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Cosa insegna la storia delle mini divise delle raccattapalle del LR Vicenza

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Qual è il posto delle donne negli stadi di calcio? Qualche tempo fa ha suscitato molto scalpore, e non poca indignazione, un volantino degli ultras della Lazio nel quale si faceva sapere alle tifose che nelle prime file della Nord le donne non erano gradite. A spostare un po’ più in là l’asticella dell’imbarazzo ci ha pensato questa volta direttamente una società di calcio, la rinata Lanerossi Vicenza Virtus, che di recente è tornata a calcare i campi della serie C grazie all’intervento di Renzo Rosso, fondatore e proprietario del marchio di abbigliamento Diesel.

Le raccattapalle del Vicenza “vestite” da Diesel

A movimentare la giornata calcistica però non è stata la squadra scesa in campo al Menti (la partita con il Giana Erminio si è conclusa con un pareggio a reti inviolate) ma la polemica sulla presenza a bordo campo delle raccattapalle (anzi “Ball Girls”) rigorosamente griffate Diesel e vestite in maniera decisamente succinta, con canotta e shorts che definire corti effettivamente è un eufemismo.

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Secondo il consigliere comunale d’opposizione Sandro Pupillo «una vergogna totale aver visto al “Menti” minorenni col culo fuori, piazzate sotto una curva di tifosi, e più in generale all’interno di tutto lo stadio, luoghi non famosi per il rispetto, l’educazione e l’amore per il prossimo». Sul sito Vicenzapiù le ragazze vengono elogiate e presentate come «splendide ragazze immagine istruite per il compito di raccattapalle a bordo campo». Il che dà anche la misura di come l’iniziativa sia stata presentata visto che non erano ragazze immagine ma giovani atlete della squadra di pallavolo Volley Vicenza.

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Certo, non è la prima volta che una squadra di calcio scegliere di introdurre le “quote rosa”. Lo aveva fatto ad esempio la Sampdoria, ma il “personale di servizio a bordo campo” (si chiama così) del Marassi era vestito in tuta e in maniera decisamente casta. Anche l’Atalanta l’anno scorso ha aggiunto al team dei raccattapalle a bordo campo anche delle ragazze. Anche loro in tuta. Il Cesena Calcio ha “convocato” le ragazze del settore giovanile, in pantaloncini corti ma pur sempre vestite in modo sportivo, non da discoteca.

La dura accusa di Assist a LR Vicenza Virtus e alla Diesel

A complicare le cose c’è il fatto che le “Ball Girls” sono anche minorenni. Sono infatti le Under 16 della Anthea Volley Vicenza. Qualcuno quindi non solo ha pensato che l’idea fosse carina ma anche che fosse opportuno reclutare delle ragazzine. Che senza dubbio non saranno state costrette a farlo e che hanno senz’altro ricevuto l’assenso dei genitori. Eppure c’è qualcosa che non torna. Perché l’ambiente del tifo calcistico è senza dubbio molto maschilista (anche se non risulta che durante la partita le ragazze siano state oggetto di attenzioni particolari).

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Molti hanno criticato l’iniziativa, che è indubbiamente un’operazione di marketing per far parlare della squadra e della Diesel. Lo ha fatto la pagina Facebook Sportallarovescia che ha criticato il modo con cui sono state “valorizzate” le realtà sportive femminili del territorio. Toni ancora più duri sono stati usati da Assist, l’Associazione nazionale atlete che su Facebook ha parlato di una iniziativa indecente e di un «indegno spettacolo di sessualizzazione di minorenni».

Quelli che difendono la divisa delle “ball girls”

C’è anche chi difende l’iniziativa delle “ball girls” in hot pants. Ad esempio la fanpage del LR Vicenza Virtus si appella ad argomenti come il fatto che «il 90% delle ragazze d’oggi nel periodo estivo gira in shorts e canottiera, appunto perché siamo nel 2018». Ma se lo fanno lo fanno perché lo vogliono, non perché è l’uniforme lavorativa. Sembra di tornare a quando Sepp Blatter proponeva “divise più aderenti e sexy” per rinnovare l’immagine del calcio femminile. Un’idea che era venuta nel 2013 (non nel 1913) anche al patron di una squadra femminile di basket. Due anni fa (2016) la Nike provò ad introdurre un nuovo modello di divisa per il tennis femminile che però venne ritirato dopo che le atlete si lamentarono perché le lasciava troppo nude. A volte sono le stesse atlete ad “osare” troppo ed essere richiamate all’ordine perché la divisa non rispetta il gioco e il luogo, chiedere a Serena Williams che al Roland Garros è stata mandata a cambiarsi. Insomma, tutti i tentativi per rendere “attraente” uno sport femminile passano per lo scoprire sempre più pelle o indossare abiti “sexy”. Chiederemmo lo stesso a calciatori e rugbysti?

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Certo, ci sono le cheerleaders  (fenomeno più statunitense che vicentino per la verità) ma quella è un’altra attività agonistica. Nessuno in fondo si lamenta se le nuotatrici olimpioniche scendono in vasca in costume da bagno o se le atlete di beach volley indossano una specie di bikini. Questo non significa che tutte le donne che fanno una qualche attività sportiva (o parasportiva come in questo caso) debbano accettare di gareggiare in costume da bagno. Anche un’altra pagina di tifosi del Vicenza difende la scelta della società e se la prende con chi guarda e giudica. Come se il trovare poco consono l’abbigliamento delle ragazze (per carità, niente di inaudito ma non si dica che la divisa di pallavolo è uguale, perché non lo è) sia il sintomo di una qualche perversione da parte di uomini adulti che “fissano il culo di una quindicenne”. E ovviamente se le critiche vengono mosse da donne allora si parla di invidia. Senza dubbio le ragazze raccattapalle non hanno subito alcun trauma psicologico, magari si sono anche divertite (chissà tra loro forse qualcuna sogna di fare la modella, come spesso accade a quell’età). Ma non è compito loro decidere se è giusto o sbagliato: spetta agli adulti. E forse gli adulti non dovrebbero mettere delle ragazzine in quella posizione.