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“Ha la sindrome della donna percossa”, chiesto sconto di pena per la donna che uccise il compagno che la picchiava

La Cassazione ha disposto la ripetizione del processo d’appello che aveva confermato la condanna per una donna che aveva ucciso il marito dopo essere stata picchiata per l’ennesima volta. I giudici dovranno tenere conto della “sindrome della donna percossa”, che fornirebbe ulteriori attenuanti al suo gesto

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Nel novembre del 2017 una donna di 55 anni di origini peruviane aveva ucciso con una coltellata al cuore il suo convivente, un connazionale 52enne con il quale aveva una relazione stabile, dopo l’ennesimo litigio in casa in zona Ponte Lambro a Milano. L’uomo la malmenava frequentemente, e dopo uno dei tantissimi schiaffi che era costantemente costretta a subire, lei aveva reagito accoltellandolo. Un gesto durato un istante, frutto del ricordo degli abusi subiti già da giovanissima in famiglia da un parente stretto e dell’esasperazione per i continui litigi. Un caso di violenza sulle donne terminato al contrario rispetto a come accade di solito.

Cos’è la “sindrome della donna percossa”

La gup Cristina Mannocci in primo grado l’aveva condannata a 6 anni di carcere col rito abbreviato, classificando il reato come omicidio preterintenzionale e concedendo diverse attenuanti. In particolare, le era stato riconosciuta la “sindrome della donna percossa”, un disturbo che assomiglia a quello sofferto da chi ha subito un forte trauma e che può causare intense emozioni, dal panico alla rabbia.

La Cassazione chiede lo sconto di pena

Alla luce di questo, quattro anni dopo il delitto, la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza della corte d’Assise d’Appello di Milano, che aveva confermato il primo grado, ritenendo che vada rivalutata alla luce dell’attenuante della provocazione. La “sindrome” di cui era affetta la donna può infatti insorgere anche a diversi anni di distanza e non era stata tenuta in considerazione in secondo grado. È possibile quindi che i giudici abbassino ulteriormente la pena rispetto ai 6 già inflitti, che la donna sta scontando ai domiciliari in casa di una persona molto vicina che l’aveva accolta dopo l’omicidio. “Una vittima di violenza – ha commentato l’avvocata della donna, Silvia Belloni – ha un atteggiamento diverso rispetto a un’altra persona che non è stata maltrattata. Si tratta di una patologia che può incidere sulla capacità di intendere e di volere dell’imputato al momento del fatto, ma anche può anticipare la legittima difesa”.