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Il vampirismo in Italia

Se vi dicessero che in Italia si aggirano tra i cento e i duecento “vampiri”, non di quelli sentimentali di cui sono piene le rubriche di lettere alla psicologa sui settimanali popolari, ma proprio di “creature” alle quali piace nutrirsi di sangue, ci credereste? Mettete da parte lo scetticismo, i vampiri esistono. Ma non li incontrerete di notte, avvolti in lugubri mantelli neri con denti aguzzi pronti ad affondare nel collo di qualcuno. Più probabile che qualcuno di loro lo incrociate tra un paio di mesi a Roma in occasione di “Esoterica”, il festival dell’esoterismo.

Il vampirismo in Italia

Lì proprio dove Leandro Abeille, un sociologo, l’anno scorso ha preso i primi contatti per la sua ricerca sul vampirismo in Italia, durata un anno, durante la quale ha partecipato anche ad alcuni riti. Dopo “Esoterica” Abeille ha usato la sua conoscenza dei social network per entrare in contatto con alcuni gruppi, sparsi un po’ in tutta Italia. Insomma, se credevate che l’unico vampiro di vostra conoscenza fosse il vostro direttore di banca che vi telefona per farvi rientrare di un fido, ricredetevi. C’è gente, anche in Italia, che si crede erede di Dracula, ma non ha particolari problemi con paletti di legno e crocifissi.
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Nella sua ricerca Abeille spiega che «non si devono innanzitutto confondere i “real vampires” con i “feticisti del sangue”, quelle persone che provano un eccitamento, perlopiù sessuale, alla vista o a contatto col sangue. Qui si parla di persone che percepiscono una “necessità fisica” di cibarsi di sostanza ematica. I vampiri non danno alcun senso erotico al sangue e non necessariamente il partner di sangue è anche un partner sessuale».

I vampiri e il sangue

E aggiunge: «I vampiri sanguinari, per limitare le condizioni di spossatezza, assumono sangue facendo ricorso ai “donatori”. Non si parla del morso sul collo alla Dracula, con ampia assunzione di sangue, ma di piccole quantità di sostanza ematica, che sono sufficienti a ristabilire il vigore. Le quantità sono simili per tutti i “real vampire” e più o meno si sostanziano in circa un cucchiaino di caffé, assunto ogni 15-21 giorni. Per essere più precisi: la quantità di sangue è pari a quello che esce dopo alcuni tagli superficiali, asportato con una o due suzioni. I “real vampires” non hanno denti aguzzi e quindi non mordono, perché, seppur molto suggestivo, sarebbe un sistema poco pratico di raggiungere il sangue e molto doloroso per il donatore. In genere si utilizzano lamette che fanno un taglio preciso, che si rimargina in fretta, senza lasciare segni permanenti».
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Perché lo fanno? Per quello che considerano un “bisogno”: «Tutti o quasi», spiega il sociologo, riferiscono una sorta di “sete”, il bisogno di assumere sangue umano. Il sangue animale non li soddisfa, aspirano al sangue fresco. Fresco nel senso di sangue che fuoriesce dalle carni del donatore».

«Non siamo malati»

Se pensate che i vampiri italiani abbiano problemi di autostima, sbagliate registro: «Un punto fondamentale sul quale convergono tutti gli intervistati è che non si considerano assolutamente malati e che i medici non troverebbero alcuna spiegazione razionale e scientifica alla loro condizione», dice ancora Abeille. I “real vampires” sono altrettanto ben consapevoli che all’alba non torneranno nella loro bara, ma dovranno recarsi in ufficio, in fabbrica o a scuola. Proprio la consapevolezza di essere comuni mortali, li porta ad essere molto prudenti: assumono sangue solo di persone che che gli forniscono la prova, sotto forma di documentazione medica, di malattie trasmissibili.
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«C’è da chiarire subito che i donatori semplici sono una vera rarità in un gruppo, solo il 3% sono semplici donatori, tutti gli altri sono “real vampires” che donano oltre che bere. Nella pratica si assiste a un rigido protocollo igienico che inizia dalla disinfezione pretaglio a quella dopo la suzione. I tagli sono praticati con un cutter o con le lancette per i diabetici, facilmente reperibili, a basso costo e igieniche. In alcune occasioni ho visto utilizzare lamette da barba o un bisturi», chiosa l’autore della ricerca.