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Perché la proposta di Marattin per l’accesso ai social con documento è una boiata pazzesca

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«Da oggi al lavoro per una legge che obblighi chiunque apra un profilo social a farlo con un valido documento d’identità. Poi prendi il nickname che vuoi (perché è giusto preservare quella scelta) ma il profilo lo apri solo così». Il deputato di Italia Viva Luigi Marattin si è svegliato oggi con la voglia di cambiare l’Internet e di farlo una volta per tutte. E così ha preso un’idea che viene tirata fuori spesso (l’ultima a farlo fu Monica Cirinnà qualche giorno fa) ma che nessuno ha mai messo in pratica perché impossibile da realizzare e soprattutto inutile.

La proposta di legge di Marattin esiste già, la presentò Daniela Santanchè

Quello che ha scritto Marattin su Twitter non è né nuovo né utile né ha alcuna utilità nel contrastare i fenomeni, esecrabili, di odio, intolleranza, incitamento a commettere reati, slut shaming e quant’altro. In pratica il deputato renziano ritiene che per fermare gli haters e i troll, impedire l’utilizzo di bot e fermare la circolazione delle fake news sia sufficiente obbligare gli utenti ad accedere ai social network solo con un “valido documento d’identità”. Il che si presume comprenda almeno: patente di guida, carta d’identità e passaporto. Ma volendo c’è anche l’opzione del codice fiscale o dello SPID, l’identità digitale usata ad esempio per accedere ad alcuni servizi della Pubblica Amministrazione.

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La proposta, dicevamo, non è nuova.  Nel 2017 alcune deputate del centrodestra presentarono una proposta di legge recante l’Introduzione del divieto dell’uso anonimo della rete internet e disposizioni in materia di tutela del diritto all’oblioAnche due anni fa gli intenti erano tra i più nobili e le soluzioni le più inutili. Per citarne una veniva richiesto che le piattaforme informatiche online si facessero carico di registrare gli utenti «tramite nome utente, password, indirizzo di posta elettronica e codice fiscale». Per le prime tre è una cosa che succede già. Per l’ultima basta un banale generatore di codici fiscali online per creare quello che si desidera.

Perché quello che dice Marattin non ha alcun senso

Quello che Marattin non capisce – perché è evidente che non lo capisce – è che rendere il Web “non anonimo” non è un modo per arginare le fake news e arrestare i bot o i troll. Perché Marattin forse ignora una cosa: ogni utente che va su Internet lo fa utilizzando un indirizzo IP tramite il quale si può risalire alla sua identità. Certo, è necessaria una rogatoria, un’indagine, un lavoro di polizia e non è un meccanismo automatico. Ma non lo sarebbe nemmeno con la sua proposta, quindi cosa cambia? Se non c’è un reato allora non è necessaria una rogatoria. Oppure forse il parlamentare di Italia Viva ritiene che chiunque venga offeso su Twitter possa richiedere al social di fornire i dati dell’utente bypassando l’autorità giudiziaria? La risposta è no. E Facebook già consente ai membri delle Forze dell’Ordine di inoltrare una richiesta di accesso ai dati.

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Ammettiamo per assurdo che per iscriversi a Facebook (ma anche Vkontakte, Twitter, Instagram solo per citare i più famosi) diventi obbligatorio fornire un documento d’identità. Marattin si rende conto che quel documento viene fornito ad una società privata che non ha alcun modo di verificare se quel documento è vero o falso? Una soluzione è quella di aprire i database dell’anagrafe e consentire ai colossi dell’Internet di potervi accedere, una proposta inaccettabile per uno Stato democratico. E sicuramente una legge che violerebbe più di qualche norma sulla privacy.

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E già oggi, caro Marattin, ci sono persone che si registrano con un nome falso su Facebook (dove in teoria è vietato) fornendo come prova una carta d’identità modificata con Photoshop. Paradossalmente questo può avvenire anche quando ci si registra su Rousseau. Al tempo stesso ci sono migliaia di utenti che non si fanno alcun problema ad insultare con il proprio nome e cognome vero (e spesso anche una bella foto romantica sul profilo). Loro non sono anonimi eppure insultano lo stesso.

C’è poi da considerare il fatto che questa legge varrebbe solo in Italia e non altrove. A meno quindi di non creare un social network “di Stato” (un’ipotesi che è circolata quando qualcuno parlò di nazionalizzare Facebook dopo il ban di CasaPound) un utente che è in grado di offuscare il proprio indirizzo IP per far figurare la connessione come proveniente da un paese diverso dal nostro potrà iscriversi in base alle “vecchie regole”. Identica la questione dei bot: le botnet spesso e volentieri non sono localizzate in Italia quindi per gli utenti fake gestiti dalle varie fabbriche dei troll non cambierebbe nulla. E le fake news, potremmo fermarle se l’Internet non fosse anonimo, dicono alcuni. Ma è una balla: le fake news vengono messe in circolazione su giornali e televisioni, che non sono certo “anonime”. Le fake news vengono diffuse dai politici, che sono tutt’altro che anonimi, anzi sono l’esatto contrario. Con la proposta di Marattin, che oggi addirittura sembra dire che i professoroni del Web si arrabbiano perché lui sì che ha colto nel segno mentre loro da anni non sono riusciti a partorire la sua genialata, si colpirebbero quegli utenti che non sono in grado di usare una VPN, che rispettano la legge e che sarebbero obbligati a regalare ancora più informazioni ai gestori delle piattaforme social. Tutto perché chi fa politica non è in grado di arginare un fenomeno che fa comodo a tutti gli schieramenti.

 

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