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Roma e la Sicilia al voto in primavera (con il terrore che vincano i grillini)

Il voto in Sicilia e a Roma in primavera. Per evitare che vinca Beppe Grillo a ottobre, soprattutto nell’isola. Secondo l’agiografa di corte Maria Teresa Meli, che racconta il diabolico piano oggi sul Corriere, sarebbe questa l’intenzione di Matteo Renzi per risolvere la crisi politica apertasi nelle due regioni. E per la Sicilia il ticket sarebbe affidato a Davide Faraone e Totò Cardinale, il vecchio e il nuovo (si fa per dire). Mentre a Roma nelle scorse settimane girava il nome del prefetto Gabrielli, in effetti l’unico che ha il coraggio di governare questa città senza ipocrisie e paure come ha ampiamente dimostrato a Casale San Nicola. Ma il prefetto si è detto indisponibile alla candidatura.
 
ROMA E LA SICILIA AL VOTO IN PRIMAVERA (CON IL TERRORE DEI GRILLINI)
In Sicilia la polemica politica suscitata dall’intercettazione pubblicata da l’Espresso su Crocetta e Tutino aveva già scatenato il PD locale, con Faraone che ha immediatamente chiesto le dimissioni (scoprendosi così molto meno garantista che in altre occasioni – visto che nulla di penale viene dalla storia del medico chirurgo amico del presidente della Regione) e Fausto Raciti, segretario in Sicilia che si è domandato in favore di telecamera dove fosse finito il segretario nazionale. Spiega oggi il Corriere:

Dal Nazareno non sono affatto contrari ad abbandonare Crocetta al suo destino. Però ci vogliono tempi e modi. Come ha spiegato lo stesso premier Matteo Renzi ad alcuni parlamentari siciliani e ai fedelissimi. Non si tratta solo della storia dell’intercettazione, della cui veridicità ancora non si sa nulla. È un’altra la questione che preoccupa il presidente del Consiglio, sempre attento a evitare passi falsi, soprattutto in questa fase in cui di svarioni ce ne sono stati fatti sin troppi. «Se sfiduciamo Crocetta e lo costringiamo alle dimissioni ora e andiamo alle elezioni subito — è stato il succo del ragionamento del presidente del Consiglio — rischiamo un effetto domino sulle amministrative, perché sappiamo tutti come può andare a finire il voto in Sicilia».

La paura del premier è però quella di offrire un oggettivo vantaggio ai suoi avversari politici: “Per farla breve, far cadere Crocetta adesso sarebbe un errore, perché, per la legge elettorale
siciliana, bisognerebbe andare al voto in ottobre. Il che significherebbe, spiega un autorevole esponente renziano, «regalare la regione a Beppe Grillo e far arrivare il Pd non secondo, bensì quarto»”. Il che costituirebbe un disastro di dimensioni imbarazzanti e un pericoloso precedente sia per le prossime amministrative che per le elezioni politiche. A staccare la spina al governo di Rosario Crocetta può essere solo Renzi, secondo però il Pd siciliano. In pochi credono che nel Pd ci sia la compattezza per presentare una mozione di sfiducia all’Ars, raccogliendo, grazie ai voti delle opposizioni, le 46 firme (la metà più uno del totale dei parlamentari) per poter porre fine alla legislatura con 2 anni d’anticipo. Solo un accordo tra Renzi, Alfano e Cesa, sussurrano alcuni esponenti Dem, potrebbe portare a una exit strategy. Le condizioni, però, sono complicate. La Regione ha un bilancio in bilico, col governo di Roma che non ha ancora trasferito i 300 milioni di euro necessari a chiudere i conti per il 2015 e con un bilancio per il 2016 “impugnato” dal Cdm e con una voragine già pari a 1,8 miliardi di euro. Un voto anticipato a ottobre o a novembre, senza prima mettere una pezza ai conti regionali, metterebbe in ginocchio la Sicilia. Non solo. C’è poi la questione delle Province, con una riforma rimasta a metà e ferma in Assemblea regionale. Probabile, riferiscono alcune fonti dem, che si dia tempo a Crocetta e all’Ars di approvare l’assestamento di bilancio, il previsionale per il 2016, alcune riforme come quella della Provincia per poi andare al voto, dando un lasciapassare a Crocetta, all’inizio del prossimo anno. Un tempo necessario anche a Pd, Udc e Ncd per trovare un candidato unitario in modo da poter contrastare il M5s, il vero rivale temuto in casa Dem.
palazzo dei normanni regione sicilia
IL CASO MARINO
Poi c’è il caso Marino. “La situazione di Roma e dell’amministrazione è difficilissima. Si è dimesso anche il vicesindaco. Credo che o entra in campo compatta tutta la forza del Pd, compreso innanzitutto il Pd nazionale, oppure non si può andare avanti”, ha detto ieri Stefano Fassina, a margine dell’Assemblea che ha dato vita al primo comitato “Futuro a Sinistra”, svoltasi a Roma, presso il Centro Congressi Frentani. “A me pare che la situazione sia insostenibile – ha ribadito Fassina – il segretario nazionale del Pd dovrebbe chiarire cosa il partito intende fare. A me pare che sia difficile andare avanti con un partito democratico, che poi esprime anche il presidente del Consiglio, che tergiversa, fa uscite contraddittorie, sembra di fatto sfiduciare l’amministrazione Marino. La città non può rimanere a bagnomaria. Abbiamo bisogno di una svolta – ha concluso – e la responsabilità principale è in capo al segretario del Pd che, in questa fase, è anche il presidente del Consiglio”. E che intenzioni ha il presidente del Consiglio? A chiarire (si fa per dire) è ancora una volta il Corriere:

«Non è detto che non si ripassi da Vespa», è la battuta che più di un fedelissimo gli ha sentito fare in questi giorni. Già, fu proprio a Porta a Porta, che il premier fece chiaramente intendere a Marino che poteva rimanere al suo posto solo se dimostrava di essere in grado di governare la città. Di tempo ne è passato un po’ da quella volta e finora il sindaco, dicono al Nazareno, ha manifestato solo una certa difficoltà a mettersi in sintonia con i romani. Il riferimento è alla risposta stizzita che Marino ha dato a quella signora che lo contestava, e che ha spopolato su tutti i social network.

Insomma, anche l’Alieno che il prefetto Gabrielli ha certificato essere estraneo a Mafia Capitale dovrebbe salutare. E con un atto di democrazia televisiva. Al suo posto chi arriverà?