Fatti

Disabili legati, picchiati e derisi sui social nell’indifferenza a Licata: quattro giovani condannati

Quattro persone tra i 24 e i 37 anni sono state condannate dal Gup di Agrigento per tortura, sequestro di persona, violazione di domicilio nei confronti di alcuni disabili a Licata

disabili picchiati violenza licata

Disabili malmenati, legati alle sedie, a volte con un secchio sulla testa, poi filmati e derisi sui social. Con le accuse di tortura, sequestro di persona, violazione di domicilio, il Gup di Agrigento ha condannato quattro persone tra i 24 e i 37 anni coinvolte in un’indagine della Procura della Città dei Templi su maltrattamenti verso alcune vittime di Licata. La pena più alta, 9 anni, è stata inflitta ad Antonio Casaccio, a 8 anni è stato condannato Jason Lauria, a 7 ciascuno Gianluca e Angelo Sortino.

Le violenze del “branco” sui disabili di Licata

Si comportavano come un vero e proprio “branco”, con una violenza inaudita: calci, pugni, bastonate e minacce di morte, delle quali si vantavano sui social. Le torture avvenivano in pieno giorno e le vittime venivano minacciate per evitare che denunciassero. Una volta hanno persino tentato di dar fuoco a uno dei malcapitati, in un altro caso un ragazzo è stato “imballato” con il nastro adesivo e fatto rotolare in mezzo alla strada. Il tutto nell’indifferenza generale: le grida di aiuto delle vittime sono rimaste inascoltate dai passanti. Una delle vittime sarebbe stata colpita con un bastone, legata con nastro adesivo e abbandonata per strada fino a quando una passante non ha liberato il malcapitato. “Per strada passavano decine e decine di persone, ma nessuno s’è fermato a prestare aiuto alle vittime, portatori di handicap o incapaci di intendere e di volere – ha evidenziato il comandante provinciale dell’Arma, il colonnello Vittorio Stingo – ma non c’è stata nessuna collaborazione e questa indifferenza collettiva per la sofferenza altrui ci ha colpito. Il branco era costituito da giovani, sposati e padri di figli”.

Condannati per i video girati da loro stessi

Solo grazie alle denunce di una donna si è potuti arrivare a ricostruire quanto avveniva e alle condanne. Sentenze relativamente facili da emettere, visto che le immagini, sequestrate dal procuratore capo di Agrigento Luigi Patronaggio e il pm Gianluca Caputo, non lasciavano spazio all’immaginazione, ritraendo i torturatori, riconoscibili in volto, nei momenti delle sevizie.