Opinioni

Quel silenzio assordante di Mario Draghi su AstraZeneca che non possiamo permetterci

Per mesi hanno rimproverato a Giuseppe Conte di comunicare troppo, di fare dirette decisive per le nostre vite alle otto di sera, nel momento in cui puoi arrivare al maggior numero di italiani (non sia mai!), di metterci troppo la faccia (peccato mortale!), addirittura di “comunicazione di regime”.

Oggi che ci troviamo di fronte a una crisi di fiducia senza precedenti nei confronti dei vaccini, con informazioni e disinformazioni che volano incontrollate da una parte all’altra, mentre gli italiani aspettano di capire cosa stia accadendo davvero e cosa devono fare, il Presidente del Consiglio Mario Draghi è in silenzio stampa semi-totale da quasi una settimana: nessuna parola, nessuna dichiarazione, nessun discorso pubblico, nessuna intervista, nessun chiarimento al Parlamento. Nulla di nulla.

In un momento del genere, gli italiani hanno il diritto di essere informati (e rassicurati) dalla massima carica di governo. Comunicare con i cittadini non è uno sghiribizzo da portavoce naïf o il capriccio di qualche politico narcisista. È il minimo sindacale che si chiede a un premier in carica, il collegamento diretto tra governanti e governati, il patto non scritto tra politica ed elettorato in una qualunque democrazia degna di questo nome.

E invece è accaduto che, nel giro di pochi mesi, siamo passati dal premier più presente e loquace nella storia recente a una specie di ectoplasma arroccato nei palazzi e lontano anni luce non solo dal sentiment degli italiani (e quello non è necessariamente un problema) ma, soprattutto, dalle telecamere, quasi che informare gli italiani fosse un vezzo da presenzialisti, un orpello da eliminare, una moda da avventizi della politica.

Anche i critici più inflessibili di Conte in queste ore sono stati costretti ad ammettere la necessità di una via di mezzo tra la presunta bulimia comunicativa contiana e l’afasia del suo successore, il cui proverbiale understatement istituzionale tracima sempre più in un incomprensibile immobilismo. Ogni minuto in più di silenzio è fiato regalato ai propalatori di fake news, ai professionisti della disinformazione, agli sciacalli che soffiano sul fuoco del panico generalizzato, liberi di svariare a tutto campo e a dettare l’agenda senza che le istituzioni – dal Presidente al Consiglio al ministro della Salute, passando per esperti ed enti controllori – sembrino in grado di anteporre una narrazione scientifica, autorevole e, soprattutto, credibile rispetto alle domande che circolano in modo sempre più pressante nell’opinione pubblica.

A riguardarli oggi, quanto sembrano lontani i tempi in cui Giuseppe Conte compariva a reti (e media) unificati mettendoci faccia, corpo e voce ogni volta che la situazione lo richiedeva, senza mai sfuggire alle proprie responsabilità anche quando si trattava di comunicare alcune delle scelte più difficili e impopolari mai prese da un premier in carica, e con quella capacità rarissima di ammettere le proprie responsabilità sui ritardi, quell’ossessione per spiegare nel dettaglio ogni scelta presa, ogni misura, ogni decisione, anche quando sarebbe stato più comodo e prudente nascondersi dietro a un comunicato da mandare alle agenzie.

Oggi, nel mezzo di una pandemia tutt’altra che finita e alle prese con il momento più difficile della campagna vaccinale, nessuno sa o può dire con certezza cosa direbbe Conte, se saprebbe trovare le parole giuste per fare chiarezza e rassicurare gli italiani. Quello che sappiamo è che oggi l’Italia avrebbe una posizione chiara, precisa e trasparente da parte del governo sul caso AstraZeneca, che ci avrebbe messo la faccia, come ha sempre fatto. La differenza, in fondo, è tutta qui. Ed è quasi tutto.