Fatti

Le scatole cinesi di Matteo Renzi

matteo renzi

Spacchettare una debolezza complessiva in un serie di maggioranze relative. Ottenere potere decisionale puntellandolo con alleanze temporanee e rinviare la verifica dei risultati attraverso continui rilanci e piani via vai più ambiziosi. C’è tanta ipocrisia e un pizzico di involontaria ironia nella richieste di “Aria nuova” da parte di Matteo Renzi al sistema capitalistico italiano, quello antiquato delle scatole cinesi, dei patti di sindacato e dei salotti buoni. Un po’ perché quel mondo, evolutosi proprio con l’unico scopo di autoconservarsi, è già stato spazzato via dalla globalizzazione finanziaria e dalla crisi del 2009 – se si vuole cercare l’inizio di tutto è la caduta di Profumo a Unicredit ma questa è un’altra storia -, un po’ perché il premier sta saccheggiando, forse inconsapevolmente, quel manuale di sopravvivenza scritto negli anni dai nostri “capitalisti senza capitale”.
 
LE SCATOLE CINESI DI MATTEO RENZI[pullquote]Renzi ha trasformato la sua minoranza nel Pd in una maggioranza “per mancanza di alternative”[/pullquote]
Il sistema delle scatole cinesi, o a leva, permette ad un imprenditore di controllare una grande società con un impegno di denaro proprio molto minore. La piccola società cassaforte di famiglia controlla una holding che controlla una società intermedia che controlla un grande gruppo quotato in borsa con molte sussidiarie. Esempi ce ne sono a bizzeffe: La Giovanni Agnelli Sapa che controlla il 51% di Exor che controlla il 30% Fiat che controlla il 100% di Chrysler. Ai tempi della gestione di Marco Tronchetti Provera (esempio più compiuto di questo tipo di costruzione) Camfin controllava Pirelli & C che controllava Pirelli che controllava Olivetti che controllava Telecom che controllava Tim. Tutte regolarmente quotate in Borsa e nelle società in cui Tronchetti non aveva la maggioranza assoluta ci pensava un patto di sindacato di amici e alleati a garantirgli il potere. Buttandola in politica, Renzi all’indomani delle elezioni del 24 febbraio 2013 ha trasformato la sua minoranza nel Pd in una maggioranza “per mancanza di alternative”. Non a caso si parlò di Opa sul partito anche per la velocità con cui tutti posti di responsabilità furono assegnati a uomini di fiducia. Nel giro di un anno poi Matteo ha soffiato l’ampia maggioranza di Letta e ha insediato un esecutivo “garantito” da un paio di innesti chiesti dal Quirinale (Padoan su tutti). Il tortuoso percorso delle scatole cinesi e ben rappresentato dal fatto che i punti strategici della sua politica (la legge elettorale tramite accordo con Berlusconi) Renzi li ha dovuti imporre prima al suo partito, poi in cdm e infine ha consegnato a incerti iter parlamentari gran parte delle sue aspirazioni.

matteo renzi
Il crollo del Pil tra 2008 e 2014 (fonte: Corriere della Sera)

UN SISTEMA INEFFICIENTE[pullquote] Cambiali che rapidamente diventano troppe per essere pagate[/pullquote]
Il sistema a leva è famoso infatti per la sua scarsa efficienza. Un ordine nel passaggio da un livello a quello più in basso perde di forza e chiarezza, la continua contrattazione necessaria con gli interlocutori fa perdere tempo e costringe a compromessi e cambi di priorità. Come una tela con troppe cuciture si più strappare ad ogni sollecitazione in punti diversi. Renzi ha più volte dovuto “alzare la voce” nel suo partito e richiamare all’ordine alleati e ministri. Ogni volta che lo fa appare più debole, perché mentre i ribelli vengono cacciati o blanditi, chi lo sostiene è convinto di maturare crediti nei suoi confronti che presto tenterà di riscuotere. Cambiali che rapidamente diventano troppe per essere pagate. Solo i risultati oggettivi e riconosciuti dall’esterno sono in grado di ricompattare compagini tanto variegate. Vale in finanza come in politica, l’altro modo per fare tutti contenti è garantire dividendi, rendite, vantaggi. Il 40% alle europee si può ascrivere alla prima categoria, ma l’effetto è già svanito. Nella seconda invece Renzi è chiaramente deficitario, come dimostrano le sortite di Alfano, Monti, Civati o le schermaglie al limite del folkoristico con Fassina, Mineo, Minzolini.
 
MATTEO RENZI E LA DIPLOMAZIA[pullquote]L’aria nuova di solito spazza via tutti, specie gli ultimi arrivati[/pullquote]
C’è un altro punto in cui il premier è perdente nel confronto con i vecchi Cuccia, Geronzi e compagnia: la sensibilità diplomatica. La capacità di coltivare rapporti sul lungo periodo, Renzi sembra più a suo agio nelle prove di forza e nello sminuire gli avversari. Tolto lo stretto gruppo di fidati non esiste un solo esponente politico con cui ha una storia di reciproca lealtà. Breve è stata la sintonia rottamatoria con Civati, traballante e strumentale l’alleanza con Berlusconi. Inesistente il sostegno di qualsiasi dirigente Pd della generazione precedente alla sua. Quasi irridente l’indifferenza con cui tratta le “ali” della sua maggioranza Vendola e Alfano. Infine bastano pochi screzi per rendere collaboratori più vicini come Graziano Delrio degli esuberi sacrificabili. Renzi non solo si è messo in cima ad una costruzione traballante, ma la sta sottoponendo a sollecitazioni troppo forti e troppo concentrate per poter pensare di poter reggere, mentre nei salotti buoni la regola era “rallentare tutto”, perché i cambiamenti, anche quelli all’apparenza favorevoli, sono invece portatori del peggiore dei pericoli, l’instabilità. Renzi sta equivocando l’ultimo e definitivo comandamento, forgiato da 50 anni di conservazione: il capitalista senza capitali non deve correre contro il tempo, non sarà mai in grado normalizzare la propria posizione. Solo la cristallizzazione di un complessa rete di convenienze reciproche garantisce una lunga vita. Al contrario l’aria nuova di solito spazza via tutti, specie gli ultimi arrivati.
Matteo Renzi
(vignetta di Benny, Libero)

Leggi sull’argomento: Matteo Renzi e i gufi: la verità