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Pier Luigi Boschi, Flavio Carboni e Valeriano Mureddu: così andò la trattativa su Banca Etruria

pier luigi boschi maria elena boschi

Nei giorni scorsi abbiamo parlato dei rapporti tra Pier Luigi Boschi, padre della ministra Maria Elena Boschi, il faccendiere Flavio Carboni e Valeriano Mureddu all’epoca in cui l’allora vicepresidente di Banca Etruria era alla ricerca di un direttore generale per l’istituto aretino. Carboni, in una serie di interviste rilasciate ai giornali, ha detto di aver consigliato a Boschi il nome di Fabio Arpe, fratello di Matteo Arpe, per la carica. E ha poi aggiunto piuttosto pomposamente in un’intervista a Libero che “se esce la verità sulla Boschi salta per aria il governo”.

Pier Luigi Boschi, Flavio Carboni e Valeriano Mureddu

Oggi escono nuovi particolari su quegli incontri e su come andò a finire la storia.  «Fu una mia iniziativa — spiega Mureddu —. Conosco e stimo Pier Luigi Boschi da una decina d’anni, è un mio amico, lo conobbi quando era il presidente della cantina sociale del Valdarno e io avevo dei vigneti dalle parti di Reggello. Gli chiedevo consigli su come fare un buon Chianti. Cose così…». Mureddu, 46 anni, è imprenditore e massone da due anni in sonno, come precisa lui stesso nell’articolo del Corriere della Sera che riporta le sue dichiarazioni.

«Boschi mi chiese se conoscessi qualcuno molto preparato che potesse ricoprire il ruolo di direttore generale dell’Etruria» e Mureddu allora lo disse a Carboni, il quale — «per fare un favore a me», chiosa l’imprenditore — interpellò chi riteneva più competente, l’ex esponente della Lega Gianmario Ferramonti. Fu a quest’ultimo che venne l’idea del banchiere Fabio Arpe. La segnalazione, però, non sortì effetto: come direttore generale la banca scelse Daniele Cabiati. «Per Boschi comunque — rivela Mureddu — feci dell’altro. Tramite le mie conoscenze, ottenni un interessamento della famiglia reale del Qatar, Al-Thani, che col fondo Qvs era pronta a salvare Banca Etruria. Pure stavolta, però, non se ne fece niente». E niente c’entra, infine, conclude Valeriano, il fatto che dalla Sardegna i Mureddu negli anni ‘60 si trasferirono a Rignano sull’Arno, il paese di Matteo Renzi. «L’ultima volta che parlai con Matteo — taglia corto — fu quando era ancora sindaco di Firenze. E a Rignano ormai ci vive solo il mio babbo, Michele. Probabilmente, ci siamo detti al telefono oggi con Flavio, si torna a usare il nome di Carboni solo per attaccare il governo…».

Insomma, l’opinione di Mureddu è che la polemica sia piuttosto strumentale. E in effetti le “clamorose rivelazioni” che venivano annunciate nei titoli sulla vicenda venivano spesso di molto sgonfiate negli articoli. Ma c’è un però. E riguarda la questione della carica di direttore generale e di come andò la vicenda della scelta del nuovo. Giustamente si sottolinea che alla fine venne scelto un altro nome e non quello suggerito da Mureddu e Carboni a Pier Luigi Boschi. Ma la nomina venne stoppata dal consiglio di amministrazione su input di Bankitalia.
flavio carboni maria elena boschi

Bankitalia, Banca Etruria e quell’intervista della Boschi

Racconta infatti Davide Vecchi sul Fatto Quotidiano oggi:

I quotidiani economici dell’epoca riportano la notizia secondo la quale il presidente Rosi nella seduta del cda del 23 luglio 2013 ha proposto a direttore generale Fabio Arpe. Notizia confermata al Fatto ieri da alcuni consiglieri di amministrazione che riportano come il nome di Arpe sia stato sottoposto anche a via Nazionale per non “avere certezze assolute”. BANKITALIA però esprime dei dubbi. Arpe era stato multato dalla Vigilanza nel dicembre 2012 per la Marzotto Sim. Non che sia l’unico: in quel momento vicepresidente è Boschi, già multato anche lui dalla vigilanza per 144 mila euro come membro del cda in cui siedeva dal 2011. Sanzione che non gli ha ostacolato l’ascesa alla vicepresidenza. La nomina di Arpe viene invece fermata su parere di via Nazionale.
Arpe era reduce da una lunga e articolata vicenda giudiziaria che aveva coinvolto banca Mb, vicenda dalla quale però è stato ritenuto poi totalmente estraneo. Probabilmente è un “bravissimo imprenditore”, come sostiene Ferramonti. Ma ha la sfortuna, in questa vicenda,di essere“l’uomo indicatoda Carboni”.E ladomanda ancora senza risposta può fornirla solamente Boschi: perché decide di muoversi autonomamente per individuare il direttore generale e si rivolge a Carboni? Sì, attraverso Mureddu. Che lo porta a Roma per presentargli il faccendiere, con cui si incontra poi tre volte. Quindi non può non sapere.

Fin qui i fatti. Ma a questo punto non può non tornare in mente la storia dell’intervista rilasciata qualche giorno fa da Maria Elena Boschi a Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera. Nell’intervista era infatti contenuta una frase sibillina su Banca Etruria e la Banca Popolare di Vicenza e in cui la ministra, in perfetto politichese, parlava elegantemente a suocera affinché nuora intendesse.

L’indagine su Banca Etruria continua: ribadisce la fiducia in suo padre e le dimissioni se le accuse contro di lei fossero vere?
«Assolutamente sì. Come governo abbiamo fatto quello che era giusto e doveroso fare, rispettando regole che l’Europa ci impone. Siamo intervenuti per salvare un milione di correntisti di quattro banche, perché non c’è solo Banca Etruria. Mi fa un po’ specie che ci siano degli ex ministri che ora ci spiegano autorevolmente che cosa dovremmo fare, ma che quando erano ai lo
ro posti si sono dimenticati di intervenire. Magari se fossero intervenuti tempestivamente quando c’era la necessità di farlo, oggi non ci troveremmo a dover gestire un’emergenza. Ciò premesso, io ho detto in Parlamento quello di cui sono convinta e lo ribadirei anche oggi. L’ipotesi di un mio conflitto di interessi è a dir poco fantasiosa.
Ed è un po’ surreale che rispetto a questa vicenda molto complessa e articolata che riguarda la fase che sta vivendo il sistema bancario italiano, si parli solo ed esclusivamente di Banca Etruria, che, anche per le sue dimensioni, ha un ruolo molto circoscritto. Se la cosa non fosse così seria, mi farebbe anche sorridere il fatto che alcuni autorevoli esponenti oggi prendano determinate posizioni, pur sapendo che sono le stesse persone che un anno fa suggerivano a Banca Etruria un’operazione di aggregazione con la Banca Popolare di Vicenza. Se fosse stata fatta quell’operazione credo che oggi avrebbero avuto un danno enorme i correntisti veneti e quelli toscani. Ma sono consapevole di come vanno le cose, so che per mesi si continuerà a parlare di Banca Etruria. Non è una cosa che finisce qui, però so anche che il tempo e la verità stanno dalla nostra parte, perciò non ho paura».

La Boschi di quali autorevoli esponenti parlava, se a criticare la scelta da parte di Banca Etruria di non accettare la proposta di Popolare di Vicenza è la stessa Bankitalia? Beh, oggi sappiamo qualcosa di più sull’azione di Bankitalia: ha fermato una nomina che era scaturita da una serie di incontri tra un faccendiere e il padre della Boschi. E che se fosse andata in porto avrebbe creato molti più problemi sia alla banca sia al suo vicepresidente, visto come era stata ottenuta e vista la tendenza di alcuni personaggi a ricattare anche a mezzo stampa. La Boschi dovrebbe ringraziare Bankitalia.

La storia di Bankitalia e BPV

La vicenda del mancato “matrimonio” tra Banca Etruria e Banca Popolare di Vicenza risale al maggio del 2014 ed è una delle principali contestazioni di Bankitalia agli ex amministratori dell’istituto aretino. Dicono gli ispettori di via Nazionale che “non è stata portata all’attenzione dell’assemblea dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante presentata, quella avanzata dalla Banca Popolare di Vicenza di un euro per azione estesa al 90% del pacchetto azionario, per divergenze riguardo alle modalità di aggregazione”. Eppure, ricordano gli ispettori, proprio per la già difficile situazione di Banca Etruria, c’era stata la “richiesta dell’organo di vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato standing”. Richiesta che sarebbe però rimasta “inevasa”. Addirittura, sostengono gli ispettori, “la scelta di non sottoporre al voto dell’assemblea l’offerta vincolante del 28 maggio 2014 non è stata sostanzialmente dibattuta nel Cda che si è limitato a prendere atto della posizione comunicata dal presidente” il quale aveva richiamato la difesa dei “valori aziendali” e in particolare l’esigenza di preservare “radicamento territoriale, marchi, personale e autonomia della banca”. La questione della mancata valutazione dell’offerta della banca veneta è tra i capi di ‘incolpazione’ di Bankitalia agli ex amministratori. Per quanto riguarda questo specifico punto, richiamato nella contestazione di “carenze nel governo, gestione e controllo dei rischi e connessi riflessi sulla situazione patrimoniale”, sono state proposte sanzioni all’ex presidente Lorenzo Rosi, agli ex vicepresidenti Alfredo Berni e Pier Luigi Boschi e ad altri cinque consiglieri.