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La triste fine di Trump, dalla grazia a Bannon alla minaccia: “Torneremo”

L’inizio di Joe Biden e la fine di Donald Trump. Il cambio di rotta della Casa Bianca, da subito al lavoro per ribaltare l’era del Tycoon.

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Sono le 17.41, ore italiane, e la scena è questa: una donna americana di origini indiane e giamaicane per la prima volta nella storia degli Stati Uniti pone la mano sinistra sulla Bibbia e la destra all’insù. E davanti al giudice della Corte Suprema Sonia Sotomayor giura di servire fedelmente il suo Paese in qualità di vicepresidente. A Capitol Hill, davanti a Kamala Harris, ad assistere ci sono i presidenti Bill Clinton, George Bush e Barack Obama. C’è anche Mike Pence, repubblicano e vicepresidente di quel presidente che ha preferito disertare l’insediamento del suo successore. E infatti, proprio pochi istanti prima del giuramento del numero due di Joe Biden, l’elicottero di Donald Trump atterra in Florida, nella sua residenza di Mar-a-Lago. Un grande assente, decollato da Washington con una promessa: “Arrivederci, in qualche modo torneremo”.

Lui che non si è rassegnato alla sconfitta, che continua a parlare di brogli e imbrogli. Che solo alcuni giorni fa, parlando ai suoi seguaci, ha chiesto a gran voce di non arrendersi. Così tanto, che il Parlamento è stato letteralmente occupato e che in quattro hanno perso la vita. Proprio in quel luogo in cui ieri ha preferito non essere presente. Non solo: con sé ha portato anche la valigetta con i codici nucleari, quella che – solitamente – si consegna al successore proprio durante la cerimonia di giuramento. Arriverà poche ore dopo a Biden, con un aereo destinazione Casa Bianca.

Subito dopo Kamala Harris, a replicare la scena (mano sinistra sulla Bibbia e destra all’insù), è Joe Biden, già vice del democratico Obama, predecessore due volte di Trump. E in un istante sembra tutto cancellato, fin dalle prime parole del neo presidente: pace e unità. Le stesse che il Tycoon, fin dalla prima campagna elettorale, aveva messo – secondo alcuni – in discussione: il muro col Messico, le minacce al dittatore coreano Kim-Jong un (salvo poi l’aver trovato dei punti di incontro), l’uscita degli Usa dall’accordo di Parigi. Insomma, una parentesi aperta dopo l’amministrazione Obama, che ieri Biden ha chiuso durante il suo primo discorso alla Nazione. Chiusura sancita dai primi 17 ordini esecutivi, firmati non appena entrato nello studio ovale.

Eppure Trump – 74 anni e scaricato anche da molti dei suoi – crede che questa parentesi non si sia chiusa. O almeno: ha promesso un suo ritorno. Se non il suo, magari qualcuno della sua famiglia. Che se non appoggiato dai repubblicani – che, ricordiamo, a Trump hanno voltato le spalle – potrà essere sostenuto da un nuovo partito, dei sedicenti “Patrioti”. In cui magari riavrà un ruolo centrale l'(ex?) amico Steve Bannon, che proprio nell’ultimo giorno della sua presidenza ha voluto graziare. Lui che, suo ex consigliere ed espressione della destra estrema, era accusato negli Stati Uniti per truffa. E “indulgente” lo è stato anche con altre 72 persone. Salvo però aver permesso di giustiziare la settimana scorsa la detenuta Lisa Montgomery. Portando a undici il numero dei condannati a morte. Undici in quattro anni.