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Tutte le balle di Renzi nel discorso sul referendum

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Renzi festeggia il referendum con un robusto campionario di balle. Il presidente del Consiglio attende le ore 23, dopo aver correttamente rispettato il silenzio elettorale (a differenza dei suoi) per consegnare al paese il suo pensiero sulla consultazione e sui risultati in un discorso probabilmente preparato da prima e nel quale mischia vero, falso e verosimile per tradurre in vittoria politica un’astensione.

Tutte le balle di Renzi nel discorso sul referendum

Sono da poco passate le ore 23, il quorum non verrà raggiunto e il presidente del Consiglio Matteo Renzi si presenta a Palazzo Chigi per il suo discorso annunciato. Renzi è felice perché l’astensione ha vinto e lui, che ha consigliato pubblicamente di non votare, si può intestare così una vittoria che nei termini appare meno scintillante di quanto creda. Il suo esordio però è da Libro Cuore, visto che dice che a vincere sono operai e ingegneri che conserveranno il posto di lavoro:

Il governo non si annovera nella categoria dei vincitori ma crede che i vincitori siano gli operai e gli ingegneri che domani torneranno alle loro piattaforme sapendo di aver conservato il posto di lavoro. E’ per loro che ho invitato all’astensione. Levo il calice con quelle oltre diecimila persone che hanno conservato il posto di lavoro

La storia degli undicimila posti di lavoro a rischio è una balla. Nel merito, perché 11mila è la cifra totale di tutti i lavoratori in questo tipo di impianto, mentre il riferendum riguardava soltanto una tipologia. E poi, nella questione degli impianti in oggetto bisogna ricordare quello che ha scritto Michele Emiliano su Facebook qualche settimana fa: “Se ritornasse in vigore la norma precedente (legge 9/91) che non ha mai determinato licenziamenti, il permesso di estrazione degli idrocarburi durerebbe 30 anni, prorogabili per 10 anni e poi all’infinito di 5 anni in 5 anni senza alcuna interruzione della attività estrattiva”. Da questa affermazione si evince sostanzialmente una cosa, ovvero che il referendum contro le trivelle non solo non riguarda tutte le attività di trivellazione  – oltre a quelle al di là delle 12 miglia anche le concessioni all’interno delle acque territoriali che al 31 dicembre 2015 hanno chiesto il rinnovo non saranno toccate dal risultato del referendum qualora vincesse il Sì – ma nemmeno verranno immediatamente chiuse perché la legge citata da Emiliano prevede che

Al fine di completare lo sfruttamento del giacimento, decorsi “sette anni dal rilascio della proroga decennale”, al concessionario possono essere concesse, oltre alla proroga prevista dall’articolo 29 della legge 21 luglio 1967, n. 613, una o più proroghe, di cinque anni ciascuna se ha eseguito i programmi di coltivazione e di ricerca e se ha adempiuto a tutti gli obblighi derivanti dalla concessione o dalle proroghe.

Questo significa che una vittoria del Sì non avrebbe impedito il rinnovo delle concessioni già esistenti? Esatto. Non sembra quindi realistico che – a causa della vittoria del Sì – coloro che lavorano sulle piattaforme entro le 12 miglia potranno essere licenziati in tronco, perché i concessionari potranno in ogni caso chiedere un rinnovo della concessione ogni cinque anni alla scadenza della seconda proroga (qualora l’abbiano già richiesta). Renzi ha poi virato sul suo obiettivo politico della vicenda: Michele Emiliano. Senza mai nominarlo, il premier ha accusato il governatore della Puglia di aver fatto una battaglia personale per ottenere visibilità nel PD:

Gli sconfitti non sono gli elettori andati a votare, io rispetto sempre chi vota. Sconfitto sono quei pochissimi consiglieri regionali e qualche presidente di regione che ha voluto cavalcare il referendum per esigenze personali e politiche, di conta interna

A questo punto bisognerebbe ricordare che Emiliano ha votato per Renzi alle primarie del Partito Democratico e che tutto il partito in Puglia fino alla vicenda delle trivelle è stato con Renzi. Se è vero che il punto sollevato da Emiliano ed altri (in Puglia non si è raggiunto il quorum, anche se è stata la seconda regione per numero di voti) è politico, è innegabile che sia stato sollevato un punto di merito. E il governo lo ha implicitamente riconosciuto cambiando la legislazione appena approvata per evitare cinque referendum su sei. Si dice: ma allora andare a votare su un solo quesito non scopre l’oggetto politico della consultazione? Veramente nel momento in cui è rimasto in piedi un solo quesito si è capito che la cosa andava a svantaggio, e non a vantaggio dei referendari. Ma soprattutto: una volta cominciato l’iter per il referendum è impossibile “ritirare” e far sparire la consultazione da parte dei proponenti.

Quelli del talk show e quelli che sprecano soldi

Renzi se l’è poi presa con gli ospiti dei talk show e dei social network, accusati di essere autoreferenziali e incapaci di guardare al di là di Twitter e Facebook. L’accusa, in parte già rintuzzata da Mentana, fa parte di una tecnica vecchissima di battaglia politica già largamente descritta nell’esame delle slide: il presidente del Consiglio inventa di sana pianta una posizione politica o caricaturizza la posizione politica altrui per meglio confutarla:

Per settimane autorevoli ospiti si sono chiusi nei talk show, hanno monopolizzato il social network immaginando chi sa quali sconvolgimenti. Alla fine la classe dirigente di questo paese si mostra come autoreferenziale. Vivono su twitter, nei salotti televisivi ma l’Italia è molto più grande dei talk show che riferiscono il pensiero degli addetti ai lavori e non si accorgono che là fuori c’è un paese che è capace di valutare se un voto ha senso, che chiede concretezza e solidità ed è molto più avanti di quello che si pensi. Non paga cercare di essere demagogici: questo è il messaggio di questo referendum

Ora, è evidente anche a un bambino che nel momento in cui si indice un referendum è buona norma, da parte delle trasmissioni televisive, parlare di referendum. Si parla del referendum invitando ospiti favorevoli e contrari e lasciandoli dibattere. Questo hanno fatto nei talk show tutte le tv italiane. Da come la racconta Renzi sembra invece che le televisioni abbiano urlato tutte in coro sì ai referendum per influenzarne l’esito ma siano state sconfitte. Non è andata così: la parità di condizioni di accesso è stata rispettata e anche le ragioni di Renzi sono state illustrate, facendo in modo che la popolazione venisse a conoscenza del suo invito all’astensione. È evidente che Renzi ha in mente nomi e cognomi ben precisi quando parla di chi vive su Twitter, Facebook e sui salotti televisivi: sono quelli che si oppongono al governo. Il che non è ancora reato, anche se magari qualche renziano di stretta osservanza sul punto sta facendo un pensierino. Infine, c’è il tema dei soldi buttati:

È stato inutile buttare via 300 milioni di euro per questo referendum, quando la prima cosa che viene chiesta alle Regioni è di abbattere le code per la sanità. Con quella cifra avremmo potuto acquistare 350 nuove carrozze per il trasporto pendolare

Qui il premier, con un capolavoro dialettico, rigetta sugli altri la responsabilità delle decisioni politiche del suo partito: la legge che avrebbe accorpato le consultazioni alle elezioni amministrative di giugno, presentata in parlamento da SEL, non è stata voluta dal Partito Democratico. Che quindi tecnicamente prima ha buttato via i 300 milioni e adesso sta accusando gli altri di averlo fatto. Chapeau.

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