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Renzi e il voto nel 2018: non si dimette più?

«Comunque vada il referendum si vota nel 2018»: dal salotto della Versiliana, a Marina Di Pietrasanta Matteo Renzi ribadisce l’errore commesso nel personalizzare troppo il referendum e chiarisce che il risultato della consultazione popolare non sarà un terremoto: «Le elezioni ci saranno nel 2018». E alla domanda, ‘comunque vada il referendum’?, replica secco: «ci saranno nel 2018».
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Renzi e il voto nel 2018: non si dimette più?

Ma quindi Renzi non si dimette più, come titola oggi il Fatto Quotidiano? In realtà la chiave per capirne le intenzioni è una domanda a cui Renzi non ha risposto al Caffè della Versiliana: «Cosa farà Renzi se perde il referendum?», gli ha chiesto Paolo Del Debbio, e qui il premier ha invece nicchiato invece di replicare. Perché gli scenari futuri possibili sono due, e non uno, in caso di sconfitta nella consultazione popolare che avrà luogo a ottobre o novembre. Il primo scenario parte dal presupposto che il premier ritiene che la sua maggioranza sia solida, che il Parlamento gli garantirebbe comunque i numeri necessari per andare avanti fino al 2018 anche in caso di sconfitta al referendum. E rispondendo che si vota nel 2018 Renzi ottiene così l’effetto di slegare l’esistenza del suo esecutivo dall’esito della consultazione. Quindi, in caso di sconfitta, Renzi può salire al Quirinale da Mattarella facendo presente di non essere stato sfiduciato, ottenere semmai un altro voto dal parlamento e continuare fino al 2018. Questo è lo scenario positivo. Ma ce n’è anche uno negativo: in caso di sconfitta Renzi può anche dare le dimissioni e lasciare Palazzo Chigi, ma a quel punto la legislatura non potrà interrompersi di botto per andare al voto semplicemente perché come legge elettorale per il Senato c’è quel che resta dall’intervento della consulta sul Porcellum: l’Italicum tornerebbe in discussione nella sua interezza e le forze politiche dovrebbero trovare un accordo su una nuova legge elettorale. Senza contare che ci sarebbe anche una legge di stabilità da approvare con le clausole di salvaguardia da annullare, la riforma delle pensioni promessa e già impostata dall’esecutivo e i tagli delle tasse che il premier è tornato a promettere. Il tutto nel pieno di una trattativa con l’Europa sulla flessibilità. Insomma, ci sono tanti buoni motivi per pensare che la legislatura non sia morta con la caduta del suo governo.
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Il referendum e il governo di scopo 

Ecco quindi che dopo le dimissioni di Renzi potrebbe nascere un governo di scopo con la legge elettorale come obiettivo e la legge di stabilità da approvare. Stando così le cose, è probabile che l’alto livello di litigiosità delle forze politiche difficilmente porterebbe a un accordo in pochi mesi permettendo così di votare nel 2017: i primi mesi del 2018 invece sarebbero la data giusta per portare il paese alle urne. E intanto l’ex premier cosa farebbe? In primo luogo lui ha già ricordato che non ha intenzione di dimettersi da segretario del Partito Democratico. Resterà quindi in sella per candidarsi di nuovo alla presidenza del Consiglio alle elezioni, probabilmente affrontando altre primarie nelle quali i suoi avversari interni nel partito ad oggi non hanno ancora un candidato credibile da opporgli. Un anno e più di “opposizione al governo che appoggia” come ha fatto con l’esecutivo Letta potrebbe far risalire le sue quotazioni e una legge elettorale da fare ben sapendo che il PD ha una maggioranza autonoma almeno in una delle due Camere gli darebbe la possibilità di averne una che possa favorirlo, o almeno svantaggiare gli avversari. Poi ci sarà il voto. E lì in caso di vittoria potrebbe tornare in sella pienamente legittimato. In caso di sconfitta probabilmente chiuderebbe la sua carriera politica.