Opinioni

Un Paese in cui Report deve difendersi dalle inchieste di Renzi (e non viceversa) è un Paese finito

Il quadro è questo. Un programma giornalistico anticipa un’inchiesta su un rilevante leader politico nazionale, primo (e assai compiaciuto) responsabile della caduta di un governo in carica nel bel mezzo della più grave pandemia degli ultimi cento anni.

L’anticipazione mostra lo stesso leader intento a intrattenersi per 40 minuti in Autogrill con uno 007 di lungo corso, proprio nel vivo di una crisi di governo che ruota – tra le altre cose – attorno alla delega del Presidente del Consiglio ai Servizi segreti. Nessuno sa cosa si sono detti. Quello che è certo è che, dal giorno dopo, il politico sorpreso in Autogrill comincia a picconare sistematicamente il premier perché rinunci a quella delega, trasformandola in una battaglia politica senza quartiere.

In un Paese normale, democratico, il suddetto leader, che ritiene non esserci nulla di anomalo, compromettente e meno che pulito nella sua condotta, ha una e una sola strada davanti a sé: fa una nota e si difende punto su punto, nel merito delle contestazioni che gli vengono mosse, spiegando nel dettaglio cosa ci faceva con lo 007 in Autogrill, cosa si sono detti e perché dal giorno successivo ha cominciato a chiedere a Conte di restituire la delega ai servizi. E non lo fa per rispondere a quel programma o questo giornalista, ma ai cittadini italiani, che hanno tutto il diritto di essere a conoscenza di incontri, azioni o atti potenzialmente rilevanti per le sorti del Paese.

Invece no, qui in Italia il partito del suddetto leader fa un’interrogazione parlamentare in cui accusa il giornalista di aver pagato 45.000 euro una fonte lussemburghese per mettere nel mirino il sopraddetto leader. E il giornalista in questione è costretto a fare un video di 2 minuti e 19 secondi per fare quello che il politico non ha voluto o saputo fare: dare spiegazioni, nel merito e nel metodo. Siamo al paradosso: invece di rispondere alle inchieste dei giornalisti, i politici “indagano” e accusano a loro volta i giornalisti, come se fossimo in Russia… o in Arabia Saudita.

Già solo il fatto che sia il giornalista a doversi difendere dalle accuse del politico di turno dà la misura dello stato di perversione politico-mediatico in cui è precipitato questo Paese. E non importa se il leader si chiama Renzi, il programma Report e il giornalista Ranucci. Il problema è che un Paese in cui Report è costretto a difendersi dalle “inchieste” di Renzi (e non viceversa) è un Paese finito.