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La mamma che denuncia l’asilo aperto ai no-vax

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Una scuola materna del centro cittadino di Treviso e i suoi dirigenti sono stati denunciati per omissione di atti d’ufficio, tentata epidemia e tentata istigazione a disobbedire alle leggi dalla mamma di una bambina immunodepressa perché trapiantata di fegato a dieci mesi. La storia, raccontata oggi dal Giornale, comincia nel 2015.

La mamma che denuncia l’asilo aperto ai no-vax

All’epoca la madre va dalla direttrice dell’istituto per spiegare la situazione della bambina, che non può assumere vaccini perché incompatibili con le medicine antirigetto. La scuola assicura alla mamma che sarebbe stata informata in caso di focolaio di malattia contagiosa.

«Sapevo che giravano dei no vax in quella struttura ma a Treviso non ne ho trovata una in cui mi garantissero che tutti i bambini fossero vaccinati. Allora non c’era ancora l’obbligo delle vaccinazioni e io volevo far vivere a mia figlia una vita normale», spiega M. M. che non vuole esporsi con il suo nome per la delicatezza della situazione.

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Fonte: Il Sole 24 ore del 23/07/2018

Nel settembre 2017, M.M. tira un sospiro di sollievo quando entra in vigore la norma che obbliga ad allontanare i bambini non vaccinati dagli asili. I dirigenti hanno avuto da allora tutto il tempo per applicare le regole e invece a maggio del 2018 scoppia un epidemia di varicella che ha colpito diversi bambini non vaccinati. Alla richiesta di spiegazioni, la dirigente sostiene di aspettare indicazioni dell’Asl circa l’allontanamento dei bambini non sottoposti a profilassi.

A quel punto la bambina non viene mandata a scuola, mentre i due non vaccinati frequentavano l’istituto. La bambina non finisce contagiata ma la denuncia arriva lo stesso perché, secondo gli avvocati della donna, «è stata messa gravemente in pericolo la vita della minore e, per l’inosservanza delle norme di cui alla D.L.73/2017, ciò con compromissione grave del diritto alla Salute e all’Istruzione, che ha comportato una grave lesione della dignità della minore, considerata le rinuncia a partecipare alla vita di comunità e ad eventi significativi come tutti i propri compagni». «Non voglio un risarcimento danni – spiega M.M. al Giornale – Ma spero che la decisione diventi una causa pilota che serva ad altri genitori e soprattutto ai dirigenti delle scuole affinché sappiano come devono comportarsi per tutelare i bambini più deboli nelle loro strutture».

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