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C'è una proposta di legge per vietare l'anonimato online e non ha alcun senso

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Tutti parlano di fake news e di odio online ma pochi provano a porvi rimedio. Tra questi c’è sicuramente uno sparuto manipolo di deputati che qualche tempo fa ha depositato una proposta di legge contro l’anonimato online. La legge, dal titolo “Introduzione del divieto dell’uso anonimo della rete internet e disposizioni in materia di tutela del diritto all’oblio“, è stata presentata (tra gli altri) da Nunzia De Girolamo, Mara Carfagna, Maristella Gelmini e Daniela Santanchè.

Il Parlamento scopre Internet, nel 2017

L’idea dei deputati è semplice. La rete Internet è sì “l’ultimo baluardo delle libertà di pensiero, espressione e opinione” ma è anche un mezzo assai pericoloso perché consente a tutti – ma proprio a tutti – di dire quello che vogliono. Direttamente dagli Anni Ottanta nella proposta di legge leggiamo frasi che riconducono il gran numero di notizie false che offendono la dignità delle persone «alla diffusione dei sistemi di elaborazione e dei servizi di comunicazione personali a basso costo (il personal computer, la rete internet e l’e-mail), dalla disponibilità di una rete di comunicazioni capillarmente diffusa, facilmente accessibile e fruibile come internet». Sentire parlare di innovazioni come i PC, Internet e l’email nel 2017 è un po’ come guardare una puntata di Stranger Things. Fa nostalgia. Eppure è tutto vero, scritto nero su bianco.
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Purtroppo, spiegano i deputati e le deputate, «non è possibile valutare come rischio o minaccia un qualcosa che non è stato precedentemente identificato». Questo perché «rischio e minaccia esistono solo se sono conosciuti
o conoscibili, dato che non possiamo prendere alcun tipo di contromisura verso l’ignoto». Una volta superate le Colonne d’Ercole della vita online ci si avventura in una terra incognita. Sarebbe quasi da mettere un cartello con su scritto “hic sunt leones”, se non fosse che le persone che si trovano su Internet sono le stesse che popolano la nostra vita reale.

Perché la proposta di legge contro l’anonimato è una bufala

Ecco che entra pertanto in gioco “il problema dell’anonimato”. Secondo i proponenti «si rende necessaria l’introduzione di una procedura di registrazione che permetta alle autorità preposte, in caso di necessità, di ottenere il riconoscimento di un individuo sconosciuto del quale è stato evidenziato un potenziale comportamento sospetto sulla rete internet». Non alla ricerca di colpevoli ma di persone che tengono comportamenti “potenzialmente sospetti”. Il che significa chiunque. Una volta identificato il problema il legislatore può passare rapidamente alla sua soluzione. Ed è qui che i nostri onorevoli parlamentari hanno il colpo di genio. Come fare a fermare l’uso anonimo della Internet? La soluzione è semplicissima: intanto bisogna porre il divieto di inserire contenuti on line di qualsiasi genere in forma anonima. Già questo di per sé rappresenta un problema per chi vuole dare informazioni senza mettere a repentaglio la propria vita o la propria carriera.
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Poi è necessario che le piattaforme informatiche online si facciano carico di registrare gli utenti «tramite nome utente, password, indirizzo di posta elettronica e codice fiscale». Facciamo finta per un momento che nel 2017 in genere la registrazione non avvenga già tramite nome utente password e indirizzo di posta elettronica. Concentriamoci sulla richiesta del codice fiscale. Cosa che secondo proponenti dovrebbe fornire un maggior grado di attendibilità alle informazioni fornite. Se non fosse per due particolari. Il primo è che è facilissimo calcolare e generare arbitrariamente un codice fiscale. Il secondo è che – per ragioni complesse (ad esempio il fatto che le “piattaforme” non sempre sono società italiane e la tutela dei dati personali da parte della Pubblica Amministrazione) – i gestori non possono in alcun modo verificare la reale corrispondenza tra i dati forniti e una persona fisica. Lo stesso accadrebbe se si chiedesse ad esempio di fornire la Carta d’Identità.
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Paradossalmente se i proponenti avessero deciso di imporre il ricorso in ogni ambito della vita online del Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) forse la proposta sarebbe stata più sensata (anche se non immune da falle). Ma quello che preoccupa maggiormente è la volontà di imporre all’Internet delle norme che non si applicano nemmeno alla vita reale. Nel mondo reale, al bar ad esempio, siamo tutti “anonimi”. Nel senso che non giriamo con addosso un codice identificativo. Possiamo sì essere identificati, ma solo dalle autorità competenti. Per tutti gli altri “utenti” della vita reale (ovvero le persone) che non ci conoscono siamo degli sconosciuti senza nome (anche se con un volto). La stessa cosa accade online. Per gli utenti normali tutti siamo anonimi, a prescindere da quante foto dei nostri gatti mettiamo e dal nome che utilizziamo. Per i gestori dell’infrastruttura (ISP, gestori dei siti) invece lo siamo molto meno. Le autorità poi possono, in base ai dati (ad esempio l’indirizzo IP) risalire all’identità utente. Lo possono fare già ora, con gli strumenti a loro disposizione, senza una legge inutile. Anche Facebook può essere contattato dalle autorità di polizia per accertamenti su alcuni account. Essendo la sede della società all’estero serve in genere una rogatoria internazionale. Certo, chi è davvero “malintenzionato” ha modo di offuscare la sua identità, anonimizzandola e rendendola meno rintracciabile. Ma eludere questa legge contro l’anonimato è ancora più semplice.