Opinioni

2021, odissea per votare: io, prigioniero della burocrazia elettorale a Roma

@Fabrizio Delprete|

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Roma, caput mundi.
Roma. Domenica 3 ottobre.

Una giornata autunnale, con la Capitale che mostra il suo classico cielo che non vuole sapere che fare: piove, non piove, non so. Un venticello fresco entra dalla finestra e, finalmente, mi fa valutare l’opzione di mandare il ventilatore in pensione.

Mi sveglio alle 9 perché la notte prima ho fatto tardissimo. E perché in fondo è una giornata festiva.
Sul cellulare ho ancora le foto dell’incendio del ponte di ferro, episodio ultimo di una serie – fra immondizia che ci sommerge, cinghiali allo stato brado davanti alle scuole, bus infuocati che non passano mai – che ci ha marchiato a fuoco in questi ultimi cinque anni. Vivo a Roma da 12 anni ma non mi sono mai abituato del tutto alla sua fulgente grandezza che si alterna – in un loop mentale allucinante – a devastante bassezza.

Oggi si vota per scegliere il nuovo sindaco, o per confermare la sindaca uscente. Oggi, soprattutto, per la prima volta esprimo il mio primo voto da romano. In questi anni non ho mai saltato un’elezione, neanche una, ma per farlo percorrevo mezzo stivale. E poi ritornavo su. Quest’anno invece – finalmente! – ho fatto il cambio di residenza, insieme alla mia compagna. Ho inoltrato la domanda ad aprile, per stare tranquillo. “Non si preoccupi, vale il silenzio assenso”, mi hanno detto. Non mi sono preoccupato tanto. Dopo una settimana dalla domanda ho scaricato il pass per parcheggiare la macchina sulle strisce blu del mio quartiere. E allora sono stato ancora più tranquillo.

“Ormai so’ romano”, me so detto.
“Ci vediamo alle urne”.

Sì, ci vediamo alle urne.

Domenica 3 ottobre. Roma caput mundi. Il cielo non sa bene cosa fare. Io e la mia compagna ci svegliamo alle 9, con calma. “Amo’, andiamo verso le 13 al Municipio. Tanto è distante 7 minuti. E tanto avranno già fatto tutto. In fondo dobbiamo solo prendere la tessera elettorale”. Già, avranno già fatto tutto. Siamo nel 2021, in fondo. Mentre Elon Musk gioca a rimpiattino su Marte, le automobili sono elettriche e io lavoro con un apparecchio che mi sta nel palmo della mano, cosa ci vorrà mai per avere un certificato elettorale?

Se, lallero, dicono qui.
E infatti.

Ci presentiamo alle 13:45 nella sede del nostro Municipio. Neanche venti persone in fila aspettano con calma nello spiazzo antistante gli uffici. La gentile signora all’ingresso distribuisce – con pazienza e gentilezza – numerini d’attesa, indicazioni e consigli. Prima di entrare fanno disinfettare le mani, misurano la temperatura e la mascherina non è orpello ma norma. “Sicura che non avemo sbagliato Municipio co’ ‘n cantone svizzero?”, chiedo fiero a Sara prima di entrare. Se, lallero.

Ore 14:20, sono allo sportello.

“Salve, sono qui per ritirare il mio certificato elettorale. Ho fatto il cambio di residenza come previsto ad aprile”, dico tronfio col passaporto in mano.

“Certo, un attimo solo”.

Un attimo solo. Un attimo, solo. Un attimo.
Solo.
Un. Attimo. Solo.
Solo.

E sono sguardi incrociati nel vuoto, gocce di sudore colate su fronti impreparate, computer della Nasa spenti e poi riaccesi, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, raggi B balenati nel buio vicino alle porte di Tiburtina.  E infatti è tempo di morire.

“Mi spiace, lei non risulta da nessuna parte”.

“Ah, ok”, penso io cercando di dematerializzare la mia stessa esistenza, mentre mi accorgo che allo sportello di fianco al mio Sara sta per trasformarsi in SuperSayan e il nostro volpino in Caronte.

“Oh cazzo”, mi dico. “Non esistiamo in due”.

“Spiegatemi la situazione”, interviene una funzionaria stranamente digitale nativa e non compagna di corso di Tutankhamon.

Raccolta a me tutta la calma del mondo, le racconto della mia imperscrutabile sicurezza nell’essere residente.

Un attimo solo. Un attimo, solo. Un attimo.
Solo.
Un. Attimo. Solo.
Solo.

“Eccomi!”, dice raggiante dopo aver incidentalmente riscoperto il Bosone di Higgs.
Mi spiace, ma la sua mail non è stata scaricata.
Qualcuno si sarà dimenticato di aprirla e leggerla.

QUALCUNO SI SARÀ DIMENTICATO DI SCARICARLA, APRIRLA E LEGGERLA.

Ah, ok.
“Però non vi preoccupate”, aggiunge.
“Provo ad accettare la pratica adesso, dovrei riuscirci in venti minuti”.

“Ah, quindi una cosa che avreste dovuto fare in cinque mesi si poteva fare in venti minuti”, bestemmio in silenzio mentre il mio alter ego ufficiale sorride e ringrazia.

“Arrivo subito”, si allontana lei. “Un attimo solo”.

Un attimo solo. Un attimo, solo. Un attimo.
Solo.
Un. Attimo. Solo.
Solo.

“Eccomi”, rispunta raggiante la funzionaria nativa digitale dopo effettivamente 20 minuti.
“Una firma e siete residenti!”, mi rincuora.

“Alè”, penso io. “È fatta!”

“Purtroppo però”, continua interrompendo il mio orgasmo elettorale, “non vi possiamo rilasciare il certificato elettorale. Per quello dovreste andare in via Petroselli 50, all’anagrafe centrale.

VIA PETROSELLI 50. L’ANAGRAFE GENERALE.
LA MALEDIZIONE DI FANTOZZI CHE INESORABILE COLPISCE. IL GIRONE DANTESCO DEGLI INASCOLTATI.

Si racconta di quel palazzo a pochi metri dalla Bocca della Verità che abbia inghiottito, negli anni, più anime di rosari pronunciati da Salvini in campagna elettorale.
“Abbandonate ogni famiglia o voi che entrate”, si può udire all’alba nei corridoi ancora vuoti ma abitati dai fantasmi della burocrazia.

“Ok, grazie”, dico a Sara mentre Elon Musk mi fa le pernacchie da Marte.
“Ok siamo fottuti”, penso, ringraziando Musk per il pensiero.

Sono arrivato in via Petroselli 50 alle 15:40 circa, dopo aver parcheggiato così a cazzo che dalla Municipale è partita la ola.
Davanti alla porta, l’inferno.
Il caos. Il disastro.
Numeri volavano come fossimo al Bingo, domande senza risposta riecheggiavano fino all’Ara Coeli, bestemmie si innalzavano fino a Papa Francesco.

Siamo entrati dopo due ore e un quarto. Ed è stato anche peggio. Ci hanno fatto fare inutilmente sei file che portavano a sportelli sempre diversi in cui però la risposta era sempre la stessa: “mi spiace, le hanno indicato la fila sbagliata, qui non possiamo far niente”. Vada su, vada giù, vada a destra, vada in basso, vada in alto.
Vada affanculo, in buona sostanza.

Sono uscito dal girone infernale dopo circa cinque ore, e sono corso a votare. Di tutta questa giornata però – e di questo che sarebbe voluto nascere articolo ed è morto racconto – mi porto una cosa, con me.

In tutte quelle ore, in via Petroselli, ho conosciuto decine e decine di persone. Gente comune, studenti e studentesse, ragazze e ragazzi venuti dal sud e lavoratrici e lavoratori scesi dal nord per darsi un’altra opportunità o per coglierne una migliore. Ho parlato con ventenni e con sessantenni, tutti stremati come me per una cosa che sarebbe dovuta essere semplicissima: rinnovare o avere la scheda elettorale. Ma – come me – sono persone che non si sono arrese. Hanno preso permessi, hanno scelto la domenica per non inficiare il lavoro. Hanno bestemmiato, ma hanno atteso.

Perché volevano semplicemente esercitare il diritto più bello che c’è: quello di scelta, quello di voto.

C’era più vita e impegno, in Via Petroselli 50, di quanta ne abbia vista negli ultimi anni. Non mi fregava nulla cosa avrebbe votato quella gente. Volevano solo poter votare.

È passata la mezzanotte.
Oramai è lunedì. Farò tardi anche stanotte.
Perché mi sembra allucinante che – mentre il mondo viaggia in 5G – alle persone sia reso così difficile esercitare un diritto.

Perché se poi ci lamentiamo dei cervelli che fuggono e della bassa affluenza la colpa, alla fine, è solo la nostra.