Opinioni

Astensionismo e potere

Dall’ultimo giro elettorale un elemento che spicca è l’ulteriore ascesa, (dai 5 ai 10 punti percentuali) degli astenuti dalla scelta. Sarebbe interessante che il sistema elettorale prevedesse la rappresentanza percentuale degli astenuti con delegati inesistenti…ma così non è! Se il nostro è un paese in coma lo si deve certamente alle classi dirigenti che hanno indotto a tale condizione mantenendola malevolmente, e ciò proprio per gestire al meglio e senza disturbo il proprio potere. Con l’incuranza nei confronti del più grave fenomeno che sottende la resa popolare innanzi l’interesse per il bene comune, per il collettivo e per la cosa pubblica, il Potere avalla suo vantaggio e reinventa la legittimità della non partecipazione. Esasperazione e rassegnazione (sentimenti purtroppo legittimi) agiscono sulla sensibilità del cittadino che addirittura si sente “alternativo e superiore” nel deresponsabilizzarsi e nel “fregarsene”, ma spesso è proprio chi avrebbe più necessità di rappresentanza a perdersi in questa deriva.
Con il “menefreghismo” si potrebbe pensare addirittura a una mutazione genetica del mammifero umano, infatti come spiega Patricia Churchland [Neurobiologia della morale, 2011]: “[…]connaturata nei meccanismi neurali che sono alla base del comportamento cooperativo […] degli insetti e dei mammiferi […] meccanismi che producono il comportamento che consiste nell’aver cura degli altri […] la socialità e l’associazione volontaria tra individui, nonché lo stile di cooperazione e di cura dell’altro, sono dovuti a trasformazioni evolutive del cervello dei mammiferi. […] All’interno delle 5700 specie di mammiferi conosciute, tutte sono almeno minimamente sociali […]. Evidenze sperimentali provenienti dalla neuroendocrinologia, suggeriscono che nei mammiferi l’organizzazione neurale attraverso la quale gli individui guardano al proprio benessere fu modificata per stimolare nuovi valori – il benessere degli altri. […] La cura per l’altro nel comportamento soggettivo denota l’emergere di una forma di vita sociale che una specie assumerà e dalla quale dipenderà per condurre la propria vita”.
Con la gestita mancanza di conflitto delle diverse ideologie, volutamente rappresentate come antistoriche e obsolete, il Potere ha congelato il progresso storico e politico della Società, e, conseguenza ancor più grave, ha sottratto alle masse economicamente sfavorite la consapevolezza di classe che era l’energia fondamentale perché potessero reagire alla cognizione del loro status. Con la mala-gestione dello Stato e le oscene controversie tutte interne agli apparati e al sistema dei partiti è stata mortificata la fiducia pubblica nella missione politica generale, a questa si è sostituita l’esasperazione popolare, spesso veicolata da semplicistiche forme di reazione individuale fondate su rivendicazioni sostanzialmente -private- e dettate da un disincanto-di-comodo.
astensionismo
L’astensionismo è dunque una triste resa e valvola di sfogo, è problema politico, è dramma socioculturale, del tutto favorevole ai Poteri già saldi nella stagnante stabilità di non progresso civico, insomma: quieta non movere et mota quietare. (Non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato).
Ma perché l’astensionismo è la vittoria delle aristocrazie e del Potere, oggi sempre più rintracciabili nelle élite privilegiate (finanza) e dirigente?
Perché la partecipazione alla cura dello Stato, inteso come organizzazione utile alla gestione degli equilibri sociali, è nemica di quelle minoranze e gruppi sociali che dominano le cosiddette masse popolari con uno stato di diritto favorevole ai poteri già solidi.
L’astensione (insieme a altre dinamiche) dimostra quanto le coscienze siano state annebbiate, quanto le consapevolezze dei cittadini siano state sottratte: così il Potere non ha più contrasto, e meglio non poteva fare. Come Vilfredo Pareto [Trattato di economia politica, 1906] sosteneva che “la storia delle società umane è in gran parte la storia del succedersi delle aristocrazie”, Walter Benjamin [L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1955]: scriveva che la coscienza, per gli -ultimi-, è l’ultima arma e istanza morale da salvaguardare, proprio per difendersi dai -primi-.
Ancora, storicamente, come spiega Percy Allum [Democrazia Reale, 1991]: “Tocqueville [1840] e J.S.Mill [1861] e tanti altri liberali temevano l’estensione generalizzata del suffragio (fino a includere i nullatenenti), perché la tirannia della maggioranza avrebbe comportato il dispotismo politico e la soppressione della proprietà […]”. Ora (anche senza essere affini alle dottrine socialiste o non liberali) perché sarebbe utile partecipare? Certamente non perché si anelano diritti narcisisti! Perché anche in condizione di quella parità partecipativa (suffragio universale) concessa ai ceti subalterni, questi non sono affatto in condizione di parità con il Potere e dei gruppi sociali maggiormente integrati, perché i primi si trovano ad agire al processo politico in condizioni già strutturate a loro sfavore con la carenza di tempo, denaro, energie psico-fisiche da dedicare alla conoscenza e all’organizzazione. Perché in fondo, adottando le parole di J.A.Schumpeter [Capitalismo, Socialismo e Democrazia, 1942]: “La democrazia significa che il popolo ha l’opportunità di accettare o rifiutare gli uomini che dovranno governarlo”.
Insomma, anche se tutto il sistema ci suggerisce il contrario, agire politicamente e dunque pensare socialmente non significa annullare se stessi, ma essere più di se stessi, al limite per tamponare il degrado, per rifiutare l’inammissibile, per non rendergliela troppo semplice.
_estratto da NemiciPolitici_PubbliciNemici [2017]