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Quelli che si offendono per le torture nazifasciste di cui ha parlato la mamma di Giulio Regeni

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Ieri Paola Regeni la madre di Giulio Regeni, l’italiano rapito, torturato per giorni ed ucciso in Egitto, ha detto durante la conferenza stampa in Senato di essere stata in grado di riconoscere il figlio solo dal naso spiegando che «è dal nazifascismo che non viviamo una morte sotto tortura. Ma noi non siamo in guerra, Giulio faceva ricerca, era un ragazzo di oggi. Ed è morto sotto tortura». Con questo la madre di Giulio voleva farci capire, senza entrare troppo nei dettagli, il livello delle torture subite dal figlio prima di essere assassinato. E voleva anche ricordarci che è dal periodo del fascismo dell’occupazione nazista che in Italia non sappiamo cosa sia la tortura di Stato.
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Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola

I fascisti italiani, nostalgici e sempre all’erta sui social non hanno preso bene l’affermazione della signora Regeni. Cosa c’entra il fascismo adesso? si chiedono alcuni camerati consultando l’atlante e vedendo che Regeni è morto al Cairo (quindi in Egitto e non in Italia), perché non ha fatto riferimento ad altri regimi altrettanto sanguinari? fanno eco altri orfanelli del Duce. E la domanda che tutti si fanno è: non è che questi Regeni sono comunisti? e ce l’hanno con i fascisti per partito preso?

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E allora le foibe?

Analfabetismo funzionale ne abbiamo?

Con millenni di furoreggiante storia di torturatori, da Stalin ai Khmer Rossi passando per la Santa Inquisizione e gli Aztechi perché la mamma di Giulio Regeni ha scelto di parlare proprio delle torture nazifasciste? Perché Stalin, i Khmer Rossi l’Inquisizione Spagnola e gli Aztechi non hanno governato il nostro paese. L’unica esperienza di tortura di Stato, sistematica e organizzata nei confronti degli oppositori politici il nostro paese l’ha fatta durante il regime fascista. Per questo i casi di Cucchi, Aldrovrandi, Uva o le torture da “macelleria messicana” scuola Diaz (a proposito quelle vanno bene perché a prenderle erano i no-global?) non possono essere usate come termine di paragone. Quello che è successo a Giulio ricorda – ai suoi genitori – quello che è successo a persone come Giacomo Matteotti, ucciso dopo essere stato torturato dai fascisti. Ricorda le violenze e soprusi delle squadracce fasciste grazie alle quali Mussolini prese controllo del Regno D’Italia. Ma possiamo citare, per coloro che credono che i fascisti non torturassero anche Piero Gobetti e Giovanni Amendola (tutta gente alla quale l’Italia democratica ha dedicato strade, scuole e piazze). La madre di Regeni fa riferimento alla pratica di uno Stato (quello fascista italiano) di eliminare fisicamente gli oppositori politici – pensiamo ad esempio ai fratelli Rosselli – e la vicenda di Giulio Regeni sembra purtroppo uno di questi casi. Certo, non sono stati “i fascisti” ad uccidere Giulio, e non sono stati i fascisti italiani. Ma quello che la signora Regeni ha voluto dire è che il fatto che il Governo egiziano abbia torturato ed ucciso quello che riteneva essere un oppositore politico le ha ricordato quello che succedeva anche qui da noi, in Italia, durante il fascismo. Nel senso che in Italia, prima che i fascisti venissero sconfitti, cose del genere erano la norma.
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Dire che questo è solo un modo subdolo per paragonare Regeni ai partigiani (il fascismo torturava già dall’inizio e non solo durante la Resistenza) significa non conoscere la storia.
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Affermare che la morte di Regeni non è un omicidio politico significa invece non essere in grado di capire quello che sta succedendo in Egitto.