Cultura e scienze

Plasmaferesi: quanto costa la cura del sangue per il Coronavirus

Ma è vero che la cura del sangue è “a costo zero o quasi zero”? La questione, come sempre, è leggermente più complicata di così

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Oggi il Fatto Quotidiano pubblica un articolo a firma di Laura Margottini in cui si parla della plasmaferesi, ovvero della cura del sangue applicata al Coronavirus SARS-COV-2 e a COVID-19. Cesare Perotti, dirigente di Immunoematologia del Policlinico San Matteo di Pavia, responsabile dello studio che ha coinvolto anche l’ospedale Carlo Poma di Mantova, con il collega del centro trasfusionale Massimo Franchini, l’infettivologo Salvatore Casari e lo pneumologo Giuseppe De Donno, parla anche dei costi della cura.

Plasmaferesi: quanto costa la cura del sangue per il Coronavirus

Nell’articolo si racconta che secondo fonti del Fatto il gruppo avrebbe scritto fin da marzo al ministero della Salute per chiedere un coordinamento della raccolta del sangue dei guariti senza ricevere risposta. Anche il Comitato tecnico scientifico del governo per il Covid (Cts) non avrebbe manifestato grande interesse. Poi sul prezzo della cura parla Casari:

Il virologo Roberto Burioni ha invece definito la terapia “la nuova pozione miracolosa”, schernendone l’efficacia. Sebbene anche lui riconosca che usare il plasma di chi ormai è immune a un patogeno per curare chi ne sta morendo, è un approccio che la scienza medica applica da 120 anni, anche per Spagnola, Ebola, Mers, Sars. E che è un approccio che oggi costa poco (90 euro a paziente, a carico del Servizio sanitario nazionale) e che tutto avviene nell’ambito del pubblico, visto che “il plasma non è commerciabile in Italia”, spiega Casari, coautore dello studio, al Fatto. “Al massimo si può cederlo a un’altra struttura sanitaria, con rimborso del costo vivo”.

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Ad occhio, però, la questione sembrerebbe essere più complicata di così. Roberto Burioni su MedicalFacts ha spiegato che pensare al plasma di un donatore come qualcosa di facile da preparare o di economico è sbagliato:

Bisogna selezionare accuratamente i pazienti (ci vuole tempo e denaro), bisogna preparare il plasma, bisogna sincerarsi che il plasma non trasmetta altre malattie infettive (tutto quello che viene dal sangue è rischioso), bisogna valutare la quantità di anticorpi neutralizzanti il virus e anche escludere la presenza di anticorpi che possano danneggiare le cellule del paziente che riceverà la donazione. Inoltre, i diversi preparati sono difficili da standardizzare: in altre parole il contenuto di anticorpi sarà diverso da una preparazione all’altra e questo diminuirà in alcuni casi l’efficacia (somministriamo la stessa quantità di plasma, ma una diversa quantità di “principio attivo”).

Il costo della cura del plasma per il Coronavirus

L’Associazione Nazionale dei Biotecnologi italiani ha pubblicato un paio di giorni su Facebook fa un’infografica in cui spiega che la raccolta del sangue prevede l’azione di un macchinario che separa per centrifugazione il plasma dalla parte cellulare del sangue, mentre prima della scelta del donatore è necessario effettuare i test per gli anticorpi, uno screening pre-donazione e un test molecolare.

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Infografica dell’ANBI

Lo stesso De Donno ha spiegato che una sacca di plasma da 600 ml costa circa 160 euro, mentre 300 ml costano 82 euro e 50.

Il tutto mentre non abbiamo ancora un vaccino per il Coronavirus, ma sappiamo che il costo di un preparato grazie alle economie di scala può essere molto ridotto. In più, l’AVIS sul suo sito ha spiegato che servirà che «le aziende di plasmaderivazione» siano «in grado di produrre le immunoglobuline specifiche, coinvolgeremo la generosità dei donatori per la plasmaferesi». Una delle aziende in questione è la Kedrion, che negli ultimi anni “ha ampliato le proprie attività in Ungheria e negli Stati Uniti e oggi è presente in circa 100 paesi nel mondo, in Asia, Europa, nel Nord e nel Sud America”. Ovvero è una multinazionale. Insomma, il plasma non lo prepara nonna bollendolo nel pentolino.

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