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La lettera d’addio del professore morto nella tragedia di Ravanusa ai suoi studenti

Pietro Carmina è una delle vittime dell’esplosione e del crollo delle palazzine in provincia di Agrigento. Faceva il professore e i suoi studenti erano molto legati a lui

Pietro Carmina

Quel rumore sordo dell’esplosione, dei vetri che vanno in frantumi e di quelle palazzine che, come un effetto domino, crollano una dopo l’altra. A Ravanusa, a due giorni dalla tragedia, la ferità è ancora aperta e profonda. E mentre la Procura indaga sulle cause che hanno portato a quella risacca di gas in una tubatura sotterranea e, poi, a quella devastante deflagrazione, l’intera comunità si stringe attorno ai familiari, agli amici e a tutte le persone che conoscevano le sette vittime. E le ricerche non si sono ancora concluse, perché due dispersi non sono ancora stati individuati. Vittime che avevano storie, alcune che si incrociavano tra di loro, ma tutte molto note all’interno di quel comune di poco più di 10mila anime. Tra di loro c’è anche il professor Pietro Carmina che, fino a tre anni fa (prima della pensione) insegnava filosofia agli studenti del dell’istituto Foscolo di Canicattì.

Pietro Carmina, la lettera d’addio agli studenti del professore di Ravanusa

Dopo la notizia della tragedia, moltissimi suoi ex studenti hanno voluto ricordare Pietro Carmina pubblicando sui social il testo della lettera scritta di proprio pugno dal professore, proprio in occasione del suo ultimo giorno di lezione. Dopo una vita passata in cattedra, infatti, il docente (68 anni) aveva deciso di congedarsi dai suoi ragazzi con un pensiero che racconta poco del suo passato, ma molto del presente e del futuro dei giovani.

“Ai miei ragazzi, di ieri e di oggi.
Ho appena chiuso il registro di classe. Per l’ultima volta. In attesa che la campanella liberatoria li faccia sciamare verso le vacanze, mi ritrovo a guardare i ragazzi che ho davanti. E, come in un fantasioso caleidoscopio, dietro i loro volti ne scorgo altri, tantissimi, centinaia, tutti quelli che ho incrociato in questi ultimi miei 43 anni. Di parecchi rammento tutto, anche i sorrisi, le battute, i gesti di disappunto, il modo di giustificarsi, di confidarsi, di comunicare gioie e dolori, di altri, molti in verità, solo il viso o il nome. Con alcuni persistono, vivi, rapporti amichevoli, ma il trascorrere del tempo e la lontananza hanno affievolito o interrotto, ahimè, quelli con tantissimi altri.
Sono arrivato al capolinea ed il magone più lancinante sta non tanto nell’essere iscritto di diritto al club degli anziani, quanto nel separarmi da questi ragazzi. A tutti credo aver dato tutto quello che ho potuto, ma credo anche di avere ricevuto di più, molto di più.Vorrei salutarvi tutti, quelli che incontro per strada, quelli che mi siete amici sui social, e, tramite voi, anche tutti gli altri, tutti, ed abbracciarvi ovunque voi siate.
Vorrei che sapeste che una delle mie felicità consiste nel sentirmi ricordato; una delle mie gioie è sapervi affermati nella vita; una delle mie soddisfazioni la coscienza e la consapevolezza di avere tentato di insegnarvi che la vita non è un gratta e vinci: la vita si abbranca, si azzanna, si conquista.
Ho imparato qualcosa da ciascuno di voi, e da tutti la gioia di vivere, la vitalità, il dinamismo, l’entusiasmo, la voglia di lottare. Gli anni del liceo, per quanto belli, non sempre sono felici né facili, specialmente quando avete dovuto fare i conti con un prof. che certe mattine raggiungeva livelli eccelsi di scontrosità e di asprezza, insomma …. rompeva alla grande. Ma lo faceva di proposito, nel tentativo di spianarvi la strada, evidenziandone ostacoli e difficoltà.
Vi chiedo scusa se qualche volta non ho prestato il giusto ascolto, se non sono riuscito a stabilire la giusta empatia, se ho giudicato solo le apparenze, se ho deluso le aspettative, se ho dato più valore ai risultati e trascurato il percorso ed i progressi, se, in una parola, non sono stato all’altezza delle vostre aspettative e non sono riuscito a farvi percepire che per me siete stati e siete importanti, perché avete costituito la mia seconda famiglia.
Un’ultima raccomandazione, mentre il mio pullman si sta fermando: usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha; non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi: infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non “adattatevi”, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa: voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare, non state tutto il santo giorno incollati a cazzeggiare con l’iphone. Leggete, invece, viaggiate, siate curiosi (rammentate il coniglio del mondo di Sofia? ).Io ho fatto, o meglio, ho cercato di fare la mia parte, ora tocca a voi.
Le nostre strade si dividono, ma ricordate che avete fatto parte del mio vissuto, della mia storia e, quindi, della mia vita. Per questo, anche ora che siete grandi, per un consiglio, per una delusione, o semplicemente per una risata, un ricordo o un saluto, io ci sono e ci sarò. Sapete dove trovarmi.
Ecco. Il pullman è arrivato. Io mi fermo qui. A voi, buon viaggio”.

La pensione è stata l’ultima fermata professionale di Pietro Carmina. Poi la sua vita è andata avanti con la sua famiglia e con la sua voglia di scrivere un libro, ma i suoi studenti non hanno mai dimenticato i suoi insegnamenti. E la lettera che il professore gli scrisse tre anni fa, dopo aver chiuso il registro per l’ultima volta, è il simbolo di quella passione trasformata in affetto.