La macchina del funky

«Mettiamo in comune il debito pubblico»

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Benoit Hamon ha vinto la corsa della gauche francese stracciando Manuel Valls; ha detto di voler incarnare “una sinistra appetibile” e che si opponga alla “destra totale” di François Fillon, il candidato conservatore, e al progetto “xenofobo e nazionalista” della destra estrema di Marine Le Pen, e ha proposto una nuova “concezione della società”, incarnata dal suo reddito universale: se diventasse presidente, lo concederebbe a termine a tutti, dal più povero al più ricco, finanziato da un aggravio fiscale sui ceti più abbienti. Fino a un certo momento indicava anche una cifra (750 euro mensili). In un’intervista rilasciata a Stefano Montefiori del Corriere della Sera oggi dice di più sulla sua concezione dell’Europa e su un fronte progressista europeo che vada da Varoufakis a Schultz. La prima domanda a cui risponde è sullo scontro tra l’Italia e il commissario Moscovici sui conti del terremoto; poi propone che l’Europa metta in comune il suo debito pubblico:

«Sono totalmente solidale con l’Italia. La Commissione, e commissari europei che pure hanno avuto responsabilità politiche, sembrano ossessionati dall’applicazione di criteri contabili peraltro perfettamente arbitrari. Bruxelles, che in passato è stata di manica più larga con la Francia, applica le regole con una severità assurda, quando bisognerebbe ricorrere al deficit per fare fronte a catastrofi impreviste, o per finanziare la transizione ecologica ed energetica, o per operazioni militari come quella francese in Mali».
Se lei arrivasse all’Eliseo, che cosa farebbe per rilanciare l’Unione?
«La Francia deve prendersi le sue responsabilità europee e anche mediterranee. I temi che ci riguardano tutti nell’Europa del Sud sono l’indebolimento dello Stato sociale a causa delle politiche di austerità e della crisi del 2008, la questione dell’immigrazione, le conseguenze del riscaldamento climatico. Partirei dalla proposta di Jacques Delors di un trattato dell’Energia come quello sul Carbone e l’Acciaio, e la costruzione di una Difesa europea. E ovviamente bisogna finirla con l’applicazione cieca del 3% e del rigore budgetario, e pensare semmai alla messa in comune del debito».

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La sua vittoria contro Valls, che mesi fa era parte di un trio riformista europeo con Renzi in Italia e Sanchez in Spagna, comporta una nuova difficoltà della sinistra a cooperare in Europa?
«Ma il trio Valls-Renzi-Sanchez, quali progressi ha portato all’Europa? Qualcuno ha aiutato Renzi quando si è trovato isolato di fronte a Bruxelles? La mancanza di cooperazione tra i dirigenti della sinistra europea salta agli occhi. Quando si dice che entro il 2050 ci potrebbero essere un miliardo di rifugiati a causa del cambiamento climatico, che cosa ha da dire la sinistra? Dobbiamo ripartire da queste questioni di fondo».
Quali sono i suoi interlocutori?
«I partiti socialdemocratici conoscono sconfitte ovunque. Questo non vuol dire che la socialdemocrazia sia morta, ma la sua missione storica — offrire progresso sociale e conquiste democratiche — non è più percorribile se non coinvolge anche il resto della sinistra. Sui problemi ecologici e sociali va ricostruita un’alleanza da Varoufakis in Grecia a Pablo Iglesias in Spagna a dirigenti della socialdemocrazia classica come Martin Schulz in Germania»

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