso se stessi, che si origina nel narcisismo diffuso e dunque della propria immagine edonistica che soffre di un’immotivata vergogna originata da una presunta bruttezza in relazione alla bellezza dei modelli proposti dai media. Sempre Charmet, nelle forme autodistruttive è implicita una richiesta di vita; un grido che dovrebbe “Far capire alla gerontocrazia al potere che non è vero che la giovinezza coincide con la bellezza, il successo e la felicità sessuale”.
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Sul simulacro del suicidio, poi, esistono diverse espressioni ancora moderne:
Nietzsche, a proposito asseriva: “[…] il suicidio è un affermazione di vita; essere disgustato della vita significa comunque aver fede nella vita, ritenerla una festa unica, alla quale non si è stati invitati, un tavola splendidamente apparecchiata dalla quale si è stati scacciati avendo fame. E’ per questo che il suicidio non è mai così frequente come nelle epoche in cui si crede nella felicità. Raro durante l’oscuro Medio Evo, raro pure nelle campagne, dove l’esistenza è così dura, il suicidio, si è sviluppato soprattutto a partire dal XVIII secolo; tanto che fu tale secolo a coniare il vocabolo poi accolto nel 1779 dal dizionario dell’Académie.”
Jacques Vaché (uno dei primi Dadaisti) asseriva: “E se ci si uccidesse prima di andarsene? […] L’oppio è una rivoltella silenziosa, […] si può assaporare a lungo questa morte che non cessiamo di darci sotto forme attenuate: l’ubriachezza, il sonno stesso […].  La disperazione moderna fugge il vago; […] è divenuta aridità di cuore, schizofrenia, introversione […] che fa di tutti […] dei candidati al suicidio.”
Jules Pascin (pittore, detto Il Principe di Montparnasse) nel 1930, lasciò scritto, su una parete, con il proprio sangue: “Voglio una morte divertente”.
Ancora, Drieu la Rochelle, nel romanzo Fuoco Fatuo [1931], sembra cogliere la situazione esistenziale delle gioventù contemporanee: “Alain non si rifugiava nella meditazione, e neppure sognava. Agiva, si bucava, si uccideva. La distruzione è l’altra faccia della fede nella vita; se un uomo che abbia superato i diciott’anni arriva ad uccidersi, significa che è dotato di un certo senso dell’azione. Il suicidio è la risorsa degli uomini la cui capacità di reagire è stata corrosa dalla ruggine della quotidianità. Sono nati per l’azione, ma hanno ritardato l’azione, allora, l’azione si ritorce contro di loro come un boomerang. Il suicidio è un’atto di fede. Fede nel prossimo, nell’esistenza del prossimo, nella realtà dei rapporti tra il proprio io e quello degli altri. Io mi uccido perché voi non mi avete amato, perché io non vi ho amato. Mi uccido perché  i rapporti tra noi erano allentati, per rinsaldarli. Lascerò su di voi una macchia indelebile. Voi non pensate a me, ebbene, non potrete dimenticarmi mai più! Ci si uccide per non morire.”

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La testimonianza del compagno di classe di un ragazzo suicidatosi a Livorno (Le Iene)

Quest’ultime “Voglio una morte divertente”  e “Voi non pensate a me, ebbene, non potrete dimenticarmi mai più! Ci si uccide per non morire.” colgono in pieno l’essenza dell’apparentemente incomprensibile Blue Whale. Ciò che ci è terrificante, che ci sconvolge, è il fatto di poterlo noi  “vedere” da altrettanti schermi persuasivi, ciò che fa apparire “pazzesco” l’agire di queste vittime è la spinta esterna e lo schema predeterminato che esso presenta, ma tale dinamica è solo un codice, un percorso rigido che agisce su un istinto già presente e attivo in altre forme più sottili, ma che così soddisfa anche la necessità di un paradigma e di regole che proprio le gioventù necessitano per dare un senso, per trovare un “via” nel caos…in questo caso una -via d’uscita- dal caos.
Blue Whale: non una nuova Balena che sostituisce quella del giovane Pinocchio quando esce dalle regole educative, questa moderna uccide nello stesso modo della non-Società attuale, è il padre che divora il figlio, senza possibilità di redenzione, prostrandosi alla spettacolarità che tutto gestisce, in disumano modo. Un ultimo aggiornato grido d’aiuto che le gioventù indirizzano al mondo, un grido telematico, elettrificato, diretto a un mondo che rende invisibili e inesistenti fino a quando si diviene “notizia”, fino al gesto mitico immortalato e riproponibile infinite volte, che in qualche modo dimostra l’essere esistiti.
Blue Whale siamo Noi.

Giuseppe Giusva Ricci è sociologo, ricercatore indipendente e saggista.
L’esordio del 2003 con “La Teledittatura: Il Berlusconismo. Neocivilizzazione sociale e consenso politico” [Kaos Edizioni] attira l’attenzione di vari giornalisti tra i quali C.Augias e G.Valentini, e diventa un testo pluricitato dai tanti sociologi, politologi, giornalisti e ricercatori universitari che in Italia come all’estero [Stati Uniti e Francia], da allora provano a spiegare quel che succede nel nostro paese.
Segnalato al 106th Annual Meeting of the American Political Science Association Conference Group [Washington Dc], dopo una lunga incursione nel romanzo di denuncia con Amarkord (2005), Caos amore caos (2007) e Sbranando Dio (2014), oggi torna con il saggio “Nemici Politici_Pubblici Nemici”.