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Pier Luigi Boschi: l'indagine per bancarotta su Banca Etruria

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Pier Luigi Boschi è indagato per concorso in bancarotta fraudolenta nella vicenda di Banca Etruria insieme all’intero consiglio di amministrazione dell’istituto guidato da Lorenzo Rosi e dai suoi vice Alfredo Berni nel periodo tra il 2013 e il 2015. Dopo le nuove sanzioni erogate da Bankitalia per un totale di due milioni e duecentomila euro (Rosi e Boschi rispondono ciascuno per 130 mila euro), i pubblici ministeri guidati dal procuratore Roberto Rossi si concentrano sulle operazioni che hanno svuotato le casse dell’Istituto di credito: la tesi è che stipendi e buonuscite elargiti in maniera illecita abbiano contribuito in maniera decisiva al dissesto.

Pier Luigi Boschi: l’indagine per bancarotta su Banca Etruria

La notizia è stata diffusa oggi dal Corriere della Sera, che ne racconta i dettagli in un articolo a firma di Fiorenza Sarzanini. Boschi, 67 anni, padre della titolare delle Riforme nel governo Renzi, Maria Elena, è stato vicepresidente di Banca Etruria da maggio 2014 a febbraio 2015. Sotto la lente dell’indagine tra le altre c’è una delibera del CDA che risale al giugno 2014:

La delega alla Guardia di Finanza sollecita nuovi accertamenti sulla delibera approvata nel corso della riunione del cda del 30 giugno 2014 che chiudeva il rapporto con il direttore generale Luca Bronchi, concedendogli un indennizzo da un milione e 200 mila euro. L’obiettivo è evidente: ottenere il sequestro della somma elargita al manager, che è accusato di concorso nello stesso reato contestato agli amministratori. Il nodo della questione è nel punto 6 delle contestazioni degli ispettori di Palazzo Koch che nel febbraio 2015 hanno portato al commissariamento. Scrivono i funzionari: «L’accordo per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro con l’ex direttore generale Luca Bronchi, che aveva ricoperto la carica da luglio 2008, non è risultato in linea con le disposizioni in materia di politiche e prassi di remunerazione e incentivazione, vigenti all’epoca dei fatti, che prevedevano, in caso di risoluzione anticipata del rapporto, il collegamento dei compensi alla performance realizzata e ai rischi assunti».

Ed ecco la parte che ha portato alla formalizzazione dell’accusa:

«Il consiglio di amministrazione del 30 giugno 2014 ha approvato detto accordo — corresponsione al dottor Bronchi di un indennizzo di un milione e duecentomila euro — nonostante il grave deterioramento della situazione tecnica della banca e non ha vagliato l’ipotesi di contestare al dirigente responsabilità specifiche. L’Organo, infine, non ha tenuto conto del “documento sulle politiche di remunerazione e incentivazione” approvato dall’Assemblea dei soci di Banca Etruria nel maggio 2014 che non consentiva la corresponsione di alcuna forma di incentivazione al “personale più rilevante”».

C’è da sottolineare che l’accusa del PM viene proprio da quanto rilevato nell’ultima multa inflitta a Bankitalia agli amministratori dell’istituto. E questo già dovrebbe costituire una risposta all’accusa di favoritismo nei confronti dei manager arrivata da alcune parti politiche.

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Banca Etruria, la vicenda (Corriere della Sera, 20 marzo 2016)

Un buco da tre miliardi

L’inchiesta Banca Etruria ha origine dal buco da tre miliardi di euro che ha portato l’istituto al collasso prima del commissariamento deciso dal ministero dell’Economia su proposta di Bankitalia. Il totale di buonuscite e compensi sotto la lente non arriva invece a 30 milioni di euro. I magistrati hanno deciso di procedere per ottenere il rientro della somma elargita con provvedimenti che portino al sequestro dei beni per l’equivalente della somma incassata da Bronchi. Anche i beni di Pier Luigi Boschi potrebbero quindi essere oggetto di provvedimento (cautelativo).  “Il padre del Ministro Boschi sotto inchiesta. Chissà se farà ‘5 km a piedi al giorno’ anche per andare in tribunale. Risarcite i truffati!”, scrive intanto in un tweet Alessandro Di Battista, membro del direttorio M5S, rispolverando una frase che il ministro delle Riforme pronunciò in Aula quando riferì sul caso Banca Etruria. L’inchiesta è seguita da un pool di quattro magistrati, guidato dallo stesso procuratore capo Roberto Rossi, team dedicato esclusivamente all’ipotesi di bancarotta fraudolenta. Il filone più consistente dell’inchiesta è per quello dei fidi, i prestiti elargiti “agli amici” su interessamento dei consiglieri di amministrazione e diventati crediti deteriorati: Bankitalia ha segnalato 198 posizioni per un totale di 185 milioni di euro e ha scoperto decine di fidejussioni inconsistenti. Fino a quando l’istituto è stato “in bonis”, cioè con liquidità sufficiente a operare, la procura di Arezzo non ha considerato tali spese come malversazioni. La dichiarazione di insolvenza, però, ha ribaltato tutto. Il Tribunale fallimentare ha rigettato ogni punto del ricorso presentato dai legali dell’ex presidente Rosi, a cominciare dalla questione di legittimità costituzionale del decreto salva-banche, definita “priva di rilevanza ai fini decisionali e completamente infondata”. Lo stato finanziario in cui è stata consegnata la vecchia Banca Etruria al momento della messa in liquidazione, poi, non ha lasciato scampo. La situazione della liquidità “era gravissima – si legge nella sentenza – scesa a soli 335 milioni di euro”. Il patrimonio netto era integralmente eroso e in negativo di 1,1 milioni, mentre il deficit patrimoniale si era assestato a 305,3 milioni di euro. “Il giudizio circa la capacità di superare lo stato di dissesto non può che essere negativo. Emblematico anche il debito di 283 milioni di euro nei confronti del Fondo di risoluzione intervenuto per capitalizzare la Nuova Banca Etruria”.