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Andrea Agnelli e la storia della Juve e della 'ndrangheta

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Il Fatto Quotidiano riporta oggi un interessante sviluppo nell’inchiesta sullo stadio della Juventus e i biglietti a disposizione della ‘ndrangheta che la procura di Torino sta conducendo. La storia riguarda Alessandro D’Angelo, security manager dei bianconeri citato (non indagato) nelle carte del l’inchiesta “Alto Piemonte ”della Procura di Torino che tocca fra l’altro i rapporti tra la società campione d’Italia, i gruppi ultrà e la mafia calabrese.

Andrea Agnelli e la storia della Juve e della ‘ndrangheta

Alessandro D’Angelo è molto vicino ad Andrea Agnelli, il figlio di Umberto, ma, rivelano le carte dell’inchiesta, è anche in contatto con Rocco Dominello, indagato per associazione mafiosa ed erede di una famiglia di ‘ndrangheta legata a un clan di peso, i Bellocco di Rosarno. Spiega Il Fatto nell’articolo a firma di Mario Portanova:

A introdurre Dominello nel giro, secondo i pm, è stato Fabio Germani (ora accusato di concorso esterno) un ex ultrà in ottimi rapporti con diversi calciatori e con l’ex mister Antonio Conte. Tramite Germani Rocco arriva “ad acquisire stabili ed importanti rapporti con esponenti di livello della società Juventus, in primis Alessandro D’Angelo”. D’Angelo è molto legato ai signori della Fiat. Lo racconta lui stesso ai pm di Torino che il 21 luglio 2015 lo sentono come persona informata sui fatti e nei giorni scorsi lo hanno convocato di nuovo: “Mio padre ha lavorato per 40 anni al servizio della famiglia Agnelli ed io ho conosciuto l’attuale presidente sin dall’infanzia”. Nel 2006 si occupava di sicurezza al Parco La Mandria dove Umberto Agnelli aveva la sua tenuta: “Nel 2011 mi è giunta la richiesta di collaborare con lui (Andrea Agnelli, nd r) in Juventus”. Si occupa della sicurezza delle sedi della società bianconera e “anche della frangia di tifo più caldo della curva Sud”, spiegava.

D’Angelo rifornisce Dominello dei famosi biglietti omaggio che poi a quanto pare la ‘ndrangheta rivendeva. “Li mettiamo sotto un codice diverso, mi devi dire solo chi andrà poi a ritirarli”, scrive il primo al secondo in una telefonata intercettata. E, scrivono i magistrati, D’Angelo sembra avere un rapporto di sudditanza nei confronti di Dominello. Di certo è palese la strategia di farsi amici gli ultras per evitare problemi alla società che potevano provenire da incidenti e risse o da possibili contestazioni per i prezzi dei biglietti. Secondo il gip, D’Angelo “si lasciava scappare chiaramente come il bagarinaggio ufficioso tollerato da alcuni dirigenti della società venisse permesso in cambio della tranquillità tra tifosi e società”. Soltanto un anno fa, dopo l’arresto di Andrea Puntorno, capo dei Bravi Ragazzi, narcotrafficante e organizzatore di un grosso giro di biglietti e abbonamenti, il security manager affermava: “Non c’è il rischio che persone appartenenti ad aree criminali come Puntorno possano rivolgersi a Juventus per esercitare pressioni finalizzate a ottenere titoli d’accesso”.

Dino Mocciola: l’ultras «ritrovato»

Nei giorni scorsi è stato intanto rintracciato dai carabinieri Gerardo Dino Mocciola, che doveva essere interrogato dalla procura di Torino nell’ambito dell’inchiesta sullo Stadio della Juve e sui personaggi in odore di ‘ndrangheta che ruotavano intorno alla vendita di biglietti ma non si era presentato davanti ai pubblici ministeri dopo la morte di Ciccio Bucci.

Intanto Gerardo Dino Mocciola, l’ultrà irreperibile da alcune settimane, non avrebbe mai lasciato Torino e sarebbe stato riconosciuto dai carabinieri proprio nei pressi della sua abitazione di Mirafiori. L’uomo, che non è ricercato, sarebbe stato notato all’interno di un garage. Mocciola viene considerato un testimone chiave, così come lo sarebbe stato Raffaello Bucci, detto Ciccio, 41 anni, che si è tolto la vita giovedì scorso lanciandosi da un cavalcavia nei pressi di Fossano (Cuneo). Il gesto estremo proprio il giorno dopo aver deposto in procura come persona informata sui fatti. (Corriere della Sera, 12 luglio 2016)

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Secondo chi è vicino al dossier, Dino Mocciola sarebbe stato l’arbitro delle contese tra i tifosi della Juventus, scoppiate dopo la scelta di Bucci come referente da parte della società. Per questo gli inquirenti vogliono ascoltarlo il prima possibile. Intanto ieri la procura ha ascoltato due dipendenti della Juventus. E si è appreso che il telefono cellulare di uno dei dipendenti bianconeri chiamati in causa nell’inchiesta, sarebbe stato intercettato dalla squadra mobile per quasi due anni. La storia si dipana insieme all’indagine sui capi della ‘ndrangheta allo stadio della Juventus con i biglietti gratisFabio Germani è presidente di «Bianconeri d’Italia», organizzazione no profit di tifosi che raccoglie fondi per beneficenza: è stato arrestato con l’accusa di associazione di stampo mafioso. Bucci, fanno sapere dagli ambienti della tifoseria bianconera, era stato nominato rappresentante dei tifosi presso il club e questo aveva suscitato le proteste degli altri che accusano il club di essersi compromesso con gente poco raccomandabile. In particolare si accusava Marotta che avrebbe tenuto i contatti. Ma nelle carte dell’indagine c’è altro:

Lo storico capo dei «Drughi» (ultrà bianconeri) proclama uno sciopero del tifo per Juve-Toro del febbraio 2014. La telefonata interessante avviene due giorni prima. Rocco Dominello, all’epoca 38 anni, figlio di Saverio, appartenente alla cosca Pesce/Bellocco di Rosarno (il gotha della ‘ndrangheta), si offre di fare da mediatore. Non chiama un criminale, né un picchiatore da stadio. Telefona ad Alessandro D’Angelo, «security manager» della Juventus.
Ed è proprio quest’ultimo a pronunciare la frase che scolpisce il marcio nei rapporti tra società calcistiche e tifosi in Italia: «Io voglio che voi state tranquilli e che noi siamo tranquilli e che viaggiamo insieme, allora se il compromesso è questo a me va bene! Se gli accordi saltano, ognuno faccia la propria strada». Gli accordi sono: la società (o almeno alcuni suoi dirigenti apicali) concede i biglietti che gli ultrà (o la criminalità) sfruttano per il bagarinaggio; in cambio, ottiene la calma nei rapporti con i tifosi.

L’indagine comincia con la vicenda della partita Juventus-Real Madrid di Champions League: all’epoca Germani accredita Dominello con i capi della Juventus e contatta proprio Marotta per avere una busta di biglietti, recapitata all’hotel Principi; Dominello li rivende a 750 euro (assegno intestato alla Juventus) più altri 200 di guadagno suo. Secondo i pm e il gip torinesi, in questo caso è stata direttamente la ‘ndrangheta a «fondare» un gruppo ultrà (i «Gobbi») per entrare nel business del bagarinaggio. Per questo Stefano Merulla, responsabile del ticket office della Juventus, si lamenta con Germani: hanno fatto pagare un biglietto anche 640 euro un biglietto della partita. Ciò nonostante Germani, Dominello e Marotta si incontrano in un bar di via Duchessa Jolanda a Torino per parlare del provino del figlio di Umberto Bellocco, ‘ndranghetista di Rosarno, con i bianconeri. Alla fine il ragazzo non viene preso. Intanto però fioccano le domande: che bisogno c’è da parte del club più vincente d’Italia di lisciare il pelo ai suoi tifosi? Queste cose di solito accadono nelle società che vogliono frenare le contestazioni alla squadra, ma nel caso della Juventus a cosa servirebbero? C’è chi sostiene che i punti d’attrito tra tifoseria e società potrebbero essere l’aumento dei prezzi dei biglietti o vicende come quella di Franco Rosso e della partita di Berlino.