Fact checking

La vera storia di Beatrice Di Maio e del complotto di Twitter contro il povero Luca Lotti

«C’è una centrale che gestisce materialmente questi account? La Procura si trova ora a indagare anche su questo», scriveva ieri Jacopo Iacoboni nell’articolo sulla Stampa che descriveva un immaginifico complotto degli account su Twitter dei grillini che attaccano il governo. Ma a quanto pare la procura non indaga su nessuna centrale, e per un motivo molto semplice: la denuncia, che individua il reato di diffamazione, parla soltanto della presunta offesa nei confronti di Luca Lotti, che l’ha presentata.

La vera storia di Beatrice Di Maio

Oggi infatti Davide Vecchi sul Fatto Quotidiano racconta la vera storia di “Palazzo Chigi” che “denuncia l’account della propaganda M5S” e in primo luogo certifica quello che ieri si era già capito. Non è stato “Palazzo Chigi” a denunciare Beatrice Di Maio, nome dell’account twitter che secondo l’Ispettore Iacoboni alimenta un flusso di «Tweet e post di account analoghi che diventano virali in Facebook attraverso un sistema di connessioni, nel caso di Beatrice dall’andamento artificiale dentro cui è inserita, alimentando un florido business pubblicitario, legato al flusso di traffico». È stato invece Luca Lotti  attraverso il suo avvocato, Alberto Bianchi, tesoriere della fondazione Open – che fa riferimento al premier – e nominato dal governo nel cda dell’Enel. Presentata martedì in tarda mattinata, e quindi nemmeno arrivata sul tavolo del procuratore della Repubblica di Firenze.

Una denuncia nella quale il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio lamenta di essere stato diffamato non da una rete di persone tra loro collegate ma solamente da una: Beatrice Di Maio. Denuncia presentata martedì a fine mattina ai Carabinieri e ieri non ancora trasmessa al procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo. Lo stesso avvocato Bianchi, contattato dal Fatto, ha confermato che nella denuncia “si rileva che l’account twitter autoattribuito a Beatrice di Maio ha detto che Lotti è mafioso. Lotti non è mafioso. Ergo, Lotti ha denunciato-querelato, chiedendo che si punisca chi sta dietro a quell’account e ogni altro soggetto che sarà ritenuto responsabile”. Bianchi ha aggiunto che la querela è rivolta esclusivamente a Di Maio,non è ipotizzato alcun collegamento con altri soggetti né che siano appositamente finanziati da qualcuno, e che si riferisce a quanto pubblicato su twitter da Di Maio il 7 aprile

Beatrice di maio twitter m5s
Il tweet di Beatrice Di Maio per cui Luca Lotti ha proposto denuncia per diffamazione

Ecco quindi che è evidentemente dimostrato che la procura NON «si trova ora a indagare anche su questo», come si affermava nell’articolo di Iacoboni, e che stiamo parlando di una semplice denuncia per diffamazione sulla quale deciderà, come è normale che sia, un giudice. C’è di più: visto che il tweet è del 7 aprile 2016 e sono ampiamente scaduti i termini per la presentazione della querela Lotti dovrà dimostrare di esserne venuto a conoscenza soltanto di recente affinché la denuncia abbia un seguito.

Il complotto degli account twitter contro il povero Luca Lotti

Noi qui ribadiamo quanto scritto ieri, con una postilla. Nell’articolo Iacoboni fa continuamente riferimento all’«analisi matematica sui dati della parte pubblica di twitter»: essendo i dati del social network pubblici ci sono molti strumenti che effettuano questo tipo di analisi, alcuni gratuiti ed altri a pagamento. Suggerisce l’esistenza di reti e sostiene che Beatrice si muova «dentro quella che è configurata come una struttura: a un’analisi matematica si presenta disegnata a tavolino secondo la teoria della reti, distribuita innanzitutto su Facebook (dove gravitano 22 milioni dei 29 milioni di italiani sui social), e – per le élite – su Twitter». Uno degli strumenti che effettuano questo tipo di misurazioni è MentionMapp: con un account free che si apre in cinque minuti è possibile ottenere grafici come questi, che segnalano quante volte l’account in arancione (quello della Di Maio) viene menzionato da altri account; si possono utilizzare altri parametri per avere risultati differenti.
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Purtroppo Iacoboni non fornisce alcun appiglio che permetta di verificare quali tipi di strumenti vengano utilizzati e la loro attendibilità; non spiega in alcun modo la presunta Rete del Male si sia formata (a proposito, perché nell’articolo si fa soltanto riferimento al mese di luglio?). Ma il punto più importante non è questo: è una semplice constatazione di senso comune. Ovvero che le reti sociali si possono formare sia spontaneamente, in base a interessi comuni, ideali simili e identiche visioni del mondo. L’esistenza di una rete di contatti tra loro collegati di per sé non dimostra che questa rete sia stata eterodiretta o sia artefatta: può formarsi invece spontaneamente in base alla comunanza di interessi. Ed è certo vero che l’insieme dei simpatizzanti e degli attivisti grillini tendono a formare un mondo chiuso con riferimenti sempre simili e stesse fonti utilizzate per informarsi. Di più: questa è una caratteristica di più o meno tutte le comunità politiche che abbiano un minimo di coesione interna. Di fronte a una denuncia per diffamazione, chi ha aggiunto tutte le storie sulle centrali, i ghost, la rava e la fava sui quali doveva “indagare la procura” anche se nella denuncia non c’era niente di tutto ciò? Se per caso tutto non parte da La Stampa ma è farina del sacco di Lotti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio farebbe bene a evitare di mettere in difficoltà il premer uscendosene con ipotesi di complotto degne delle scie chimiche. In primo luogo perché, appunto, sono fregnacce. Ma questo è il minimo. In secondo è più importante luogo perché questo tipo di “notizie” non fa che rendere più coesa una comunità, quella degli anti renziani, in vista di un appuntamento elettorale decisivo per Renzi. E quindi il suo sottosegretario così non fa altro che metterlo in difficoltà.

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