Attualità

Perché il blocco navale dei porti libici non funzionerà

Dopo la tragedia di sabato notte, costata la vita a più di 700 migranti annegati nel Canale di Sicilia a 180 chilometri a Sud di Lampedusa, è iniziato il solito dibattito pubblico sulle soluzioni da adottare per evitare che sciagure come questa non succedano più. Lasciando da parte quelli che esultano e gioiscono per i 700 immigrati in meno tra le varie soluzioni prospettate dai politici nostrani quella che sembra andare per la maggiore è il blocco navale dei barconi dei disperati. O, come l’ha messa ieri Daniela Santanchè, l’affondamento delle imbarcazioni prima che possano salpare dai porti libici con il loro carico di disperazione.
 

immigrazione sbarchi 2015
L’infografica del Corriere della Sera sugli sbarchi del 2015

 
LE DIFFICOLTÀ DI UN BLOCCO NAVALE
I politici che si schierano a favore di un blocco delle partenze sono molti (“stranamente” tutti a destra), si va dalla già citata Santanché a Salvini passando per Brunetta e Calderoli. Mentre Renzi ieri, riferendosi alla fine delle “operazioni umanitarie come Mare Nostrum” ha detto che è giunta l’ora di dichiarare guerra agli scafisti e ai trafficanti di esseri umani esprimendo la sua contrarietà ad un eventuale blocco navale. Coloro che invocano l’istituzione del blocco fanno riferimento ad un precedente di una decina di anni fa che all’epoca contribuì a fermare l’esodo degli albanesi. Si tratta ovviamente del blocco navale istituito dal Ministro della Difesa Beniamino Andreatta nei confronti dei gommoni che salpavano dai porti di Valona e Durazzo. Nel caso del blocco navale dei porti dai quali salpavano gli scafisti albanesi però questo fu possibile in virtù di un accordo bilaterale tra Governo italiano e Governo albanese. A margine va fatto notare che la legittimità di quell’accordo venne contestata dall’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Fazlum Karim ed anche per questo motivo il Governo dell’epoca (guidato da Romano Prodi) fu molto restio a definire blocco navale l’operazione della Marina Militare in atto nell’Adriatico.
Qualcuno dica a Salvini che i confini italiani non arrivano sulle coste libiche
Qualcuno dica a Salvini che i confini italiani non arrivano sulle coste libiche

In pochi però ieri hanno ricordato che durante quell’operazione di respingimento in alto mare avvenne una tragedia che costò la vita a 108 persone. Il 28 marzo 1997 la corvetta della Marina Militare Sibilia speronò e causò l’affondamento affondamento del peschereccio albanese Kater I Rades. Due cose sono quindi chiare: per istituire un blocco navale efficace che non venga considerato un atto di guerra è necessario che la controparte (nel caso presente il Governo Libico) si dimostri disposto a siglare un accordo con l’Italia (o l’Europa). In secondo luogo è necessario che siano ben chiare le regole d’ingaggio, onde evitare che tragedie come quella avvenuta nel Canale d’Otranto possano ripetersi. Il problema è che la Libia non è l’Albania degli anni Novanta. All’epoca l’Albania era sull’orlo di una guerra civile ma c’era un Governo legittimo che aveva il potere di prendere delle decisioni come quella di rinunciare ad una porzione della propria sovranità per consentire all’Italia di pattugliare le coste albanesi. Difficilmente questo si può dire della Libia di oggi. Il Governo libico non ha il controllo del Paese e men che meno dei porti da quali salpano i barconi quindi si finirebbe per andare a prendere i migranti direttamente sulle coste libiche.
libia problema
Per persone come Edward Luttwak questo non rappresenta un problema. In un’intervista pubblicata sul Messaggero di oggi Lutwakk sostiene che l’affondamento dei barconi nei porti libici non sarebbe illegale nemmeno se questa fosse una decisione unilaterale del Governo italiano:

La Libia non è un Paese sovrano, non c’è un governo che si prenda le responsabilità dello Stato, è terra franca, non c’è legge. E comunque sarebbe un atto umanitario: non sarebbe meglio per questi migranti africani restare in Libia piuttosto che annegare nel Mediterraneo? Per di più la mafia dei trafficanti ha capito che non ha neanche bisogno di rifornire le imbarcazioni di carburante, tanto arrivate voi a salvarli: gli fate anche risparmiare i soldi della benzina.

Il tutto senza nemmeno la necessità, paventata da alcuni, di un intervento militare di terra. Lasciare la Libia a se stessa e occuparsi solo di quanto accade nei porti, cercando di fermare quante più imbarcazioni possibile ma senza avere alcun controllo sui flussi di migranti che vengono ammassati sui moli non sembra proprio una strategia vincente sul lungo periodo. Ma del resto dopo il fallimento della missione militare libica che ha portato alla fine del regime di Gheddafi l’Europa sembra avere voglia di disimpegno. E in una situazione incandescente come quella libica è difficile immaginare che l’Italia possa andare avanti da sola senza il consenso della comunità internazionale. Pur se istituito con le “migliori intenzioni” un blocco navale sulle coste libiche avrebbe qualche problema dal punto di vista del diritto internazionale. Senza contare che il barcone affondato sabato notte era salpato dall’Egitto ha successivamente fatto scalo in Libia per imbarcare altri migranti. Le rotte delle imbarcazioni utilizzate dagli scafisti non sono quindi così lineari come le si immagina. Un’operazione di contrasto allo sfruttamento dell’immigrazione deve per forza di cose coinvolgere tutti i paesi che stanno sull’altra sponda del Mediterraneo ma non solo. Le coste libiche non sono che la penultima tappa del viaggio per molti migranti che partono dai paesi dell’Africa sub-sahariana o dalla Siria. Una parte di queste persone sono rifugiati in fuga da persecuzioni politiche e religiose che hanno diritto all’asilo politico, lasciarle in Libia non è la soluzione migliore dal punto di vista della difesa dei diritti umani.

da dove vengono gli immigrati
L’infografica del Messaggero sui paesi di provenienza dei migranti (17 aprile 2015)

Per tutti gli altri, per coloro che cercano una vita migliore in Europa, bloccare le partenze dei barconi dai porti libici senza pensare ad un qualche tipo di misura di politica internazionale da mettere in atto prima che si mettano in viaggio verso le coste del Mediterraneo rischia di assomigliare molto alla situazione del bambino che tappa il buco della diga con un dito.