Cultura e scienze

L’Europa di oggi come quella della salita al potere dei nazisti nel 1933?

Sindrome 1933 di Sigmund Ginzberg

«Può darsi che qualche personaggio dei nostri giorni si ritrovi nei detti, nei fatti e nei misfatti di quelli di allora. Gli è consento adombrarsi. Ma non illudersi: i cattivi di allora sono inarrivabili, a provare a specchiarsi ci si rende solo ridicoli.» È questa la tesi portante di Sindrome 1933 di Sigmund Ginzberg: cercare di intravedere velate e sottili similitudini tra ieri e oggi. Certo, la nostra epoca è molto diversa rispetto a quella attorno al 1933, anno della salita al potere dei nazionalsocialisti in Germania. La speranza è quella che certi anticorpi sociali e democratici siano stati sviluppati da ogni singolo individuo a tanti decenni di distanza dai crimini di massa che vennero commessi allora.

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Qualcosa di antico nell’aria della politica

Si respira una brutta aria in Europa: in più parti del libro, Ginzberg si dice preoccupato. Molti semplici episodi di cronaca sembrano un déjà-vu. «Ho l’impressione di aver già letto, già visto, già ascoltato» spiega Ginzberg; «ma in tutt’altra epoca e altro luogo.» L’autore mette in guardia rispetto ai movimenti antisemiti, antisistema, antiimmigrati, anticorruzione, anticapitalisti. Non che storture tipo la corruzione non debbano essere combattute, ma un partito-Stato che si scaglia contro i cittadini ritenuti “scomodi” è intollerabile; è una follia; è pericoloso. Tutto già sentito e ad onore delle cronache: anche Adolf Hitler “se ne fregava” dei vincoli dei trattati internazionali e dell’ortodossia economica. Il Führer e il suo partito si dichiaravano né di destra né di sinistra. Il NSDAP era nazionale, ma socialista, degli industriali e dei lavoratori. Rigorosamente tedeschi. Pochi, all’estero, si aspettavano la vittoria di Hitler: lo controlleremo, sarà più moderato una volta al governo, ha preso tanti impegni quindi è come se non ne avesse preso alcuno, potrà ristabilire l’ordine, tanto peggio di così, lasciamolo lavorare … Commenti che suonano troppo attuali e che vengono sfoderati dalla massa – e dai media, nazionali e internazionali – quando s’insedia un governo “diverso” da quelli convenzionali, fuori dal “solito sistema”. Il Führer e i suoi scagnozzi, tuttavia, non erano affatto moderati: il programma di governo – scritto a principio degli anni Venti nelle pagine Mein Kampf dettato a Rudolf Hess – fu rispettato alla lettera. Dalla ricerca ossessiva del “Lebensraum” alla soluzione finale per gli indesiderati: Hitler venne fatto passare addirittura come uomo della pace a cui dare il Nobel; uomo della Giustizia, secondo Carl Schmitt. Il primo Governo Hitler si reggeva grazie all’appoggio di Alfred Hugenberg, magnate dei media, che forse, per poco, si illuse di poter “controllare” l’esuberante Cancelliere. Il contratto di governo durò poco: sei mesi, da gennaio a giugno. Il Partito Nazionale del Popolo Tedesco venne fagocitato da quello Nazionalsocialista (tuttavia, Hugenberg «conservò il seggio e l’indennità da deputato fino al 1945»). Lo stesso Franz von Papen, Vicecancelliere fino al 1934, cattolico, disse: «Metteremo Hitler in gabbia» (in gabbia poi ci andò lui dodici anni dopo, a Norimberga).

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L’Europa di oggi come quella della salita al potere dei nazisti nel 1933?

Il comizio hitleriano era una vera e propria performance teatrale: oggi si agitano rosari, ci si batte i pugni sul petto, si scherza sulle dimensioni degli apparati virili dell’avversario. La politica ridotta a folclore: ma anche all’epoca, in Germania, il Socialismo nazionale che stava sorgendo era ritenuto tale. Che era mai il NSDAP se non un gruppuscolo di falliti e ubriaconi riuniti in una birreria di Monaco? Deplorables! E la gente rideva: pensavano che i nazisti fossero dei comici. Non era così. La folla rideva e applaudiva, ma non solo: presenziava attivamente. Rumoreggiava, sputava, urlava, alzava pugni e distendeva le dita verso il grande condottiero. Il pubblico scandiva slogan: godeva nel trovare il capro espiatorio, come se il gesto di additare un innocente come fonte di ogni male possa migliorare le condizioni eco-sociali degli accusatori. Nel Terzo Reich, la violenza era all’ordine del giorno. E non durante la guerra, bensì dal febbraio 1933. «La mano pesante, e persino le brutalità, lungi dal danneggiare la reputazione di Hitler, raccoglievano ampio consenso […] C’era consenso per la pena di morte.» Il Presidente della Repubblica Paul von Hindenburg, vecchio e malato sembrava avesse proclamato la legge marziale se Hitler non avesse posto un freno al suo piccolo esercito, le SA (Schutz Abteilung). E fu così che Ernst Röhm, nazista (scomodo) della primissima ora, noto omosessuale, venne fatto fuori. La violenza non era solo verbale. I nazisti odiavano sia i giornali che i giornalisti. Per non sapere né leggere né scrivere, appena arrivati al potere, si impadronirono immediatamente dei mezzi di comunicazione, come scrive Ginzberg. E molti giornali si adattarono presto al nuovo andazzo. Quasi nessuno dei big del NSDAP rilasciava interviste alla “Lügenpresse”. Il che non vuol dire che il partito non avesse un formidabile apparato di propaganda (quello di Joseph Goebbels), a partire dal Völkischer Beobachter di Alfred Rosenberg e dallo Stürmer di Julius Streicher, nelle cui pagine, «c’era già quasi tutto il peggio dei social online.» Per distrarre la massa dai problemi seri – come la crisi economica flagellava la società tedesca – i giornali erano stati infarciti di fatti di sangue e delitti di ogni genere: un bombardamento mediatico per ampliare la sensazione di insicurezza. E se chi fomenta l’odio nei confronti del prossimo, quasi equabilmente colpevoli – o meglio, sotto sotto e più o meno inconsciamente anche complici – sono coloro i quali non si oppongono alla barbarie. In particolare, Ginzberg fa riferimento alle opposizioni parlamentari. «E l’opposizione in tutto questo? I socialdemocratici erano tutti persi a litigare al loro interno, mentre evaporava con rapidità impressionante la loro formidabile organizzazione, si spezzavano una dopo l’altro le radici che avevano in profondità nella società tedesca.» Un’opposizione silente, incapace ed egoista; «sino a poco prima la sinistra litigava sulla chiusura o meno dei negozi alla vigilia di Natale»; insomma, un tema così importante da non lasciar modo di contrastare la macchina nazista. I più non si erano resi conto del progredire spedito del totalitarismo nazionalsocialista; o si erano resi conto e andava loro bene così. Altri invece avevano capito: molto pochi, per la verità.

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