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Perché i sondaggi hanno sbagliato su Donald Trump

donald trump sondaggi sbagliati elezioni usa 2016

«È da 30 anni che credo nei dati dei sondaggi in politica, e questa notte questi dati sono morti. Non avrei potuto sbagliarmi di più su queste elezioni» così pollster repubblicano, Mike Murphy, che è stato uno degli strateghi della campagna di Jeb Bush contro Donald Trump, ha commentato i dati dello spoglio della grande notte elettorale che andavano via via profilando una schiacciante vittoria per Donald Trump. Qualche ora prima Murpy, sempre su Twitter, aveva affermato che Hillary Clinton avrebbe vinto in Florida e di conseguenza le elezioni.
 
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La Clinton era in testa di 3 punti percentuali

Ma Murpy e gli altri sondaggisti non avrebbero potuto sbagliarsi di più, perché il risultato elettorale ha rivelato che la performance della Clinton è addirittura di tre punti percentuali al di sotto di quanto previsto prima del voto, addirittura fino a poco fa c’era chi sosteneva che la Clinton pur perdendo le elezioni avrebbe vinto nel voto popolare. Al momento però i due candidati nel voto popolare – che è cosa ben diversa dal voto elettorale ai fini della Presidenza – sono separati da appena uno 0,8% in favore del candidato repubblicano (48,0% per Trump e 47,2% per la Clinton), quindi anche quella previsione alla fine potrebbe rivelarsi sbagliata e l’America si sveglia oggi dalla parte di Trump. Il giochino si è rotto solo questa notte, quando ad un certo punto è emerso come Donald Trump, che inizialmente veniva dato con pochissime chance di vincere ha letteralmente ribaltato il risultato. Una cosa simile era avvenuta, lo ricorderanno i lettori, con le previsioni sul voto della Brexit: i sondaggi davano per certa la vittoria del Remain ma sono stati smentiti già durante l’afflusso dei primi dati relativi allo spoglio.

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Il momento in cui è apparso chiaro che Trump aveva più possibilità di vincere le elezioni

Basta guardare questo elenco per capire quanto i sondaggi abbiano sbagliato: Trump ha vinto o sta vincendo in tutti gli stati dove era previsto avrebbe vinto (oltre a quelli che già erano saldamente in mano del Partito Repubblicano) ma ha anche conquistato altri quattro (quasi cinque) stati chiave, tre dei quali in teoria stando ai sondaggi avrebbero dovuto andare a Hillary Clinton.
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fonte: Washington Post

 

Dove hanno sbagliato i sondaggi?

La grande domanda che tutti quelli che non si stanno facendo prendere dal panico e annunciano un’apocalisse quindi è: come è stato possibile che i sondaggi, i dati, gli esperti che in questi giorni e settimane ci hanno spiegato che alla fine Hillary Clinton ce l’avrebbe fatta a sbagliarsi così tanto? C’erano siti, appena un giorno fa, che davano la Clinton in netto vantaggio, cosa che già da qualche tempo aveva fatto infuriare Trump e i suoi sostenitori che hanno invece detto che i dati erano truccati (in modo da favorire i democratici). Si è scoperto quindi, e nel modo peggiore per i Dem, che i sondaggi non erano truccati ma semplicemente sbagliati. Tra i pochi ad averci visto giusto e ad aver detto da tempo che Trump avrebbe vinto c’era il Los Angeles Times che si basava sull’analisi della University of  South California (USC).
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Per quale motivo il LA Times è riuscito a predire quello che molti (non tutti va detto) consideravano quasi impossibile o quantomeno improbabile? Da una parte c’è il problema dell’oversampling, ovvero il fatto che alcuni sondaggisti abbiano dato un peso eccessivo, ed un eccessivo valore statistico, ad alcune categorie di elettori rispetto agli altri, ad esempio il voto degli ispanici (che si sta a quanto pare rivelando decisivo per Trump) a favore della Clinton potrebbe essere stato sovrastimato, oppure gli è stato dato un peso maggiore nel computo totale dei voti di quello stato rispetto a quello che realmente ha. È prassi normale usare questo sistema di bilanciamento per poter aggiustare i dati grezzi emersi dai sondaggi in modo da restituire quello che si ritiene il valore reale che rappresenti le differenze dell’elettorato: per rendere il campione rappresentativo della popolazione. Dall’altra parte c’è il fatto che è possibile che un elettore – specialmente se donna – che aveva intenzione di votare Trump (o un altro candidato) fosse meno propenso a dirlo al telefono in un sondaggio (anche per via dello stigma sociale magari). È qualcosa che “a pelle” anche gli italiani sanno bene: a parte i duri e puri c’è da sempre una tendenza da parte di chi ha votato Silvio Berlusconi a negare di averlo mai votato (eppure qualcuno deve pur averlo votato, visto che ha vinto).


Oppure è possibile che molti elettori non fossero pronti a votare una donna alla Casa Bianca ma che avessero qualche difficoltà ad ammetterlo apertamente, e questo, in virtù del fatto che è la prima volta che una donna è stata candidata alla Presidenza potrebbe essere stato un fattore difficile da modellare nei sondaggi (l’unico modo per farlo era provare un metodo piuttosto che un altro). Il Daybreak, il tipo di sondaggio adottato dal LA Times però funzionava in maniera differente: invece che chiedere agli intervistati quale candidato sostengono o quale sono intenzionati a votare la USC chiedeva quante probabilità da 0 a 100 c’erano che l’intervistato avrebbe votato ciascuno dei candidati. Naturalmente anche in questo caso le risposte venivano pesate, ad esempio chi dichiarava che al 100% avrebbe votato Trump contava meno di chi era solo sicuro al 50%. Ma non si tratta solo di questo, si tratta anche di raccogliere dati che indicano cosa avrebbe dovuto fare ad esempio Trump per vincere: secondo il sondaggio del LA Times The Donald avrebbe dovuto portare alle urne molti di coloro che non hanno votato alle presidenziali del 2012, cosa che pare essere riuscito a fare con successo, ma alcuni sondaggisti potrebbero aver escluso (o sottostimato) dai sondaggi coloro che non avevano votato nel 2012 considerando improbabile che si recassero a votare e quindi ottenendo dei risultati falsati. Un altro che aveva previsto il successo di Trump è stato Allan Lichtman, il professore che non ha sbagliato una previsione sulle elezioni Usa negli ultimi 30 anni, ma per farlo il Docente alla American University e autore di “Prevedere il prossimo presidente: le chiavi verso la Casa Bianca nel 2016”, non si era affidato ai sondaggi ma su un sistema da lui creato, basato sulle serie storiche, che gli ha dato ragione sul voto popolare dal 1984. Le “sue chiavi” sono 13 dichiarazioni che possono essere vere o false: se 6 di queste risultano false, il candidato del partito del presidente in carica, perde, a dire di Lichtman, la presidenza.