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Virginia Raggi soffre lo Staff

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Virginia Raggi ha rilasciato ieri una lunghissima intervista rilasciata da Ballarò a Massimo Giannini ha parlato, tra l’altro, della storia del suo staff e di chi decide nel MoVimento 5 Stelle. Quando il conduttore le ha chiesto chi deciderebbe riguardo l’amministrazione di Roma in caso di sua elezione a sindaca, la Raggi ha risposto così: «Se io dovessi diventare sindaco di Roma risponderò a tutti i cittadini romani, non solamente agli eletti come sta facendo Renzi che parla di un miliardo per Roma ma si rivolge solo a Giachetti. Io quando ero portavoce decidevo per il comune; i portavoce in parlamento decidono per le questioni nazionali, i nostri portavoce nei consigli regionali decidono per le questioni regionali e così in Europa. Grillo è unicamente il garante del simbolo». «La Casaleggio è la società che gestisce determinati sistemi come Rousseau, oggi la Casaleggio ha lanciato un sistema nuovo che consente a tutti i cittadini di proporre leggi da far votare in parlamento. Noi stiamo portando avanti un progetto di democrazia diretta e lo stiamo facendo noi». Subito dopo un servizio con le accuse di Pizzarotti poi la Raggi ha smentito le presunte “pressioni” che verrebbero dalla Casaleggio: «Non c’è nessuna pressione. Io decido e io risponderò ai cittadini romani». Però ha anche detto che se Grillo glielo chiedesse si dimetterebbe, fa presente Giannini. «Io ho letto e commentato quell’articolo del codice etico che io ho firmato con orgoglio perché ben il 72% dei cittadini romani ha detto di volere quel punto del codice in tutti i partiti politici visto che ci sono onorevoli eletti che come un tergicristallo vanno da una parte all’altra dell’arco parlamentare. Cosa ho detto io? Premesso che io risponderò ai cittadini romani, qualora vi dovesse essere un avviso di garanzia e gli iscritti romani vogliono votare perché ritengono che io non li rappresenti più, allora io assumo l’impegno di dimettermi perché sono i romani che me lo chiedono. E ove non dovessi farlo lo chiederà a Grillo, che come garante rispetterà la volontà dei romani perché noi rispondiamo a loro. Un codice etico è un impegno morale che si prende nei confronti dei cittadini. Siamo abituati alla corruzione in politica, capisco che una questione morale sia difficile da capire…»

Virginia Raggi a Ballarò di next-quotidiano

Virginia Raggi soffre lo staff

Poi la Raggi ha parlato dello staff: «Sì, li ho nominati io e sono persone con cui ho collaborato in questi anni. Io ho nominato quattro persone con cui ho già collaborato: Paola Taverna siede al Senato, Roberta Lombardi alla Camera, Fabio Massimo Castaldo in Europa e Gianluca Perilli in Regione. Lei si renderà conto che Roma è la capitale d’Italia e le questioni di Roma hanno rilievo nazionale, regionale e in Europa: Roma ad esempio non è in grado di accedere ai finanziamenti europei perché a Roma non c’è un ufficio che se ne occupa. Noi dobbiamo parlamentarizzare tanti temi: tutta la questione delle precarie dipende dalle leggi: sono donne che hanno visto l’amministrazione rinnovare il contratto a tempo determinato per vent’anni. Il governo sta mettendo tutti i comuni in una situazione gravissima. Idem per i rifiuti, il cui piano regionale è fermo al 2012». Ieri la Raggi aveva presentato così lo staff e le sue competenze:

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Lo status di Virginia Raggi che presenta lo staff di eletti

Come avrete notato, sia nell’intervista a Ballarò che nello status la Raggi parla di staff riferendosi, “per le questioni giuridicamente complesse con il supporto di uno staff coordinato dai garanti del Movimento. I membri di questo staff, di cui tutti finora hanno parlato a sproposito, sono parlamentari…”. Nell’articolo 2 del codice di comportamento sottoscritto da Virginia Raggi e dagli altri candidati del M5S alle elezioni amministrative di Roma è scritto questo:
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Dal codice di comportamento sottoscritto da Virginia Raggi

Lei stessa, nel rispondere alla domanda di Alessandro Gilioli de l’Espresso che ha scatenato tutto questo cancan aveva detto:

Al punto 2 il codice dice: “Le proposte di atti di alta amministrazione verranno preventivamente sottoposte a parere tecnico-legale a cura dello staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle”. Questo vuol dire che prima di prendere una decisione su atti di alta amministrazione lei dovrà parlare con qualcuno a Milano. A quale titolo questo staff interviene nelle decisioni che lei dovrà prendere su Roma?

«È uno staff tecnico legale coordinato dai garanti. Avvocati che ci aiutano, per esempio, a fare ricerche legali sulle persone da nominare. È una garanzia ulteriore avere più occhi che controllano determinati atti come le nomine. Noi riteniamo che sia utile avere la possibilità di confrontarsi con qualcuno che si avvicina e propone la propria candidatura, anche come assessore».

Ora, è evidente a chiunque dotato di senno che il codice di comportamento mai smentito dal M5S si riferiva a uno staff di avvocati coordinato (e nominato) dai garanti (cioè, Grillo e Casaleggio), e anche che la Raggi ha detto più o meno la stessa cosa, confermandola nella sostanza, a l’Espresso, mentre a Ballarò ha specificato che i membri del suo staff li ha nominati lei, al contrario di quello che sostiene il codice di comportamento che lei stessa ha sottoscritto. Sei giorni dopo la pubblicazione dell’intervista lo staff di avvocati si è trasformato in staff di parlamentari che seguirà le questioni su Roma a più livelli politici, dalla Regione all’Europa passando per l’Europarlamento. Così come è evidente che se dello staff di parlamentari che nessuno sapeva dovesse essere nominato oggi conosciamo i nomi, dello staff di avvocati di cui si parla nel codice non sappiamo ancora nulla. Il dato di fatto è che l’iniziativa di presentare questo staff ha distolto però l’attenzione sul punto sollevato dall’intervista all’Espresso. Ma l’incongruenza c’è ed è difficile fare finta di non vederla.

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La domanda sui nomi dello staff (L’espresso)

Le dimissioni di Virginia Raggi (se gliele chiede Grillo)

Così come è difficile non notare un altro punto di discrasia tra le dichiarazioni della Raggi. Ed è quello più dirompente, visto che l’Espresso ha messo (giustamente) nel titolo quel “Se Beppe Grillo me lo chiedesse, io mi dimetterei” che la Raggi ha spiegato meglio a Ballarò.
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La Raggi ha infatti suggerito che la questione delle sue dimissioni verrebbe posta non da Grillo, ma dai romani nel caso in cui, per ipotesi, ricevesse un avviso di garanzia. Diciamo subito che i grillini hanno implementato nel loro sistema una serie di tecniche di recall dei parlamentari (con la sfiducia votata dalla base) che hanno portato anche a una serie di espulsioni nelle file degli attivisti sul territorio e degli eletti in Parlamento. Ma in questo caso a decidere non sono stati i cittadini di quel territorio, ma gli attivisti di quel territorio. Ovvero gli iscritti al blog e al M5S che avevano diritto di voto. La Raggi dice che i romani chiederebbero a Grillo di cacciarla e lui agirebbe in osservanza della volontà popolare, ma non c’è attualmente nessuno strumento nel M5S che consenta agli abitanti di un territorio (e non agli attivisti 5S) di esprimersi riguardo un eletto dei 5 Stelle. Ecco quindi che più che “i romani”, saranno nel caso “gli attivisti” a chiedere le dimissioni della Raggi a Beppe che di rimando le chiederebbe a lei. O, più probabilmente, nel caso che la Raggi ricevesse un avviso di garanzia sarebbe il garante a muoversi spontaneamente (come è accaduto per Pizzarotti) in seguito a notizie di stampa. Ma questa non è democrazia, né diretta né indiretta. Questo è uno che decide per tutti. E d’altro canto non potrebbe non essere così. Anche la Raggi infatti ieri sera a Ballarò ha usato l’argomento di Di Maio per sottolineare che nei 5 Stelle decidono gli eletti: sulla politica regionale decidono gli eletti in regione, su quella nazionale gli eletti in parlamento, su quella europea gli eletti a Strasburgo e così via. Questo è vero. Ma il garante del simbolo, come lo chiama la Raggi, è quello che permette agli eletti in regione, comune, camera, senato ed europarlamento di fare politica e di prendere decisioni a nome del parlamento. Quindi loro decidono, mentre Grillo decide se loro possono decidere o meno. Chi è che comanda allora? Ancora: non è un caso che in occasione della sospensione di Pizzarotti la stragrande maggioranza degli eletti in Parlamento – a parte i membri del direttorio – non sapesse nulla dell’iniziativa, difesa da Alessandro Di Battista e Carlo Sibilia nella chat dei parlamentari subito dopo l’uscita della notizia. Nessuno degli eletti, a parte i membri del direttorio nominati da Beppe Grillo, sapeva di un atto politico di primaria importanza come l’espulsione di un esponente politico di primo piano, prima che questa venisse comunicata dal blog. È così che funziona nel MoVimento 5 Stelle. La Raggi se ne faccia una ragione.