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«Spagna, benvenuti in Italia»

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«Spagna, benvenuti in Italia»: El Pais sintetizza così i risultati delle elezioni politiche che ieri sera hanno certificato che nessuno dei partiti ha la maggioranza per formare da solo un governo. Nemmeno Rajoy, che pur risultando primo nei voti si ferma a 122 parlamentari, perdendone 64 dal 2011 e finendo ben al di sotto della soglia di 176 che rappresenta la maggioranza assoluta. Che il Partito Popolare non raggiunge nemmeno con l’apporto di Ciudadanos che ha conquistato 40 seggi: un ottimo risultato per una formazione all’esordio ma ben al di sotto di quello che era necessario. E se la destra piange la sinistra non ride, visto che anche PSOE e Podemos (con l’apporto di altri di sinistra) non raggiungono la maggioranza necessaria. ÍÑIGO DOMÍNGUEZ scrive che la situazione spagnola ricorda l’Italia della prima Repubblica, quando con progressive aggiunte arrivò a governare un pentapartito (quello formato da DC, PSI, PRI, PSDI, PLI) prima della rivoluzione di Tangentopoli e dell’ascesa di Berlusconi e Forza Italia. E oggi  si impenna lo spread tra Bonos e Bund, dopo l’esito del voto in Spagna che non ha prodotto una maggioranza chiara in grado di governare. Il differenziale di rendimento tra il decennale di riferimento spagnolo e l’omologo tedesco e’ in apertura a 133 punti base con il rendimento che schizza dall’1,70% di venerdì all’1,90% di queste prime fasi di contrattazione.

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Benvenuti in Italia, titola El Pais


Spagna, verso una grande coalizione?

Podemos e Ciudadanos hanno intercettato la grande voglia di cambiamento rispetto ai due partiti tradizionali che hanno governato per anni la Spagna, ma nessuno dei due ha tecnicamente “sfondato”, e nemmeno sarà l’ago della bilancia per nuove coalizioni a questo punto improbabili. Il conservatore Mariano Rajoy, a capo del partito che ha ottenuto più voti alle elezioni spagnole perdendo pero’ la maggioranza, ha annunciato stanotte che tenterà di formare un governo. “Cercherò di formare un governo e credo che la Spagna abbia bisogno di un governo stabile”, ha detto al suo partito che ha ottenuto il 28,7% dei voti e 123 deputati, lontano dalla maggioranza assoluta di 176 seggi. “Bisognerà parlare molto e trovare degli accordi”, ha aggiunto, “dovremo prendere delle decisioni difficili”. Quali? Facile immaginarlo.

Nei prossimi giorni alzerà la voce per impedire un «governo dei perdenti», come quello che si è insediato in Portogallo, dove la destra è arrivata prima ma ha dovuto cedere a una coalizione di sinistra. Innanzitutto il Pp cercherà l’appoggio dei Ciudadanos di Albert Rivera, uscito ridimensionato: «Io sono pronto ad astenermi. Non so cosa faranno i socialisti» ha detto. Il Psoe di Pedro Sánchez ha ulteriormente peggiorato il risultato disastroso del 2011; ma paradossalmente si ritrova al centro dei giochi. Può scegliere una coalizione di sinistra con Podemos, che però dovrebbe chiedere il sostegno dei separatisti catalani, rafforzati dal voto. Oppure può far nascere un governo dei popolari. Dietro le quinte peseranno sia il vecchio establishment del partito — più Gonzalez e Rubalcaba che non Zapatero — sia le due donne emergenti, la catalana Carme Chacón e la presidenta andalusa Susana Díaz.
L’istinto della base è guardare a sinistra, verso Podemos e Erc, Esquerra republicana de Catalunya, i cui leader rifiutano di parlare castigliano in pubblico. L’Europa farà pressione perché il Psoe consenta invece il varo di un esecutivo di minoranza del Pp; e le prime parole di Sanchez vanno in questa direzione. Per un accordo lavorerà re Felipe VI. La Costituzione gli assegna poteri di «arbitraggio», molto limitati. Ma la sua persuasione morale nei prossimi giorni può aiutare a sciogliere il rebus. (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera)

Francisco Vanaclocha Bellver, politologo dell’Università Carlos III, esclude che possano formarsi accordi tra PSOE e Popolari: «Da un punto di vista aritmetico sì, ma da quello politico direi che è uno scenario altamente improbabile». Dall’Europa arriveranno pressioni in questo senso? «Questo è possibile. Capisco che da fuori sembri un’ipotesi di buon senso, ma in Spagna sarebbe fuori dalla tradizione politica. La distanza tra Pp e Psoe è molto ampia, in termini di storia, cultura politica. Ultimamente è emersa una frattura persino personale, umana che rende questo scenario assai poco percorribile». Ne gioverebbero i nuovi partiti? «Podemos e Ciudadanos avrebbero vita facile all’opposizione. Per loro sarebbe la dimostrazione che i vecchi partiti si alleano contro i nuovi. Insomma, un suicidio politico, in special modo per i socialisti». La Stampa riepiloga in questa infografica le coalizioni che si possono formare:

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Le coalizioni possibili in Spagna

Podemos e Ciudadanos

Quella della Grande coalizione è una soluzione che dalla sua ha solamente i numeri: da un punto di vista politico verrebbe infatti percepita verosimilmente come una mossa “corporativa” dei due principali partiti istituzionali, che rischierebbero di pagare un conto salatissimo alle prossime elezioni dopo aver perso fra tutti e due cinque milioni di voti rispetto al 2011. Avrebbe forse senso se – al di là delle profonde differenze programmatiche fra le due formazioni – l`obiettivo fosse una riforma costituzionale di ampio consenso di cui il Paese avrebbe bisogno, ma che capiterebbe nel momento peggiore: il Parlamento appare infatti troppo frammentato perché una simile operazione – posto che il Pp, apparso finora restio, si prestasse – abbia garanzie di successo, anche perché servirebbe una maggioranza qualificata di due terzi; tuttavia, se la base per un accordo fosse questa, l`idea potrebbe forse decollare ma solo come “governo costituente” a termine. Le altre possibili coppie rimangono piuttosto lontane dall`obbiettivo. Una coalizione di destra fra Pp e C`s otterrebbe 162 seggi: servirebbero i 17 deputati dei nazionalisti catalani (e magari anche i sei baschi conservatori del Pnv) per arrivare in porto, ma non appare pensabile che i primi si prestino a collaborare con i “nemici” giurati se non in cambio di almeno un referendum sul diritto a decidere, e altrettanto improbabile appare un assenso dalla sponda conservatrice di Madrid. Psoe-Podemos arriverebbe a 160 con qualche chance in più di un accordo – anche di desistenza – da parte dei partiti regionali, ma rischierebbe comunque di non avere la fiducia se Pp e C`s votassero contro e i catalani non lo sostenessero attivamente. Senza contare che sia C`s che Podemos si sono presentati come alternativa, e non potenziali partner, dei rispettivi rivali di famiglia politica e che una coalizione vera e propria sarebbe malvista da una parte del proprio elettorato: eppure, sarà necessaria una qualche scelta di campo perché una astensione (se non di entrambi contemporaneamente) non garantirebbe la fiducia né a un esecutivo di minoranza del Pp né a uno del Psoe, che da soli si troverebbero di fronte il possibile muro di una “maggioranza negativa”. Quanto al “tripartito”, l`unico pensabile è quello fra Psoe, Podemos e C`s: oltre 200 deputati, ma poco in comune se non la volontà di escludere dai giochi il Pp. Per trovare la soluzione del complicatissimo puzzle ci sono circa due mesi, trascorsi i quali si tornerebbe alle urne: una tentazione possibile sia per i conservatori e i socialisti, che potrebbero cercare di porre l`accento sull`impossibilità di collaborare con gli emergenti; non è affatto detto però che questa sarebbe l`interpretazione degli elettori, non si sa quanto disposti a concedere al bipolarismo una seconda vita senza aver provato un`alternativa che ha dimostrato, a livello se non altro di alcune regioni, di essere perfettamente possibile.