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Andrea Agnelli, la Juventus e la storia dei biglietti alla 'ndrangheta

Non ci sono stati “né sconti né omaggi” in occasione della cessione di biglietti della Juve a gruppi ultras. È quanto ha sottolineato Andrea Agnelli nel memoriale che lo scorso luglio inoltrò alla procura di Torino nel quadro dell’inchiesta Alto Piemonte. Il presidente spiegò che ad occuparsi della questione fu Alessandro D’Angelo, capo della sicurezza del club. “Nel caso delle richieste di biglietti – scrive Agnelli riferendosi ai capi della tifoseria – la vendita è stata fatta avendo in mente esclusivamente l’obiettivo di disinnescare potenziali tensioni. Quindi D’Angelo ha acconsentito alle richieste di biglietti avanzate dai gruppi, ma sempre nel rispetto delle procedure interne della Juventus, a fronte del regolare pagamento degli stessi e soprattutto senza sconti né omaggi”. “Devo ribadirlo con fermezza – continua il presidente del club bianconero – I biglietti oggetto di vendita riguardavano esclusivamente persone che guidano il tifo organizzato e rispetto alle quali nessun dipendente Juventus ha mai nutrito il benché minimo sospetto anche solo di collusioni con associazioni criminali”.

Andrea Agnelli: tutta la storia della Juve e della ‘ndrangheta 

Andrea Agnelli si sta riferendo alle note vicende che hanno portato all’audizione della Juventus in Commissione Antimafia, che si svolgerà nelle prossime settimane. Una storia che comincia il 16 giugno 2016, quando si comincia a raccontare di boss della ‘ndrangheta che volano dalla Calabria a Torino per guardare gratis, allo stadio, la partita della Juventus: l’episodio compare nelle quasi cinquecento pagine della sentenza San Michele, il processo sulla presenza nel capoluogo piemontese delle ‘ndrine crotonesi terminato nel dicembre 2015 con 11 condanne. In quell’occasione un gruppo arrivato in volo dalla Calabria si presentò in un bar gestito da Giacomo Lo Surdo, capo del gruppo ‘Arditi’ (che ha patteggiato la pena per un episodio emerso a margine dell’inchiesta San Michele). “Fummo accolti – è il racconto – da un ragazzo che ci consegnò i biglietti in una busta. Non pagammo. E preciso che il ragazzo si vantava di poter disporre ogni settimana di biglietti per l’ingresso allo stadio e di somme di denaro che percepiva dai giocatori della Juve”. Audia organizzò il viaggio ma, nonostante la fede bianconera, non vide la partita con i compagni. La Juventus e i suoi calciatori non sono mai stati interessati a nessun titolo dagli accertamenti degli investigatori, probabilmente perché le affermazioni del ragazzo sono state giudicate come vanterie senza senso. La storia va poi a incrociarsi con la morte di Ciccio Bucci e con Dino Mocciola. La storia riguarda Alessandro D’Angelo, security manager dei bianconeri citato (non indagato) nelle carte del l’inchiesta “Alto Piemonte ”della Procura di Torino che tocca fra l’altro i rapporti tra la società campione d’Italia, i gruppi ultrà e la mafia calabrese.
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Alessandro D’Angelo è molto vicino ad Andrea Agnelli, il figlio di Umberto, ma, rivelano le carte dell’inchiesta, è anche in contatto con Rocco Dominello, indagato per associazione mafiosa ed erede di una famiglia di ‘ndrangheta legata a un clan di peso, i Bellocco di Rosarno. Spiegava all’epoca Il Fatto nell’articolo a firma di Mario Portanova:

A introdurre Dominello nel giro, secondo i pm, è stato Fabio Germani (ora accusato di concorso esterno) un ex ultrà in ottimi rapporti con diversi calciatori e con l’ex mister Antonio Conte. Tramite Germani Rocco arriva “ad acquisire stabili ed importanti rapporti con esponenti di livello della società Juventus, in primis Alessandro D’Angelo”. D’Angelo è molto legato ai signori della Fiat. Lo racconta lui stesso ai pm di Torino che il 21 luglio 2015 lo sentono come persona informata sui fatti e nei giorni scorsi lo hanno convocato di nuovo: “Mio padre ha lavorato per 40 anni al servizio della famiglia Agnelli ed io ho conosciuto l’attuale presidente sin dall’infanzia”. Nel 2006 si occupava di sicurezza al Parco La Mandria dove Umberto Agnelli aveva la sua tenuta: “Nel 2011 mi è giunta la richiesta di collaborare con lui (Andrea Agnelli, nd r) in Juventus”. Si occupa della sicurezza delle sedi della società bianconera e “anche della frangia di tifo più caldo della curva Sud”, spiegava.

I biglietti omaggio della Juve alla ‘ndrangheta

D’Angelo rifornisce Dominello dei famosi biglietti omaggio che poi a quanto pare la ‘ndrangheta rivendeva. “Li mettiamo sotto un codice diverso, mi devi dire solo chi andrà poi a ritirarli”, scrive il primo al secondo in una telefonata intercettata. E, scrivono i magistrati, D’Angelo sembra avere un rapporto di sudditanza nei confronti di Dominello. Di certo è palese la strategia di farsi amici gli ultras per evitare problemi alla società che potevano provenire da incidenti e risse o da possibili contestazioni per i prezzi dei biglietti. Secondo il gip, D’Angelo “si lasciava scappare chiaramente come il bagarinaggio ufficioso tollerato da alcuni dirigenti della società venisse permesso in cambio della tranquillità tra tifosi e società”. Soltanto dopo l’arresto di Andrea Puntorno, capo dei Bravi Ragazzi, narcotrafficante e organizzatore di un grosso giro di biglietti e abbonamenti, il security manager affermava: “Non c’è il rischio che persone appartenenti ad aree criminali come Puntorno possano rivolgersi a Juventus per esercitare pressioni finalizzate a ottenere titoli d’accesso”. Ma nelle carte dell’indagine c’è altro:

Lo storico capo dei «Drughi» (ultrà bianconeri) proclama uno sciopero del tifo per Juve-Toro del febbraio 2014. La telefonata interessante avviene due giorni prima. Rocco Dominello, all’epoca 38 anni, figlio di Saverio, appartenente alla cosca Pesce/Bellocco di Rosarno (il gotha della ‘ndrangheta), si offre di fare da mediatore. Non chiama un criminale, né un picchiatore da stadio. Telefona ad Alessandro D’Angelo, «security manager» della Juventus.
Ed è proprio quest’ultimo a pronunciare la frase che scolpisce il marcio nei rapporti tra società calcistiche e tifosi in Italia: «Io voglio che voi state tranquilli e che noi siamo tranquilli e che viaggiamo insieme, allora se il compromesso è questo a me va bene! Se gli accordi saltano, ognuno faccia la propria strada». Gli accordi sono: la società (o almeno alcuni suoi dirigenti apicali) concede i biglietti che gli ultrà (o la criminalità) sfruttano per il bagarinaggio; in cambio, ottiene la calma nei rapporti con i tifosi.

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Il tweet di Andrea Agnelli

L’indagine comincia con la vicenda della partita Juventus-Real Madrid di Champions League: all’epoca Germani accredita Dominello con i capi della Juventus e contatta proprio Marotta per avere una busta di biglietti, recapitata all’hotel Principi; Dominello li rivende a 750 euro (assegno intestato alla Juventus) più altri 200 di guadagno suo. Secondo i pm e il gip torinesi, in questo caso è stata direttamente la ‘ndrangheta a «fondare» un gruppo ultrà (i «Gobbi») per entrare nel business del bagarinaggio. Per questo Stefano Merulla, responsabile del ticket office della Juventus, si lamenta con Germani: hanno fatto pagare un biglietto anche 640 euro un biglietto della partita. Ciò nonostante Germani, Dominello e Marotta si incontrano in un bar di via Duchessa Jolanda a Torino per parlare del provino del figlio di Umberto Bellocco, ‘ndranghetista di Rosarno, con i bianconeri. Alla fine il ragazzo non viene preso.

Le intercettazioni di Andrea Agnelli

Nella storia sono spuntate anche le intercettazioni di Andrea Agnelli. Il 4 agosto 2016 quando, per telefono, un dirigente della Juventus gli chiede se ha incontrato il presunto boss della ‘ndrangheta Rocco Dominello e lui risponde: “Impossibile”. Ad essere intercettato dagli inquirenti era il telefono di D’Angelo. Il dirigente aveva chiamato Agnelli per capire se era vero quanto aveva messo a verbale Dominello, che nel corso di un suo interrogatorio aveva raccontato di un incontro “a tu per tu” con il presidente dove si era discusso di biglietti e abbonamenti. D’Angelo: “Dice che era la prima volta che ti incontrava, e come se lo avessi combinato io questo incontro …” Agnelli: “No, no, no, mai e poi mai saremmo scesi in quei dettagli lì la prima volta. Impossibile, impossibile. E’ impossibile che io non appena ti conosco faccio quei discorsi con te”. In un’altra conversazione captata dalla procura, dove intervengono anche gli avvocati della Juventus, ad Agnelli viene chiesto se “a queste riunioni collettive” con i capi della tifoseria ci fosse anche “Rocco”. D’Angelo dice “no, non c’era Rocco”. Quando D’Angelo fu interrogato dai pm disse che non ricordava incontri fra Agnelli e Dominello: chiese quindi il permesso di telefonare al presidente (senza sapere che la linea era sotto controllo) e gli fu accordato.

Nelle scorse settimane il procuratore Pecoraro ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini e l’intenzione – stando anche a quanto si è appreso oggi in ambienti della Commissione Antimafia – sarebbe di procedere con il deferimento di Andrea Agnelli e di alcuni fra dirigenti, ex dirigenti e funzionari, nonché della stessa Juventus a titolo di responsabilità diretta e oggettiva. La decisione dovrebbe arrivare nel giro di pochi giorni. Su questo punto, però, lo stesso Pecoraro ha precisato che la valutazione è ancora in corso e che sono possibili diversi scenari. “Ieri sera – ha detto all’Ansa – mi sono pervenute le carte della memoria difensiva della Juve: le valuterò attentamente, poi prenderò una decisione con i miei collaboratori. Alla base della mia audizione di oggi – tiene a ribadire Pecoraro – ci sono le carte che mi state trasmesse dalla Procura della Repubblica di Torino: e io ho parlato di contatti, ma non di rapporti. A questo punto – spiega – nell’inchiesta sportiva su questa vicenda io ho tre possibilità. Se trovo convincenti le osservazioni della Juve, archivio: altrimenti c’e’ il patteggiamento o il deferimento”. Più tardi, con una nota, ribadisce gli stessi concetti, sottolineando che la “attenta valutazione” delle memorie della Juventus è tuttora in corso e che solo al termine “prenderemo le nostre determinazioni. Tra l’altro, ho chiesto che l’audizione odierna fosse secretata, proprio perché ci sono ancora valutazioni in corso”. “Agnelli dice di non aver mai incontrato boss mafiosi. Ma risulta dagli atti, proprio per questo gli chiederemo di venirci a spiegare in Antimafia”, osserva Marco Di Lello (Pd), presidente del comitato Mafia e sport della Commissione parlamentare antimafia. “Vogliamo fare chiarezza, andare fino in fondo e far capire che poteri forti non ce ne sono”, aggiunge il co-presidente del comitato. Pecoraro ha anche parlato in Antimafia di casi di pedofilia nel calcio e annunciato “in tempi brevi un Dipartimento che abbia” le funzioni “di casellario giudiziario”. L’Antimafia ascolterà prossimamente anche procuratore della Repubblica presso il tribunale di Torino, Armando Spataro.