Attualità

Vi racconto come sono stato licenziato dalla Chiesa e sono diventato freelance (2a parte)

Lunedì scorso avevamo pubblicato la prima parte del racconto di don Mario. Oggi ripartiamo dal licenziamento.
 
IL LICENZIAMENTO
La famiglia («o meglio quella forma borghese ottocentesca di famiglia che oggi riteniamo essere l’unica forma di unione lecita») e la vita («o meglio tutti i temi bioetici legati alla nascita e al diritto di morire e al tema filosofico superato di “persona” cui siamo – ahimè – arroccati») sono argomenti quasi intoccabili anche fuori dalla chiesa cattolica. Don Mario ha intaccato quei due simulacri nel loro luogo d’origine, e la reazione è stata durissima. È stato richiamato in curia, e gli è stata consegnata la lettera di licenziamento. «Era il 28 febbraio. Per mia fortuna era un anno bisestile così ho avuto un giorno in più per organizzarmi. Dal primo marzo non potevo più mettere piede in parrocchia. Sono stato rimesso al vescovo di origine in Sardegna. Appena uscito con questa lettera dalla Curia di Milano ho chiamato il mio vescovo sardo, ma lui non ne sapeva niente. “Ma eccellenza, nessuno l’ha informata?”, “No, cosa è successo?”». Don Mario tenta di mediare, di far capire che avrebbe accettato di andarsene, ma senza abbandonare le persone, facendo le cose con calma. Che fine avrebbero fatto le attività che stava seguendo? I matrimoni, per esempio («volevano me, se non li sposavo io non si sarebbero sposati in chiesa e non ci sarebbero venuti più in chiesa»), o l’estate già organizzata con gli scout? «Sarei dovevo sparire da un giorno all’altro. Come se avessi compiuto il più atroce dei delitti». Anche solo dal punto di vista strategico la curia non sembra proprio lungimirante. Con l’estate sarebbero cambiate le nomine e il “trasferimento” di don Mario sarebbe potuto essere meno traumatico. «Invece no. Due giorni dopo sono dovuto sparire. È successo il finimondo». Hanno dato a don Mario due giorni di tempo: quante volte hanno protetto persone sospettate di cose ben peggiori (o addirittura persone dimostrate colpevoli)? Quanti reati sono stati insabbiati? Don Mario aveva solo parlato di giustizia e inclusione e del suo orientamento sessuale. Che errore imperdonabile!
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EROE PER CASO
Da un lato c’era il rifiuto da parte della curia, dall’altro la promozione a «eroe di turno». Commenta don Mario: «Io ero in imbarazzo e frastornato anche per quello. Applausi, striscioni, migliaia di firme raccolte per me. Ma io non volevo quello. È stato difficile mantenere l’equilibrio. Bastava una telefonata ed ero in tv. Ma che senso aveva? È così che possiamo davvero cambiare la cultura? Andando in tv a un talk show o finendo in prima pagina sui giornali?». Nel frattempo le gerarchie ecclesiastiche erano impermeabili e non hanno mai ricevuto le persone che chiedevano spiegazione della sparizione di don Mario. «Almeno fingere di dare loro ascolto? Anche solo per recapitare le firme in curia ci sono voluti mesi. Che tipo di messaggio mandi? So di molte persone che non vanno più in chiesa. Sono molto dispiaciuto. Non è quello che volevo». Mario non ha rifiutato fede, ma una certa modalità di “esercitarla”. Forse vale anche per queste persone: rifiutare la gestione di un potere, e non la fede – che non coincide con l’andare in chiesa.
 
I CAPI D’ACCUSA
Intanto don Mario scopre casualmente che non lo pagavano più da marzo. «Nessuno mi ha avvertito. Ero ancora un prete cattolico! E stavo ancora esercitando, anche se non avevo più una parrocchia! Almeno mandarmi una lettera per informarmi? Per fortuna avevo una famiglia che mi ha sempre sostenuto e aiutato. Alla faccia della carità cristiana!». Nel frattempo al vescovo sardo arrivavano spesso “novità”. A giugno riceve l’ordine di aprire un processo penale. «Cosa?! Gli chiedo spiegazioni. Ma non voleva leggermi la lettera proveniente dal Vaticano, ho dovuto insistere per sapere di cosa si trattasse». Alla fine il vescovo gli fotocopia un pezzo della missiva. Il Vaticano lo obbligava a un processo canonico per spretarlo. Il pretesto? «I capi di imputazione facevano ridere. Erano due. Il primo era che io appoggiavo in modo esplicito e i movimenti “cosiddetti” omosessuali. Cosiddetti? Chiamali omosessuali, non sono cosiddetti. Il secondo era la violazione del sesto precetto del decalogo, che è quello che riguarda il sesso: “non commettere adulterio”. Peccato che essendo prete io non fossi sposato e quindi non capivo proprio come potevo aver commesso adulterio. Ho chiesto spiegazioni ed è venuta fuori una cosa assurda. “Cose un po’ pesanti” diceva il vescovo. La storia era questa: “ti ricordi quando eri in Sardegna, hai aiutato ragazza anoressica?”. Sì, mi ricordavo. Non sono psicoterapeuta, quindi l’ho inviata a una persona di competenza. Avevo un’amica psicologa e mi ero fatto dare un riferimento su Cagliari. Io sapevo fino a qui. Poi la ragazza è andata da uno psichiatra. «E quindi?» chiede don Mario al vescovo. Allo psichiatra avrebbe detto che Mario aveva tentato di fare sesso con lei. Io sono scoppiato a ridere. “Eccellenza, se è andata dallo psichiatra e lui ha rivelato questa cosa… primo dovrei denunciare lo psichiatra; e se poi lei, Eccellenza, dice che questa ragazza era incapace di intendere e di volere… o fa un accertamento sulla veridicità del racconto, oppure sta usando questa cosa apposta contro di me. Ma poi, soprattutto, io sono gay e sono sicuro di essere gay. Forse siete voi che dovete fare chiarezza su cosa pensate di me: se mi accusate di essere gay e contemporaneamente di aver fatto sesso con una donna, forse avete le idee un po’ confuse”. Avviare un processo canonico su un precedente che va contro il capo d’accusa è quantomeno bizzarro».
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NON PUOI SPRETARTI TU?
Il vescovo – per non avviare il processo canonico («non sapeva nemmeno bene come procedere, gli ho spiegato io come fare») – propone a don Mario di chiedere la riduzione allo stato laicale. Ci sarebbero state meno scocciature per lui. «Non è che ho fatto il prete a caso o perché non avevo altro da fare. E ci ho messo 16 anni! Ma soprattutto, non è cambiato nulla da quella scelta iniziale». E così, dopo l’estate, don Mario gli dice che ha deciso di uscire dalla chiesa cattolica. Vuole restare prete e l’unico modo è questo. Gli scrive una lettera da inoltrare al Vaticano. «Peccato che poi dopo ci sono stati i postumi: questo vescovo, sul quindicinale della diocesi, ha pubblicato la mia lettera di scomunica. Mi scomunichi perché cambio chiesa? Alla faccia dell’ecumenismo, del dialogo tra le chiese! Il messaggio, chiarissimo, è: “se te ne vai ti scomunico”. Menomale che i roghi sono passati di moda».
 
CHIESA EPISCOPALE?
Due anni prima della rottura, don Mario era entrato in contatto con la chiesa episcopale – quella che ha ordinato una donna, Maria Vittoria Longhitano – e stava già valutando l’ipotesi di cambiare chiesa. Restare nella chiesa cattolica o andarsene? «Volevo però prendere una decisione ben ponderata. Quello che è successo ha accelerato quel processo, e ho chiesto se fosse possibile il passaggio ma io ero indeciso. Anche nella chiesa episcopale però – pur partendo da premesse di apertura – ho trovato molte differenze, legate alle persone. Alcune comunità, nella comunione anglicana, sono aperte, altre chiuse e omofobe. Sulla carta l’apertura è totale, nei fatti meno. Ho deciso così al momento di non appartenere niente e a nessuno. Sono prete freelance e con alcune persone stiamo facendo un cammino spirituale di ricerca e confronto, liberi da dogmi e rigidità tipici di molte confessioni». Le motivazioni iniziali di Mario sono integre, intoccate da quanto avvenuto e protette dall’abuso dei principi della chiesa. «Ho avuto la fortuna di fare teologia a Milano. Durante quegli anni mi hanno distrutto la fede. Ogni volta che andavo a lezione crollava un pezzo. Questo mi ha permesso di ricostruirla in modo più solido. Mi hanno insegnato gli strumenti, senza passarmi un messaggio preconfezionato. Da lì in poi nessun terremoto ha scosso le fondamenta della mia fede».

 
LA SOLITUDINE
A ripensarci oggi alcuni aspetti sono ancora dolorosi. «I preti con cui collaboravo sono spariti. A parte qualche raro caso. In quegli anni sono accorto di quanta sofferenza, di quanto silenzio, di quante situazioni di doppiezza. Magari c’era un bravissimo parroco, stimato e considerato dalla diocesi, che poi andava in sauna, incontrava ragazzini, ogni sera uno o più. Se lo fai a 20 anni è abbastanza normale, ma a 60? Penso anche alla tensione di una doppia vita, di quei due mondi separati, le giustificazioni, le scuse, le menzogne e la paura di essere scoperti. Qualcuno ti scopre, ti vede – è facile che accada. Basta che su un sito ti distrai e metti la tua foto. Magari stai parlando con un ragazzo della tua parrocchia. La ricattabilità, il rischio. Un mondo dell’anima terribile. Un mondo che è indicibile, nascosto. Una vita schizofrenica. E per giunta basata su un falso principio secondo il quale i preti dovrebbero essere casti (o addirittura asessuati). È una grandissima menzogna che per giunta viola nel cuore il pensiero biblico basato sulla bellezza della vita e la benedizione del sesso. Un frate tempo fa mi ha contattato su Facebook, ci siamo scritti, poi mi accorgo che non siamo ancora in contatto e gli chiedo amicizia. Lui declina perché ha paura che se gli altri vedono che siamo amici… che scandalo se sei amico di Mario, che mica è detto che ci vai a letto. A 50 o 60 anni pensi questo? Vivi così? È peggio degli anni ’50, e il KGB avrebbe dovuto imparare molto dal Vaticano». In questa solitudine c’è chi prova addirittura a mandarti nelle comunità riparative, per aggiustare forse una delle poche cose che non richiederebbe interventi: l’orientamento omosessuale. «Recentemente incontrato un prete mandato in una di queste comunità di recupero. “Perché ci sei andato?”, gli ho chiesto. “Non voglio fare polemiche, ci vado per quieto vivere e poi allo psicologo che mi segue gli racconto balle”. Ma intanto stai lì un anno o due, stai richiuso in un posto dove vogliono farti diventare eterosessuale. E magari hai 50 o 60 anni! Ma ha senso? Queste comunità, poi, sono legali solo apparentemente, le chiamano “di riflessione” o “anno sabbatico” ma poi di fatto esercitano queste “terapie riparative” che sono condannate dalla comunità scientifica». Anche fuori sono in pochi a dichiarare ufficialmente di svolgere terapie riparative, ma ancora in molti a pensare che l’orientamento omosessuale andrebbe aggiustato.
 
IL SESSO E LA VERGINITÀ
«C’è davvero molto da cambiare, non solo nella chiesa cattolica» dice don Mario. «A partire dalla sessualità. Il sesso mi ha salvato. Per tanti anni anch’io credevo nel valore della “verginità per il Regno” e cercavo di essere casto. Per fortuna il mio corpo si è sempre ribellato e la pulsione sessuale si è sempre imposta. È stata la mia salvezza. Quando ero casto, ero inflessibile. Quando invece la vita mi ha portato a far sesso con un’altra persona e avere una relazione, tutto è cambiato. All’inizio è stato “traumatico”: un terremoto che sconquassava un’altra “verità” cui ero stato educato e in cui credevo acriticamente. Ma ho capito che la verginità era un costrutto umano, un mezzo per controllare le persone». Che origine ha l’obbligo della castità? Viene dal Vangelo? Gesù era vergine? «Che Gesù fosse vergine non è provato. Anzi. Tanti brani del Vangelo evidenziano che non disdiceva per nulla il contatto con le donne. E non un contatto qualsiasi! Per esempio quando i Vangeli narrano di donne che gli baciano i piedi dobbiamo ricordare che nel linguaggio biblico “scoprire i piedi” significa “far sesso”. E poi la Bibbia è contraria alla verginità. Tutte le donne sterili presenti nella Bibbia si sentono “maledette” e Dio interviene liberandole da quella condizione disonorevole facendo in modo che restino incinte». E la Madonna, non era vergine? Risponde don Mario: «Joseph Campbell (uno dei più illustri studiosi di mitologia e religioni di tutto il mondo) scrive in Mito e modernità: “La cultura moderna, comparando in modo sistematico i miti e i riti di tutta l’umanità, ha trovato quasi ovunque leggende di vergini madri di eroi che morivano e risorgevano” e poi in Percorsi di felicità aggiunge: “Molte figure, che la nostra religione afferma dogmaticamente abbiano realtà storica, sono oggi assai difficili da interpretare in termini storici […] Questi simboli originano dalla psiche: parlano dello spirito e allo spirito”. Ecco il punto: la Chiesa cattolica si è arroccata su alcuni simboli fossilizzandoli in dogmi. Ma così i simboli hanno perso il loro messaggio profondo. Maria, se ha partorito Gesù, sicuramente ha avuto “storicamente” una relazione sessuale. Ma “simbolicamente” è importante che sia vergine e tutta disponibile per lo Spirito. La Bibbia non può valorizzare la castità come valore. Cosa dice il primo comando che Dio dà all’uomo? “Andate e moltiplicatevi”; cioè fate sesso. E la chiesa cosa ha fatto? Ha invertito i termini tradendo così completamente il pensiero biblico. E poi per completare l’opera ha abbracciato il platonismo allontanandosi in modo definitivo dalla Bibbia separando lo spirito e l’anima dal corpo. Che tragedia».
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IL SESSO COME SALVEZZA
«Da quattro anni ho una relazione – continua don Mario – e da allora dentro di me si è smossa una forte energia di vita che prima, con la volontà di restare casto, comprimevo. È quello che nel tantrismo viene chiamato “kundalìni”: l’energia che giace come un serpente alla base della spina dorsale e chiede di essere risvegliata e lasciata fluire attraverso i 7 chakra. Ecco è successo proprio questo: la mia kundalìni si è risvegliata, l’ho lasciata fluire con libertà ed è stata una vera rinascita. Ecco la vita nuova e lo spirito nuovo di cui parla la Bibbia!». Immagino che molti chiederebbero a don Mario come si può conciliare il sesso con l’essere prete, o magari qualcuno chiederebbe come far convivere l’amore di Dio e l’amore per il suo compagno. «Innanzitutto Giovanni, l’evangelista amato da Gesù (interessante che il Vangelo non si vergogni di nominare questo amore!), in una sua lettera scrive: “Chi non ama il fratello che vede non può amare Dio che non vede”. Inoltre nella mia esperienza posso dire di aver vissuto le più profonde estasi ed esperienze mistiche di connessione con il tutto anche facendo sesso con una persona, quando vissuto con profondo godimento e reciprocità e abbandono. Anche l’esperienza ebraico-cristiana ha sempre considerato il Cantico dei Cantici il libro più sacro di tutti: un libro che non parla mai di Dio ma celebra (anche con accesi toni erotici) l’amore carnale di due sposi».
 
CHE SIGNIFICA ESSERE PRETE FREELANCE?
Non essendo più cattolico e non appartenendo a nessun’altra chiesa, come vive don Mario il suo ministero? «Con alcune persone stiamo facendo un cammino di ricerca spirituale. Ci incontriamo per confrontarci e celebrare. Proveniamo da diverse strade: chi è cattolico, chi cristiano, chi buddista, chi ateo o agnostico. Al momento non abbiamo un vero e proprio nome identificativo, solo un simbolo di riferimento: il cerchio. Un po’ ci siamo ispirati a un teologo americano con cui io sto collaborando (Matthew Fox) che nel suo libro A Spirituality Named Compassion parla del “cerchio di Sara” come simbolo dinamico e inclusivo opposto alla rigida e arrivistica scala di Giacobbe (che spesso – non a caso – ha ispirato la spiritualità cattolica). E abbiamo preso questa immagine come simbolo di riferimento perché vogliamo considerarci tutti allo stesso piano (senza nessuno che stia a capo tavola e comandi)». Questa è la vita di don Mario fuori dalle chiese ufficiali. Gli chiedo se pensa che prima o poi avrà voglia di appartenere a una chiesa. «Al momento, mi piace restare “prete freelance” e non sentirmi vincolato a nessuna religione. Anche se da un anno sono in contatto la Metropolitan Community Church, nata nel 1968 da un pastore gay, che è molto impegnata nel mondo per il riconoscimento e il rispetto dei diritti e per una chiesa inclusiva davvero per tutti: etero, gay, lesbiche, trans, bisex, cristiani, credenti, atei, agnostici e chiunque voglia impegnarsi in una trasformazione spirituale per un mondo più giusto. A settembre, con un ragazzo ventenne della provincia di Varese anche lui molto interessato alla MCC, siamo stati al loro annuale Meeting Europeo ed è stata un’esperienza davvero interessante: chiunque era accolto così come era. E durante il meeting sulle porte dei bagni c’era scritto “per tutti”: un’interessante concreta attenzione visto che erano presenti anche persone transessuali o dalla identità sessuale fluida». In Italia questa chiesa non esiste, e magari potrebbe essere proprio questa la chiesa per don Mario, una chiesa da costruire senza confini e paletti. «Nei Vangeli si legge: “Se qualcuno vi dirà: ecco il Cristo è qui o è là; ecco è nel deserto ecco è in casa non ci credete e non ci andate” e, quindi, secondo questo invito, preferisco essere sempre alla ricerca sapendo che – e riprendo Campbell – “quando c’è un dogma allora cominciano i guai”. Preferisco evitare ogni fossilizzazione e irrigidimento che – ahimè – accompagna le religioni monoteistiche (e lo vediamo molto bene oggi nei vari fondamentalismi)».
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