Economia

ATAC, ecco la restaurazione di Virginia Raggi

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La scorsa estate ATAC era funestata dai guasti: da metà giugno le segnalazioni di vetture difettose, che facevano automaticamente saltare le corse, erano aumentate del 60%. Una situazione che aveva generato un sospetto: ovvero che i problemi dei mezzi dell’ATAC fossero dovuto a un boicottaggio dei sindacati. Causato, si diceva allora, dalla  trasformazione dell’azienda operata da Marco Rettighieri, che aveva dato un taglio ai distacchi concessi ai sindacalisti e revocato le licenze agli attivisti, tagliando anche 10mila ore di permessi e chiedendo alle sigle di risarcire l’azienda per le assenze ingiustificate: un assegno da 400mila euro che i sindacati hanno dovuto staccare, 200mila soltanto da Cgil e Cisl. L’UGL non aveva trovato un accordo per il risarcimento e il suo segretario generale, Fabio Milloch, era stato licenziato. Poi c’è la storia dell’appalto per le mense aziendali:

Sempre Rettighieri, insieme all’amministratore unico di Atac, Armando Brandolese, a fine maggio ha consegnato in Procura un altro dossier. Stavolta nel mirino è finito il Dopolavoro, una società partecipata al 100% da Cgil, Cisl e Uil e che per 40 anni ha gestito le mense aziendali più una serie di strutture ricreative. Una commessa da oltre 4 milioni di euro l’anno, pagati a piè di lista da Atac. Particolare: non c’è mai stato un contratto. Tutto risale a un vecchio accordo sindacale del 1974. Mai una gara,mai un controllo sul numero effettivo di pasti erogati ai dipendenti (i quali, peraltro, dovevano pagare una quota aggiuntiva ogni volta che si mettevano a tavola). Morale della favola: l’affidamento è stato sospeso ed è stata indetta una procedura aperta per mettere il servizio sul mercato. Al miglior offerente. Subito dopo averlo saputo, i sindacati hanno spedito una lettera al diggì per sospendere «tutte le relazioni industriali».

ATAC, così le mense tornano ai sindacati

Ma sulle mense aziendali “il vento sta cambiando“. Erika Dallapasqua sul Corriere della Sera ci racconta che con la disdetta degli accordi sindacali – «solo» accordi sindacali, non veri e propri contratti nonostante le cifre in ballo – erano infatti sfumati, di colpo, i contributi aziendali (circa 4,2 milioni all’anno) e anche la quota-pasto (2,10 euro) versata da ogni lavoratore.

Contributi che Cotral, l’azienda di trasporto regionale che per prima ha acceso i riflettori sulle stranezze del Dopolavoro, aveva già prudentemente sospeso nell’attesa che si facesse chiarezza. Insomma su questo filone delle mense, assieme agli altri due sulla fornitura delle gomme che sarebbero state pagate il doppio e ai distacchi sindacali, sta indagando la Procura: potrebbero emergere responsabilità e per questo si era deciso di congelare tutto. Intanto buoni pasto e poi, appena possibile, una gara europea. Lo stesso lunedì 14 novembre, invece, ecco il colpo di scena. I lavoratori-soci ricevono un secondo «comunicato urgente»: «Visti gli impegni presi da Atac per la risoluzione dei problemi relativi al ristoro dei dipendenti il consiglio d’amministrazione del Dopolavoro, responsabilmente, al fine di garantire la continuità del servizio, ritiene opportuno mantenere aperte le mense in Atac stante i limiti delle risorse disponibili».

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I numeri di ATAC (Il Messaggero, 8 novembre 2016)

Ebbene, quindi, con Fantasia al Potere (cit.) le mense sono tornate ai sindacati. Nonostante l’indagine e i sospetti aziendali di agosto.

ATAC e i legami con la politica del disastro

E la notizia arriva proprio quando oggi il Fatto Quotidiano pubblica un contributo del professore di economia dei trasporti al Politecnico di Milano Marco Ponti. Pochi sanno che Ponti è uno dei tanti nomi sondati da Virginia Raggi all’epoca del primo casting per la sua giunta, ma alla fine tra i due non sbocciò l’intesa visti anche le intenzioni radicalmente opposte sul cosa fare con i tanti dossier della mobilità della Capitale. Uno di questi è proprio ATAC, che «dalle casse pubbliche riceve i tre quarti dei soldi che gli servono per funzionare (circa mezzo miliardo di euro all’anno, che fanno più di un milione di euro al giorno), ma ciononostante riesce a perdere altri 100 milioni e passa all’anno, e ha accumulato debiti per quasi un altro mezzo miliardo. Ha circa 11.500 addetti, di cui 6.500 alla guida dei mezzi, e 1.500 negli uffici (che siano tutti necessari è lecito dubitarne). Il costo medio del lavoro è assai maggiore di quello medio nell’industria, e probabilmente basato sull’a nzianità (cioè è massimo per chi sta in ufficio)». Ponti parla anche della famosa, o famigerata, ipotesi di passare il controllo di ATAC alle Ferrovie dello Stato:

Tuttavia il male peggiore è probabilmente quello che gli economisti chiamano residual claimant: la certezza di non poter fallire, tanto qualcuno pagherà. E togliere tale certezza, si badi, non comporta affatto la necessità di penalizzare, in caso di fallimento, né utenti né lavoratori (se non dove esistano privilegi indifendibili). Basta organizzare bene e in anticipo i meccanismi di subentro. MA LA STRADA da percorrere sembra ancora lunga: la neo sindaca di Roma Virginia Raggi (M5S) ha appena dichiarato che “cedere Atac alle Ferrovie dello Stato sarebbe stata l’anticamera della privatizzazione ”, soluzione che lei sembra aborrire. Ma è esattamente il contrario: Fsi è al cento per cento pubblica e se prende in carico Atac rende ancora più remota, data la sua forza contrattuale, ogni ipotesi di una futura gara vera o di privatizzazione.
Sorgono qui dei dubbi: che la sindaca ignori che Fsi sia pubblica e ipersussidiata (molti politici pensano davvero che faccia profitti, e alcuni persino che Spa significhi “privato”…), e che al momento in cui scatterà l’obbligo di fare davvero gare, nel 2019, il bando sia destinato a essere truccato per impedire l’accesso di privati più efficienti di Atac. Sarebbe uno scenario già troppo visto… L’altra ipotesi, sollevata recentemente a livello di governo, non è meno inquietante: commissariare Atac e darla in gestione al ministero dei Trasporti. Due scenari entrambicontro lanormativa esistente, italiana ed europea, ma soprattutto contro il taglio dei legami impropri tra la gestione dell’azienda e la politica, che è l’unica strategia di risanamento percorribile.

EDIT ore 17,40: Atac annuncia querela nei confronti del Corriere della Sera:
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“In merito a notizie circolate a mezzo stampa, dove ci si riferisce al servizio mensa titolando su una ‘restaurazione’ e un ‘ricco accordo’ tra azienda e sindacati, Atac precisa che tali affermazioni, surrettiziamente formulate, sono diffamatorie e destituite da ogni fondamento. Nel precisare che il vertice aziendale sta imprimendo un forte impulso su tutte le necessarie azioni di risanamento, sempre con spirito di massima collaborazione e rispetto nei confronti degli organi inquirenti, si informa che l’azienda adira’ ogni sede a tutela del proprio operato e della propria immagine”.

Leggi sull’argomento: La guerra di ATAC