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Stefano Graziano e la «Gomorra» del PD in Campania

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Era consigliere regionale in Campania e presidente del partito nella regione. Dal 2013 al 2015 era stato consigliere per l’attuazione del programma di governo a Palazzo Chigi e aveva salutato Renzi solo dopo la candidatura. Oggi Stefano Graziano è il nome più grosso dell’operazione contro i Casalesi che ha portato a nove arresti: le sue dimissioni da presidente del PD e dell’Assemblea regionale campana sono arrivate nel pomeriggio, mentre già infuriava la polemica politica con il MoVimento 5 Stelle che accusava la «Gomorra» del PD nella regione.

Stefano Graziano e la «Gomorra» del PD in Campania

Le ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite dal Nucleo regionale di  polizia tributaria della Guardia di finanza e dai carabinieri del nucleo investigativo di Caserta. I reati ipotizzati a vario titolo vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta e falso ideologico. Ipotizzata anche l’aggravante di aver agevolato la criminalità organizzata e in particolare il clan camorristico dei Casalesi. Nell’inchiesta sono coinvolti imprenditori, funzionari comunali e professionisti. Graziano, sotto inchiesta, è il destinario di un decreto di perquisizione dove è ipotizzato il reato di concorso esterno in associazione camorristica: perquisite le sue abitazioni di Roma e di Teverola, provincia di Caserta, e il suo ufficio di consigliere regionale al Centro direzionale di Napoli. L’ipotesi di reato nei confronti di Stefano Graziano, indagato oggi, è quella di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, l’esponente politico ha chiesto e ottenuto appoggi elettorali in riferimento alle ultime consultazioni per l’elezione del consiglio regionale della Campania. Le perquisizioni a carico di Graziano hanno interessato le sue abitazioni di Caserta e Roma e gli uffici nella sede del Consiglio regionale della Campania. L’ipotesi di reato su cui i pm coordinati dall’aggiunto Giuseppe Borrelli intendono far luce riguarda alcune conversazioni intercettate dai carabinieri di Caserta tra Alessandro Zagaria, il ristoratore che per gli inquirenti è l’anello di congiunzione tra clan e amministratori pubblici corrotti, e Biagio Maria Di Muro, ex sindaco di Santa Maria Capua Vetere al centro dell’appalto con evidenza pubblica per il restauro di un palazzo storico samaritano, nel quale pare abbia dimorato Giuseppe Garibaldi, confiscato negli anni ’90.

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Stefano Graziano con Maria Elena Boschi (foto dal Corriere della Sera)

Conversazioni nelle quali si fa riferimento a Graziano come politico che chiede appoggio elettorale e in cambio diventa “punto di riferimento politico e amministrativo” del gruppo Zagaria dei Casalesi. La gara per il restauro del palazzo, immobile da destinare per una ironia beffarda a Polo della cultura e della legalità, viene bandita a novembre 2013 e aggiudicata il 9 ottobre dell’anno successivo alla società di Marco Cascella con la progettazione di Guglielmo La Regina. Le intercettazioni ambientali e telefoniche, oltre a rivelazioni di pentiti, confluiscono in due informative, dei carabinieri di Caserta e della guardia di finanza di Napoli, che poi da luglio scorso danno il via all’indagine che ha portato ai nove arresti e alle perquisizioni a carico di Graziano. Perquisizioni e acquisizioni di atti ci sono state pero’ anche nei mesi scorsi, cosi’ da documenti cartacei informatici e riscontri bancari è emerso lo scenario che ha portato il gip Laura Alfano a emettere i provvedimenti. L’inchiesta, inoltre, è legata ad un’indagine che il 30 marzo scorso ha portato alla misura cautelare nei confronti di un consigliere comunale samaritano, Alfonso Salzillo, che, intercettato, piu’ volte testimonia dei continui contatti tra Alessandro Zagaria e l’ex sindaco Di Muro. La tangente pagata per i lavori di restauro e’ di 100 mila euro, su un appalto di 2 milioni di euro, 70mila da dividersi tra Di Muro e Roberto Di Tommaso, il funzionario comunale responsabile unico della gara d’appalto, e altri 30 mila euro vanno a Vincenzo Manocchio. Proprio le conversazioni telefoniche tra Zagaria e Di Muro chiamano in causa l’esponente del Pd che, nell’ipotesi del pm, ha chiesto e ottenuto appoggi nelle ultime tornate elettorali.
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Stefano Graziano con Matteo Renzi a Palazzo Chigi

Il ruolo di Graziano a Palazzo Chigi

Sull’incarico ricoperto da Stefano Graziano a Palazzo Chigi, fonti dell’esecutivo fanno sapere all’agenzia di stampa ANSA che il governo Renzi non abbia rinnovato alcun ruolo all’ex deputato perché tale impegno, assunto sotto il governo Letta, aveva una durata di un solo anno, dal 31 dicembre 2013 al 31 dicembre 2014, termine in cui l’incarico è cessato senza essere confermato. Sul suo sito Graziano ha raccontato una versione diversa:

Dal Settembre 2013 ad oggi ha ricoperto la carica di Consigliere alla Presidenza del Consiglio per l’attuazione del programma di Governo, dando le dimissioni per motivi etici all’atto dell’accettazione della candidatura in Consiglio Regionale, per non ricoprire un duplice ruolo.

In politica sin da giovanissimo nelle file dei giovani della Dc, Stefano Graziano ha militato in diversi partiti dell’area centrista, prima di approdare nel Pd assieme a Marco Follini nel 2008, quando venne anche eletto per una legislatura deputato. Dopo i primi passi nei giovanili della Dc, Graziano ha militato con il Ppi di Martinazzoli e qui rimase dopo la scissione nel 1995 da parte di Buttiglione. Membro del Consiglio nazionale, ai tempi di Gerardo Bianco e Franco Marini, Graziano cambiò casacca quando il Ppi di Castagnetti diede vita alla Margherita assieme all’Asinello di Arturo Parisi, a Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini. Graziano fu tra i promotori di Democrazia Europea, il partito fondato nel 2001 da Sergio D’Antoni, che tentò alle elezioni di sfondare al centro. L’anno dopo Democrazia europea diede vita assieme al Ccd di Casini e alla Cdu di Buttiglione all’Udc. Con il partito di Casini ricoprì l’incarico di responsabile per la legge elettorale e si avvicinò a Marco Follini, con il quale uscì dal partito centrista nel 2006, dando vita a Italia di Mezzo. Nel 2008, sempre assieme a Follini aderisce al Pd, con il quale diventa deputato dal 2008 al 2013.

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Quando Stefano Graziano era preoccupato per la camorra a Quarto

Per quanto riguarda gli altri, Biagio Di Muro, fino a dicembre 2015 sindaco di Santa Maria Capua Vetere è in carcere insieme all’imprenditore del settore della ristorazione, Alessandro Zagaria, 30 anni, nessuna parentela con il boss Michele, l’unico però che deve rispondere di associazione a delinquere di stampo mafioso. Altri sette indagati tra funzionari comunali e professionisti sono agli arresti domiciliari. Tra gli altri c’è anche il funzionario del Comune casertano, Roberto Di Tommaso. “Gli indagati agivano nella continua e costante violazione delle norme preposte per il buon andamento della pubblica amministrazione e di trasparenza di assoluto controllo capillare di enti ed istituzioni”, scrive il Giudice per le indagini preliminari. Lo facevano, continua il giudice, “in dispregio dei principi di trasparenza della pubblica amministrazione che rispondeva non alle necessita’ pubbliche e a quelle dei cittadini, ma solo alle esigenze delle persone legate al comitato d’affari”. Questo controllo della vita pubblica avveniva per la “pressante ingerenza di un imprenditore del clan, ovvero Alessandro Zagaria e del sindaco Biagio Di Muro”, i quali si sarebbero appropriati di una “rilevante fetta nella gestione degli appalti pubblici ufficiali”, per ricavare tutti un vantaggio personale. “Il coinvolgimento di persone solo apparentemente pulite, la possibilità di avvicinare uomini delle istituzioni, la capacità per il clan di continuare ad essere presente negli enti territoriali, operare nel settore economico degli appalti”, sono elementi che contribuiscono a rendere, se possibile, ancora più gravi ed “allarmanti i delitti commessi”.