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Veronica Padoan: la figlia del ministro contro gli «assassini in giacca e cravatta»

veronica padoan

Veronica Padoan, figlia del ministro dell’Economia, armata di megafono ha manifestato davanti alla prefettura di Foggia dove, ieri, si è tenuto un vertice sul caporalato alla presenza del ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

Veronica Padoan: la figlia del ministro contro gli «assassini in giacca e cravatta»

Veronica Padoan partecipa a «Campagne in lotta», associazione che aiuta i lavoratori agricoli che vivono nel Gran Ghetto tra Foggia e San Severo nel Tavoliere delle Puglie. Il cosiddetto “gran ghetto” di Rignano Garganico, una baraccopoli con circa duemila braccianti agricoli stagionali extracomunitari è da tempo nelle attenzioni della figlia del ministro dell’Economia, e oggi la sua immagine col megafono sotto la prefettura di Foggia e le sue dichiarazioni, riprese da molti media locali, sono diventati virali, sul web, specie su Youtube. “La questione del ‘gran ghetto di Rignano’ – ha detto Veronica Padoan – è una delle questioni che più angoscia la Regione Puglia perché ha delle responsabilità oggettive e ha notevoli pressioni direttamente dall’Unione europea, per questo c’è questa urgenza di dover di modificare le cose”. E “il gran ghetto di Rignano è uno degli insediamenti più grandi ma ce ne sono altri”, ha ricordato, aggiungendo: “Effettivamente ci troviamo di fronte ad uno dei complessi abitativi più grandi, ma come questo in Italia ci sono altri ghetti; quindi, il giochino di mettere tutta l’attenzione sul ghetto lascia il tempo che trova. Comunque va smantellato”. Che già “nel 2014 la giunta Vendola aveva millantato di smantellare il ghetto”.
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Ma il problema più grande “è che se non si organizza effettivamente il lavoro in campagna è inutile parlare di smantellare i ghetti. La questione abitativa è presente anche nei contratti provinciali e nazionali”. “E questo – ha concluso la figlia del ministro – soprattutto i signori che stanno sopra in in questo palazzo lo sanno molto bene, li hanno firmati loro questi contratti”. Lo stesso ministro Orlando aveva voluto visitare, prima di iniziare il suo giro di incontri ufficiali, con una visita a sorpresa alla “città fantasma” di Rignano: “È qualcosa di inaccettabile. È da questo luogo che penso sia più giusto ribadire l’impegno del governo ad approvare nel più breve tempo possibile la nuova legge contro il caporalato”, ha sottolineato il Guardasigilli. Ché “il caporalato è una piaga che vogliamo cancellare al più presto”. Lei parla anche con Repubblica:

«Caro ministro dell’ingiustizia…», comincia così, megafono in mano, uno dei messaggi che lancia a Orlando mentre, insieme ai compagni, grida: «Assassini in giacca e cravatta, assassini con la divisa». Sono anni che chiedete una nuova legge sui braccianti. Ora quella legge è pronta, voluta da questo governo. Perché siete qui a protestare? «Perché non è certo quello che serve. L’unico strumento reale per cambiare le cose sono i contratti nazionali di lavoro e gli accordi provinciali: sono l’unica maniera, seppur minima, per eliminare lo sfruttamento o parte di esso».

Il caporalato in Italia

 
Oggi il caporalato è un’attività che mira allo sfruttamento a basso costo di manodopera fatta lavorare abusivamente e illegalmente a prezzi inferiori rispetto a quelli del tariffario regolamentare e senza il versamento dei contributi previdenziali. Il fenomeno è molto diffuso in Italia, spesso collegato a organizzazioni malavitose, e colpisce le fasce più deboli della popolazione, come i lavoratori immigrati. Secondo le stime sono 400 mila i lavoratori coinvolti nel caporalato nel nostro Paese, di questi 100 mila sono in condizioni di grave assoggettamento. L’80 per cento è costituito da stranieri, che ricevono un salario giornaliero di circa la metà rispetto a quello stabilito dai contratti nazionali. Il fenomeno non è limitato al Mezzogiorno: è anzi in aumento nel Nord e nel Centro del Paese. I distretti agricoli in cui si pratica il caporalato sono 80. In 33 di questi sono state riscontrate condizioni di lavoro «indecenti» e in 22 «di grave sfruttamento». Il caporalato danneggia il Paese per oltre 600 milioni di euro all’anno: è questo l’ammontare del mancato gettito contributivo