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La storia dietro la foto della famiglia sterminata da un colpo di mortaio a Irpin mentre fuggiva

Un’altra terribile immagine che racconta la brutalità della guerra in Ucraina. Tatjana, Anatolij, Alisa, Miketa: quattro persone colpite mentre, valigie alla mano, stavano lasciando la città a pochi chilometri da Kyiv

Famiglia sterminata a Irpin

Una storia tragica come epilogo di un’altra storia tragica. Un dolore che si aggiunge al dolore. Le immagini che continuano ad arrivare dall’Ucraina sono il simbolo più tangibile di quella guerra che Mosca continua a negare (impedendo ai media di utilizzare quel termine). Mera propaganda, perché poi ci sono testimonianza, foto e video che confermano come le principali vittime di tutto ciò siano i civili innocenti, colpiti anche mentre provavano a lasciare le città per mettersi in fuga. E la foto della famiglia sterminata a Irpin da un colpo di mortaio è una di quelle che dovrebbe rimanere nella mente e negli incubi dei carnefici.

Famiglia sterminata a Irpin da un colpo di mortaio mentre fuggiva dalla città

Tatiana (43 anni), i suoi due figli Alisa (9 anni) e Miketa (18 anni). Poco più distante il corpo, anch’esso senza vita, del 27enne Anatolij. Quattro vite spezzate da un colpo di mortaio. Quattro vite il cui tentativo di fuga è stato fermato da quell’esplosione che li ha colpiti nel pieno centro della città di Irpin, all’interno della Regione di Kyiv. Un’intera famiglia sterminata. Perché la mamma e i suoi due figli erano nel secondo passaggio del loro tentativo di mettersi in salvo.

Avevano lasciato il Donetsk subito dopo la prima invasione russa del Donbass del 2014. Avevano cercato rifugio e una nuova vita in quell’Ucraina colpita, nei giorni scorsi, dall’altra aggressione voluta da Vladimir Putin. Ma sabato mattina, intorno alle 9, davanti a quella chiesa di Irpin le loro vite e la loro nuova ricerca di una vita migliore e lontana dalle bombe è stata interrotta da un colpo di mortaio. Quella tragedia è stata immortalata da un collaboratore del New York Times che ha descritto così quella foto e quegli istanti simbolo della guerra:

“Stavo camminando per le vie di Irpin, il villaggio attaccato dai russi a nord-ovest di Kiev. C’erano profughi che cercavano di scappare. Stavo facendo foto e film. Poco prima avevo sentito colpi di mitragliatrice, stavo muovendomi con altri colleghi. Ad un certo punto è stato chiaro che i russi da distanza avevano visto i profughi che tentavano di scappare. Gli sfollati erano centinaia: donne, bambini, anziani, malati erano aiutati dai volontari. Allora è arrivata la bomba”.

Un attacco che, dunque, sarebbe stato volontario. Deciso arbitrariamente per fermare la fuga (nell’immagine si vedono le valigie delle vittime) da Irpin. Il tutto nei giorni in cui si stava parlando (e lo si fa tuttora) dei corridoi umanitari che vengono spesso interrotti a causa dei continui attacchi russi. E la sorte più tragica ha toccato la famiglia sterminata a Irpin da quel colpo di mortaio. Il fotografo Andriy Dubchak che ha pubblicato quelle immagini (ed è anche rimasto ferito a causa di quell’esplosione) ha poi raccontato di esser stato contattato dalla madrina delle due vittime più giovani:

“Tatiana e i due figli avrebbero dovuto raggiungerla. Ora la madrina dovrà recuperare i corpi che si trovano nell’obitorio centrale di Kiev. Tra loro faranno il funerale. A Kiev adesso risiede una comunità di sfollati da Donetsk”.

(foto: da prima pagina New York Times)