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Un voto che mette in pericolo la Brexit

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L’Alta Corte di Londra ha stabilito che il Parlamento britannico debba esprimersi sull’avvio o meno della procedura di uscita dalla Unione Europea. Questo significa che il governo del premier Theresa May non potrà presentare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che avvia il divorzio di un Paese, senza il via libera del Parlamento. È probabile ora che il governo faccia ricorso contro la decisione. “Il principio fondamentale della costituzione del Regno Unito è che il Parlamento è sovrano”, ha detto il giudice dell’Alta corte, Lord Thomas of Cwmgiedd, nel leggere il verdetto. Come sottolineano i media britannici, non solo si tratta di una forte umiliazione per il governo di Theresa May ma questo di sicuro avrà ripercussioni sui tempi della Brexit, rallentandola. Secondo il Guardian, non è comunque la fine di questo storico caso legale, che vedrà la sua conclusione molto probabilmente di fronte alla Corte suprema, che già si starebbe preparando per dibatterlo.

Un voto che mette in pericolo la Brexit

E dopo che l’equivalente britannico della Corte costituzionale ha stabilito che spetta al parlamento, non al governo, deliberare la notifica formale all’Ue della volontà di avviare i negoziati di uscita dall’Unione la sterlina ha avuto uno scatto rialzista, con un breve picco a 1,24 sul dollaro. In ogni caso il governo britannico ha annunciato che farà ricorso contro la decisione dell’Alta Corte. Il ‘braccio di ferro’ tra governo e giudici è ora destinato a ritardare la Brexit.  “Ricorreremo in appello contro questa sentenza”, ha scritto in un comunicato la Primo ministro Theresa May. “Il Paese ha votato per lasciare l’Unione europea in un referendum approvato dal parlamento e il governo è determinato a far rispettare il risultato del voto”. Gli anti-Brexit sostenevano che lasciare l’Unione senza prima aver consultato l’assemblea legislativa avrebbe rappresentato una violazione dell’accordo con cui, nel 1972, il Regno Unito aveva aderito alle comunità europee. I giudici hanno dato ragione ai Remain: il referendum era consultivo, non si può prescindere dal voto del Parlamento. “La corte accetta l’argomentazione principale dei ricorrenti”, hanno affermato i giudici, e “la corte non accoglie le argomentazioni avanzate dal governo, che ritiene questo voto inutile”. Ora si preannuncia un inedito braccio di ferro tra la giustizia e il governo; Downing Street infatti farà appello contro il pronunciamento.

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Brexit: l’infografica sul percorso del Regno Unito nell’uscita dall’Unione Europea

La sentenza definitiva a dicembre

Fonti di stampa concordanti evidenziano che la Corte suprema potrebbe essere chiamata a esprimersi su un ricorso contro la sentenza, gia’ annunciato dal governo, il mese prossimo. Al centro della disputa l’articolo 50 del trattato dell’Ue, secondo il quale gli Stati membri possono uscire dall’Unione “in accordo con i loro requisiti costituzionali”: un’espressione sufficientemente vaga da permettere interpretazioni contrastanti. “La Corte non accetta l’argomento presentato dal governo – si legge ancora nella sentenza – e non c’è nulla nell’European Communities del 1972 che lo sostenga”. “Il governo non ha il potere, in base alla prerogativa della Corona, di annunciare l’avvio dell’articolo 50 per il ritiro del Regno Unito dalla Ue”, ha concluso il lord chief justice. Intanto l’indice Pmi che monitora il settore dei servizi è salito a ottobre a 54,2, il livello più alto da gennaio, soprattutto grazie all’indebolimento della sterlina che aiuta la domanda estera. Il dato – rilevato da Ihs Markit – è superiore alle attese degli analisti che puntavano su 52,5 punti e per il terzo mese di fila resta sopra quota 50, soglia di demarcazione tra espansione e contrazione del ciclo.

La vittoria della democrazia parlamentare

Uno dei ricorrenti, Grahame Pigney, si è felicitato di una “vittoria per la democrazia parlamentare” e ha auspicato che “tutti rispettino la decisione della Corte in modo che il parlamento possa prendere una decisione sulla attivazione dell’articolo 50”, invitando il governo a non fare appello. Ricordando il carattere “consultivo” del referendum, i ricorrenti hanno sostenuto che uscire dall’Ue senza consultare il parlamento sarebbe una violazione dei diritti garantiti dall’Atto delle comunità europee del 1972 che ha incorporato la legislazione europea in quella del Regno Unito. La Primo ministro Theresa May ha indicato che intende avviare le procedure di divorzio dall’Ue prima della fine del marzo 2017. Sostiene di non aver bisogno del voto del Parlamento per attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, potendo fare affidamento su delle “prerogative storiche” del governo e sulla volontà popolare espressa nel referendum del 23 giugno. Anche il più alto responsabile giudiziario del Paese, l’Attorney general Jeremy Wright, aveva dichiarato che l’approvazione del Parlamento non era necessaria dopo il voto senza ambiguità del popolo britannico. Venerdì scorso, l’Alta Corte di giustizia dell’Irlanda del Nord ha respinto un primo ricorso contro la Brexit. I ricorrenti sostenevano che la Brexit comprometterebbe i fragili accordi di pace firmati nel 1998 dopo decenni di violenze.