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Anastasia Kylemnyk, lo zaino, gli sms e il mistero dei 20mila euro

Nel racconto di Anastasiya Kylemnyk sull’omicidio di Luca Sacchi ci sono troppe incongruenze. Il fermo nei confronti di Valerio Del Grosso e Paolo Pirino convalidato ieri dal GIP di Roma certifica che la storia raccontata a caldo dalla ragazza di nazionalità ucraina che stava insieme alla vittima da quattro anni non collima con le risultanze delle indagini, che raccontano di uno zainetto pieno di soldi (fino a 2000 euro in mazzette da 50 e da 20) e dell’intenzione di acquistare dai due indagati marijuana all’ingrosso fino a tre chilogrammi.

Anastasia Kylemnyk, lo zaino, gli sms e il mistero dei 20mila euro

Ma c’è anche altro: la ragazza ha detto di essere stata colpita alla nuca da una mazza da baseball, che tra l’altro Pirino ha confermato di avere durante l’agguato che è costato la vita a Sacchi, e di aver avuto così alcuni momenti di buco che non le hanno consentito di vedere cosa fosse successo. Ma il referto dell’ospedale la smentisce: spiega oggi Repubblica Roma che non c’è nessun segno sul corpo, nessun referto medico ad attestarlo. E poi, a quanto risulta, il gruppo con cui si accompagnava non era la prima volta che faceva azioni di questo tipo. C’è di più

Le immagini di videosorveglianza del negozio di tatuaggi che si trova in via Franco Bartoloni quella notte riprendono la strada di fronte, fino al marciapiede: alle 22.50 si vede passare la Smart di Del Grosso e Pirino: supera il pub John Cabot, svolta a sinistra in via Mommsen, fa il giro dell’isolato, prende due sensi unici e poco dopo rispunta dalla parte opposta di via Bartoloni. Si ferma. Poi riparte e gira a destra in via Mommsen. Si blocca in seconda fila. Sono le 22.59. Alle 23 lo sparo. Dalle immagini appare chiaro che non c’è il tempo di un’aggressione, di una colluttazione, di una mazzata in testa. In più il ragazzo viene ucciso con un colpo di pistola alla nuca: il proiettile gli esce dalla faccia e va a schiantarsi nella vetrina del pub per poi finire, ormai senza più forza, all’interno del locale, davanti ai piedi di una ragazza.

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Anastasyia Kylemnik (foto da: Corriere della Sera)

La telecamera riprende due giovani che bevono birra di fronte alla vetrina. Sentono il colpo di pistola. Terrorizzati, a uno cade di mano il bicchiere, poi si precipita dall’altra parte della strada dove è arrivata Anastasiya che sta tamponando il volto di Luca: il ragazzo torna indietro con le mani nei capelli, chiaramente in panico. L’altro gira in tondo senza sapere cosa fare. Più tardi Anastasiya entrerà nel negozio di tatuaggi per lavarsi le mani e fino alle 1.30 starà seduta su un gradino lì davanti: «Non aveva nessuna escoriazione, nessuna lesione, nessuna ferita» dicono.

Gli amici di Luca avevano parlato di esecuzione e tale sembra: i soldi custoditi nella borsa pare fossero molti più dei duemila euro di cui si era parlato all’inizio, una cifra compresa tra 10 e 20 mila euro. Ma su questo gli inquirenti stanno facendo verifiche. Il che giustificherebbe la rapina, anche se niente giustifica quel colpo di pistola sparato alle spalle a bruciapelo. Il denaro inoltre è sparito.

Il mistero dei duemila euro che potrebbero essere ventimila

I tabulati telefonici tra l’altro provano con certezza che tra i due gruppi di persone, coloro che volevano acquistare e coloro che avrebbero dovuto vendere, c’erano già stati contatti. Quando Luca e Anastasia arrivano al pub John Cabot con loro ci sono due amici: un tale di nome Domenico, e Giovanni P., poco più che ventenne già noto alle forze dell’ordine per un precedente per spaccio. P. è un ragazzo sveglio e di buona famiglia: suo padre è un cardiologo, sua madre una docente universitaria con cattedra a Roma. Il suo contatto è Valerio R., che vive a San Basilio. Racconta Fabio Tonacci:

Valerio Del Grosso, non si fida del gruppetto del John Cabot, vuole prima capire se hanno veramente il denaro “per la merce”, quindi manda il suo intermediario in avanscoperta. Alle 21.30 R. si presenta in via Latina, una traversa della strada dove si trova il pub. Con lui in macchina c’è Simone P. Entrambi sono incensurati. Si incontrano rapidamente con P. e Anastasiya. La ragazza apre davanti a loro lo zainetto di pelle rosa che porta a tracolla: contiene il suo portafogli rosso con dentro un documento di identità e una carta postepay, un portamonete, alcuni effetti personali e le mazzette coi soldi. Quanto? Inizialmente si era parlato di 2.000 euro, ma gli investigatori sospettano fossero molto di più, una cifra tra i 10.000 e i 20.000 euro, sufficiente — in ipotesi — ad acquistare anche un bel po’ di cocaina. Le banconote non sono state ancora trovate.

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Anastasiya ha anche detto «la droga non c’entra con questa storia», circostanza smentita e che ne mette in dubbio l’attendibilità, tant’è che, rischia di essere indagata, verrà presto interrogata di nuovo e si sta già cercando un avvocato.

Quei pochi frame dei video raccontano di un’aggressione fulminea, diretta più a “neutralizzare” subito Luca, della coppia quello che poteva opporre una resistenza maggiore. Perché, però, la rapina? Anche questo è un aspetto che gli inquirenti stanno approfondendo. L’ipotesi più verosimile vuole il gruppetto degli amici del Cabot presi ed eccitati dal tentativo di fare “un salto di qualità”, impegnati ad acquistare un quantitativo più sostanzioso.

E Del Grosso e Pirino i rapaci che hanno fiutato l’occasione: spaventarli e rubar loro i soldi. È ciò che, dopo l’assassinio, racconterà il pasticciere: «Non volevo ucciderlo, volevo solo mettergli paura». Qual è stato, poi, il ruolo di Luca Sacchi nella mancata compravendita? Non risulta essere un consumatore di hashish o altro, chi lo conosceva lo descrive come un tipo serio e premuroso. Che si teneva alla larga da certi giri. Con l’unica “colpa”, quindi, di aver protetto la sua Anastasiya.

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