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Cosa c’è che non va nei video dei pestaggi di Manduria pubblicati dalla Polizia

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La Polizia di Stato ha deciso di pubblicare sui suoi canali social – sia Twitter che Facebook – due dei video girati dai giovani di Manduria (Taranto) accusati di  tortura, danneggiamento, violazione di domicilio e sequestro di persona aggravati nei confronti Antonio Cosimo Stano il pensionato di 65 anni deceduto il 23 aprile scorso. I video sono tra gli elementi che hanno consentito agli inquirenti di risalire all’identità degli 8 presunti responsabili, tra loro ci sono anche sei minorenni, facenti parte della baby gang che per mesi ha molestato l’uomo usandolo come “passatempo”.

Perché pubblicare quei video è sbagliato

Sono due i video pubblicati e immediatamente rilanciati dai quotidiani. Uno di 45 secondi in cui si vedono alcuni ragazzi prendere in giro e aggredire Stano. Il secondo della durata di un minuto mostra quella che sembra essere un’irruzione – armati di bastoni – all’interno dell’abitazione della vittima. Il tutto condito dalle risate isteriche e gli sfottò dei ragazzi. Qualcuno però ritiene che mostrare quei filmati – dove sono stati censurati i volti dei protagonisti ma si sente chiaramente l’audio con i lamenti di Stano – sia stata una scelta poco opportuna. Stefano Epifani – Presidente del Digital TransformationInstitute, Docente alla Sapienza e direttore di TechEconomy.it- ha definito la scelta di pubblicare i video dei pestaggi «un atto indecente per l’istituzione come quella della Polizia»

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In effetti non si capisce quale sia l’utilità di mostrare quei video, che più che soddisfare il desiderio di informazione solleticano quel piacere perverso che si prova quando si guardano video molto simili pubblicati su piattaforme di streaming come LiveLeak. L’intento educativo, se c’è, passa in secondo piano. Non c’è niente di “educativo” nel mostrare quei filmati. Perché sono accompagnati da brevi didascalie che semplicemente ne descrivono il contenuto.

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Insomma, l’intento è quello di informare gli utenti dell’operazione portata a termine dalla Questura di Taranto che ha fermato otto persone ritenute a vario titolo gravemente indiziati in concorso dei reati di tortura, danneggiamento, violazione di domicilio e sequestro di persona aggravati. Eppure sulla pagina Facebook della Questura di Taranto non sono stati pubblicati i video. Anzi nel comunicato si parla di “una triste vicenda di cui si è sentito parlare molto nei giorni scorsi”.

Se la Polizia di Stato viola la sua stessa Social Media Policy

Certo, si fa riferimento all’acquisizione dei “contenuti  audio-video” pubblicati dopo ogni incursione nella chat WhatsApp denominata “Comitiva di Orfanelli. Ma non c’è bisogno di mostrare quei video. Così come non ci sarà bisogno di mostrare al pubblico dei social i video girati dai due presunti stupratori di Vallerano durante la violenza sessuale nei confronti della 36enne viterbese. Pure quelli sono stati acquisiti dagli inquirenti, ma fortunatamente non saremo costretti a vederli pubblicati.

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E non fa alcuna differenza che il signor Stano sia deceduto, il diritto alla privacy e alla riservatezza non cessa con la morte del soggetto. A tutti gli effetti quelli pubblicati e diffusi dalla Polizia di Stato sono dati sensibili. Anche se i volti sono stati censurati il pubblico è a conoscenza dell’identità della vittima e non è certo difficile capire chi sia il pensionato di Manduria in mezzo a tutti quei pixel sgranati. Le urla poi non lasciano dubbi.

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Ancora più sorprendente il fatto che la pubblicazione di quei due video sia in palese violazione della Social Media Policy della stessa Polizia di Stato. Nel documento si legge che sui social della Polizia di Stato «non saranno tollerati insulti, volgarità, offese, minacce e, in generale, atteggiamenti violenti o che incitino alla violenza, nonché immagini e contenuti che violino copyright o che siano osceni e offensivi». Lasciando per un attimo da parte che i due video hanno generato una ridda di commenti forcaioli impressionanti la Polizia ha pubblicato contenuti violenti che risultano essere offensivi. È quel tipo di video che Facebook volendo potrebbe rimuovere proprio perché non rispetta le linee guida dei social. Ma non solo: al punto 3 la Polizia scrive che «i contenuti pubblicati devono rispettare sempre la privacy delle persone. Vanno evitati riferimenti a fatti o a dettagli privi di rilevanza pubblica e che ledano la sfera personale di terzi». Pur essendoci una rilevanza pubblica è evidente che il video lede la sfera personale di terzi, gli indagati (di cui non è nota l’identità e quindi non sono identificabili) e la vittima, che invece è perfettamente riconoscibile nonostante la pixxellatura. Si fa un gran parlare dei “pericoli di Internet” e del rischio emulazione soprattutto nei ragazzi (coetanei degli indagati, tra l’altro) e poi si dà in pasto ai social del materiale del genere, senza filtri né spiegazioni.

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