Economia

Ignazio Visco: l'autodifesa di Bankitalia su Banca Etruria (non convince per niente)

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Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, rilascia oggi una lunga intervista a Repubblica per difendere via Nazionale. Il colloquio viene anche dopo la decisione di Renzi di affidare ad altra autorità (quella presieduta da Raffaele Cantone) un ruolo nell’arbitrato degli obbligazionisti subordinati a proposito delle quattro banche risolte dal decreto dell’esecutivo, e dopo che si era raccontato da più parti di frizioni tra governo, Quirinale e Palazzo Koch a proposito della gestione della vicenda. Nell’intervista Visco smentisce l’esistenza di queste polemiche e difende l’operato di Bankitalia. Nel merito di Banca Etruria, sostiene Visco:

«Dopo l’ispezione che ha portato al commissariamento di Banca Etruria agli inizi di quest’anno è stata avviata – come sempre accade quando l’esito non è favorevole – la normale istruttoria per valutare se siano state commesse irregolarità amministrative passibili di sanzioni. Le nostre procedure sono rigorosamente formalizzate, e richiedono tempi necessariamente non brevi, anche per consentire agli esponenti bancari la possibilità di spiegare le proprie ragioni. Il loro completamento richiederà ancora mesi, e alla fine le proposte degli Uffici della Vigilanza saranno vagliate dal direttorio della Banca in una delle sue sedute collegiali».

Ignazio Visco: l’autodifesa di Bankitalia su Banca Etruria (non convince per niente)

Qui Visco dichiara che le procedure formali sono state rispettate. Vero è anche – ne ha parlato qui Il Fatto Quotidiano – che una serie di lettere riservate di Bankitalia a Banca Etruria hanno disegnato la realtà di una banca in grave pericolo ben prima degli interventi ufficiali.

Un anno e mezzo dopo la lettera del 2012 Visco sostiene che a Banca Etruria si sono fatti beffe di lui: “I ritardi accumulati nell’affrontare le gravi problematiche e il ricorso ad interventi parziali e talvolta dilatori hanno contribuito ad accrescere le criticità”. Conclusione tombale: “A seguito del progressivo degrado della situazione aziendale, la Banca Popolare dell’Etruria risulta ormai condizionata in modo irreversibile da vincoli economici, finanziari e patrimoniali che ne hanno di fatto ‘ingessato’ l’operatività”. Per cui Bankitalia “ritiene che la Popolare non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Visco ordina a Banca Etruria di vendersi a un’altra banca più grossa entro 120 giorni, tempo che in genere non basta neppure per vendere un’auto usata. Infatti non succederà niente. L’ispezione di Bankitalia serve solo a fare fuori il presidente Giuseppe Fornasari (che ne ha contestato energicamente i contenuti) e a mettere in sella Lorenzo Rosi (oggi indagato) con due vice presidenti: Pier Luigi Boschi e Alfredo Berni, ex direttore generale negli anni in cui la Banca, stando a Visco, era stata sfasciata. Lo scorso febbraio, a quindici mesi dalla letteraccia, Visco ha commissariato l’istituto che Bankitalia ha lasciato sfasciare per 13 anni segretando le sue ispezioni.

Quello che è mancato nell’occasione è la necessaria trasparenza nell’operato dell’autorità. Sicuramente tutto quello che ha fatto Bankitalia sarà legalmente fondato (in ogni caso, saranno i magistrati a deciderlo); il punto è che se la situazione di Banca Etruria e delle altre banche si è incancrenita è proprio perché le autorità di questo paese (in primis il governo) hanno deciso di… decidere all’ultimo. Agire prima avrebbe consentito una gestione più facile del problema e minori perdite da parte di chi è stato alla fine vittima dell’operazione. Bankitalia, è vero, non ha potere legislativo. Ma Bankitalia ha il dovere di sollecitare ad agire il prima possibile, anche con prese di posizione ufficiali e con la tanto decantata moral suasion. Visco poi parla dell’arbitrato e dei rimborsi per gli obbligazionisti:

«Spero anche io che chi ha sbagliato paghi. E sono certo che la magistratura agirà in tal senso per punire i responsabili di reati. I risarcimenti li decideranno gli arbitrati, individuando coloro che hanno preso i rischi in modo inconsapevole, in misura eccessiva rispetto alle capacità di reddito e alla ricchezza».
Per gli altri quindi niente rimborsi? E non è consapevole che così la fiducia però vacilla?
«Sui rimborsi si dovrà necessariamente decidere caso per caso, per non eludere la normativa europea. Il compito dell’Autorità anticorruzione sarà impegnativo. Voglio sottolineare, però, che abbiamo segnalato da subito, già al momento della loro discussione a livello europeo, i limiti delle nuove norme e il rischio che la loro applicazione potesse minare la fiducia dei risparmiatori. Una soluzione più equilibrata, e forse più rispettosa del quadro giuridico generale, sarebbe stata quella di applicare le nuove norme solo ai titoli di nuova emissione, dotati di apposite clausole contrattuali. Nelle sedi in cui questo è stato sostenuto la pressione per l’adozione di soluzioni drastiche è stata troppo forte».

Nella replica è interessante prima di tutto segnalare che Visco ricorda che Bankitalia ha segnalato per tempo i rischi del Bail In. È vero e questo tweet di Bankitalia che risale al 26 maggio scorso lo certifica:
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Quello che Visco non dice

Ma è proprio per la grande attenzione riservata da Bankitalia al tema che ci si aspettava maggiore trasparenza in altri ambiti, come quello sopra discusso. Senza contare la questione della “velocità di esecuzione”, su cui ragionano oggi Giavazzi e Alesina sul Corriere della Sera: «La Banca d’Italia ha commissariato Banca Marche il 30 agosto del 2013 perché il patrimonio era sceso sotto il limite legale e nessun socio era disposto a sottoscrivere il capitale necessario per rimettere in piedi la banca (circa 400 milioni di euro). Fra quel giorno e il decreto di scioglimento, lo scorso 22 novembre, sono trascorsi 27 mesi, durante i quali il commissariamento è stato via via prorogato e la Banca d’Italia non ha né trovato un acquirente, né ha chiuso la banca. Nel novembre del 2008 la Federal Reserve e il governo di Washington salvarono Citibank impiegando 45 miliardi di dollari. S olo dodici mesi dopo Citibank era tornata in attivo e restituì allo Stato 20 miliardi. Nei due anni successivi tutto il credito fu ripagato con un utile, per i contribuenti americani, pari a 12,3 miliardi. Salvare Citi si rivelò ex post un ottimo investimento: un rendimento del 27 per cento in tre anni. Insomma la Fed e l’amministrazione Usa in due anni hanno risolto il problema Citibank. Noi in due anni non siamo stati capaci di risolvere il problema Banca Marche». Ma c’è un’altra domanda molto interessante a cui Visco replica nell’intervista di Fabio Bogo. Ovvero questo:

Perché non sono stati usati fondi pubblici per consolidare il sistema?
«Bisogna ricordare le cause delle crisi. Negli altri paesi dove i fondi pubblici sono stati ampiamente utilizzati, le crisi sono state provocate da investimenti delle banche in prodotti finanziari opachi e rischiosi e si sono verificate – aggravandola – prima della crisi europea del debito pubblico. Da noi invece le crisi si sono manifestate a seguito della crisi economica, molto più grave che altrove. Ciò nonostante l’Italia ha avuto, come abbiamo visto, crisi di dimensioni contenute rispetto agli altri paesi e risolte senza interruzioni nella continuità dei rapporti con la clientela.
Questo significa che il sistema, nel suo complesso, è risultato solido e che siamo stati capaci di proteggerlo, pur essendo l’Italia un paese economicamente più debole degli altri. Da noi non è stato il sistema finanziario a rendere fragile l’economia, ma il contrario. E l’economia è ancora fragile. Anche grazie alle riforme avviate dal Governo, oggi siamo in ripresa, siamo tornati a muoverci . Ma non abbiamo ancora smaltito del tutto gli effetti della crisi. Ce la faremo, ma dobbiamo sapere che non sarà facile: nei prossimi 10-20 anni molti lavori tradizionali – forse un lavoro su due – spariranno. Bisogna creare le condizioni per recuperare rapidamente i nostri ritardi e creare un contesto favorevole alla crescita e all’occupazione in un mondo in drastico cambiamento».

In primo luogo, non si può non notare che Visco non risponde alla domanda di Bogo, che riguardava tutt’altro (l’utilizzo dei fondi pubblici per le banche). Poi, è vero che le crisi di cui stiamo parlando in questi giorni si sono manifestate anche a causa ll’impossibilità di rimborsare crediti da parte delle imprese (e per questo Visco dice, diplomaticamente, che è stata l’economia a rendere fragile il sistema bancario). Quello che Visco non dice è che le banche sono finite nei guai anche grazie ai crediti concessi allegramente ad aziende decotte e/o con amici nel consiglio di amministrazione delle banche risolte. Questo lo afferma proprio Bankitalia nella lettera di contestazione al CdA di Banca Etruria che ha portato a sanzioni per 2,34 milioni di euro di cui 144mila in carico a Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena Boschi. Nella lettera si segnalavano:

“Violazione delle disposizioni sulla governance”, “carenze nell’ organizzazione e nei controlli interni”, “carenze nella gestione e nel controllo del credito”, “carenze nei controlli”, “violazioni in materia di trasparenza”, “omesse e inesatte segnalazioni agli organi di vigilanza”.

Ora, Visco ha ragione nel dire che le nostre banche non parlano inglese, tanto per usare una formula trita e ritrita di questi anni per spiegare come mai non si sono buttate sui titoli tossici. Allo stesso tempo ci si aspetterebbe che le banche non finanziassero i clienti tossici, visto che molto spesso hanno a disposizione informazioni su informazioni che fotografano perfettamente le condizioni dei creditori. Il fatto che nelle sue realtà di provincia (e non solo) il sistema bancario italiano tenda a finanziare gli amici, e a farlo anche quando sono in pericolo di fallimento e anche nel momento in cui il finanziamento potrebbe mettere in pericolo la solidità della banca, è indubbio. Ancora una volta, Bankitalia ha poteri sanzionatori ma anche di moral suasion. Ancora una volta, il problema è che il sistema del credito italiano è refrattario a fare quello che andrebbe fatto. Più che elogiarlo perché non ha investito in titoli tossici, un’autorità dovrebbe ricordare la pura e semplice verità.