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Perché Rosa Capuozzo non è una vittima del M5S

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«Un pensiero di solidarietà va al sindaco Rosa Capuozzo per quello che è successo. Credo che lei avesse diritto di governare perché ci ha battuto. Vorrei darle un pensiero di solidarietà per quello che è successo e dire che è un po’ strano come si parli di tutto tranne che di questo. Vorrei abbracciare forte i grillini perché tutte volte che hanno un sindaco c’è un problema. Noi sui grillini ci abbiamo scommesso. Di Maio è diventato vicepresidente della Camera con i nostri voti, Fico presidente della Vigilanza con i nostri voti. Ce li abbiamo messi noi. Avevamo fatto una scommessa su questi ragazzi che quando c’è da fare le pulci in tv al governo sembrano persone serie e misurate poi vai a vedere come governano e c’è un casino»: Matteo Renzi ai microfoni di RTL stamattina è tornato a parlare del caso Quarto e a rinfocolare una polemica politica che sembrava chiusa con le dimissioni della sindaca arrivate ieri.


Perché Rosa Capuozzo non è una vittima del M5S

Ora, è inutile stare qui a ricordare a Renzi per l’ennesima volta che anche Ignazio Marino aveva vinto le elezioni a Roma ma il Partito Democratico ha deciso di dimissionarlo dal notaio. Ma forse vale la pena ricordare che la sindaca Capuozzo non è una vittima del MoVimento 5 Stelle, ma è vittima del suo stesso comportamento nella vicenda De Robbio. In primo luogo andrebbe ricordato che la sindaca si è dimessa ieri perché non aveva più una maggioranza disposta ad appoggiarla (che ci ricorda questo?), a causa delle annunciate dimissioni dell’ultimo consigliere che gliela garantiva. Il motivo delle sue dimissioni è quindi politico: è evidente che il M5S ha avuto un ruolo di indirizzo nell’erosione della sua maggioranza, ma nei fatti chi ha perso la fiducia del suo consiglio è lei. Nella conferenza stampa – che qui riprendiamo dal resoconto di Fulvio Bufi dal Corriere della Sera – la sindaca ha cominciato dicendo che lei «fa scelte di principio e non di convenienza». Ma se andiamo a grattare la superficie degli slogan non sembrano tanto scelte di convenienza quelle che le sono state proposte dai grillini. Sostiene la sindaca:

Avrebbe potuto obbedire ai vertici, spiega, andarsene quando glielo chiedevano e poi magari essere ricandidata. Ma «a me non interessa tutto questo, faccio scelte di principio e non di convenienza». Come invece, accusa, «ha fatto il Movimento», che ora «alla luce delle mie dimissioni, si deve assumere la sua responsabilità». È un lungo resoconto, quello di Rosa Capuozzo. Che parte dall’iniziale difesa che le offrì Grillo elencando sul blog «gli 8 punti con cui si dimostra che i voti di De Robbio non sono decisivi e che possiamo conti nuare ad amministrare la città». Ma poi la scena cambia: «Il direttorio, il 9 gennaio, mi comunica con una telefonata che devo dare le dimissioni». Qui il racconto diventa ancora più dettagliato. Poche ore prima del flash mob organizzato dai suoi concittadini per sostenerla, arrivano a Quarto Fico, Di Maio e Sibilia che «mi propongono di dimettermi il piazza con il loro appoggio e la loro presenza, ma io mi rifiuto». I tre se ne ripartono subito e mentre il sindaco è alla manifestazione, sul blog di Grillo compare il post in cui le viene chiesto ufficialmente di dimettersi.

Ora, come è possibile osservare a occhio nudo, la scelta di principio che le è stata fornita è quella del M5S. Perché ridare la parola agli elettori con l’appoggio del movimento che l’ha eletta – visto che Sibilia, Di Maio e Fico le avevano promesso che sarebbero stati presenti all’annuncio delle sue dimissioni – e con la garanzia di essere ricandidata è una strada molto più stretta di quella effettivamente percorsa dalla sindaca, che ha invece deciso in prima battuta di rimanere ancorata sulla sua poltrona di sindaca. È evidente che tornare alle urne non avrebbe garantito né al MoVimento 5 Stelle di vincere le elezioni – perché l’elettorato avrebbe dovuto giudicare anche il comportamento della sindaca nel caso Quarto – né a lei la vittoria. Una scelta di principio è una scelta che costa qualcosa. In teoria le dimissioni all’epoca sarebbero costate al M5S da subito l’unica sindaca che aveva in Campania e in futuro la possibilità di una sconfitta alle elezioni. Rimanendo sindaca, invece, Rosa Capuozzo avrebbe potuto anche rimanere in sella senza l’appoggio dei grillini, come sta succedendo a Gela e a Comacchio. Forse era proprio questa la sua idea, visto che aveva annunciato la presentazione di un nuovo simbolo per la maggioranza che aveva in cConsiglio. Ecco che forse abbiamo elementi per definire meglio chi abbia fatto una scelta di convenienza e chi no. In più, possiamo leggere i veleni su Valeria Ciarambino:

«Perché sono accusata di omessa denuncia. Da chi? Dalla magistratura? No. Dal Movimento, anzi, dal direttorio». Poi, quando martedì scorso va a deporre davanti alla commissione antimafia, scopre dal vicepresidente Gaetti, dei 5 Stelle, che la motivazione è un’altra: «Mi viene detto che anche un solo voto della camorra al Movimento è fondamentale per chiedere le dimissioni. E allora vorrei sapere perché i voti che i consiglieri regionali hanno preso a Quarto sarebbero diversi dai miei».Cioè, se a Quarto la camorra ha votato per Rosa Capuozzo, ha votato anche per Valeria Ciarambino, candidata dei 5 Stelle alla presidenza della Regione e per gli altri che sono stati eletti con grande successo. E che però il direttorio non mette in discussione.

Ma la sindaca forse dimentica che la Ciarambino è stata votata in Regione mentre lei è stata votata per il Comune. Si tratta di due votazioni differenti e nelle intercettazioni che hanno aperto tutta la storia si parla esplicitamente dell’appoggio a un consigliere comunale, senza discutere del voto in Regione. In via teorica si può quindi tranquillamente affermare che quella della sindaca nei confronti della Ciarambino è un’insinuazione priva di fondamento. Fino a prova contraria, che però la Capuozzo non ha fornito e non sembra essercene traccia nell’inchiesta di Woodcock.

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La foto aerea che documenta i lavoro nell’abitazione della sindaco di Quarto Rosa Capuozzo (via Youtube.com)

Le responsabilità della sindaca…

Rosa Capuozzo è invece vittima di sé stessa e del suo stesso comportamento nella vicenda di Quarto. Prima l’atteggiamento nella questione dell’abuso edilizio, nella quale nel frattempo suo marito è stato indagato, poi le sue dichiarazioni davanti ai magistrati nella vicenda di Giovanni De Robbio dimostrano inoppugnabilmente che né lei né il M5S hanno avuto a che fare con la camorra o sono stati infiltrati da associazioni criminali, come accusano molti nel Partito Democratico. Ma la Capuozzo ha continuato a negare di sentirsi minacciata o ricattata da De Robbio in molte dichiarazioni ufficiali e ad affermare il contrario nei messaggi Whatsapp scambiati con il marito e la vicesindaca e – soprattutto – nelle testimonianze rese al pubblico ministero. Attenzione ai dettagli e alle date:

Davanti al pm, la Capuozzo ha reso il 21 e 22 dicembre due deposizioni dal tono diverso. Nella prima, non parla di ricatto. Nella seconda, lo conferma. Il 21 dicembre il sindaco dichiara: “A inizio ottobre De Robbio venne a trovarmi a casa, mi mostrò una foto aerea – non molto chiara – di casa mia sul suo cellulare. Mi disse che c’era un problema urbanistico riguardante la mia abitazione, ma che dovevo stare tranquilla perché dovevo essere meno aggressiva, non dovevo scalciare, dovevo essere più tranquilla con il territorio. Non so dire con certezza se sia la stessa pubblicata poi sul giornale, non era molto chiara… Si presentò poi una seconda volta presso il mio ufficio insieme a un geometra di cui non ricordo il nome. De Robbio fece uscire le persone dalla stanza affermando che doveva tenere una conversazione privata. Rimasti soli, io lui e il geometra, mi disse che il geometra aveva la mia foto nella sua cassaforte, mi spiegò che era una persona molto capace e che poteva essere incaricato della gestione dei condoni edilizi come consulente esterno”. Ma fu o meno ricatto? Ecco la prima versione della Capuozzo: “Preciso che sebbene abbia riferito queste parole non fece alcuna pressione, né ci fu un collegamento diretto da parte sua delle due questioni, ovvero del possesso della foto di casa mia da parte del geometra e del relativo incarico di consulente da assegnare”.

Ora, non so come funzioni dalle vostre parti. Dalle mie se io sono il sindaco e qualcuno mi mostra le planimetrie di casa mia dicendo che queste certificano una mia irregolarità, ma anche che io devo essere “meno aggressivo con il territorio” e “devo smetterla di scalciare”, mi verrebbe l’intuizione che questo qualcuno stia cercando di ricattarmi. E non mi sentirei nemmeno particolarmente intuitivo dopo esserci arrivato. Evidentemente però la Capuozzo avrà avuto i suoi buoni motivi per non sentirsi oggetto di un tentativo di ricatto. Ma ascoltiamo la seconda deposizione, così com’è stata riportata dal Fatto e non smentita dalla Capuozzo:

Il pm la risente il giorno dopo, vuole precisazioni e chiarimenti. Il tenore delle risposte cambia. “Quando De Robbio mi diceva che non dovevo ‘essere aggressiva con il territorio’, intendevo dire che De Robbio pretendeva che io lo coinvolgessi nelle scelte dei capo settori e degli assessori, non condivideva che li avessi scelti da sola per giunta individuando persone estranee a Quarto. Lui pretendeva di essere coinvolto nella predisposizione del piano regolatore. Io ho capito che ci sono interessi enormi”. E conferma che De Robbio voleva far assumere il figlio di Mario Ferro (ex esponente Pd, ndr) al cimitero, e che voleva presentargli degli imprenditori amici cui affidare la gestione dello stadio. Ed ecco la questione della foto. Dice la Capuozzo: “E’ evidente che facendomi vedere le foto della casa di mio marito intendeva ‘controllarmi’, in questo senso anche io stessa ho usato il termine ‘ricatto’”. E fa il nome del geometra che la custodiva in cassaforte, che il giorno prima non ricordava: Giulio Intemerato. “Devo ammettere – aggiunge – che in particolare la terza volta in cui De Robbio mi ha fatto vedere le foto ho percepito fino in fondo la sua intimidazione, ed ero davvero esasperata… ammetto di aver paura di De Robbio, ho paura che possa arrivare alle mani”.

Come si concilia la frase “non si è mai manifestata una minaccia tale da evidenziare un reato nei suoi confronti ma solo richieste di tipo politico” con la frase “ammetto di aver paura di De Robbio, ho paura che possa arrivare alle mani”? Evidentemente non si conciliano. E allora è evidente che la sindaca avrebbe potuto e dovuto muoversi molto prima nei confronti di un consigliere di cui aveva paura. Non necessariamente attendendo le decisioni del Direttorio M5S e la motivazione addotta da molti per giustificare il suo comportamento – e cioè che avrebbe rischiato l’accusa di calunnia – non rileva. Con il senno di poi, perché appunto De Robbio è stato indagato. Con il senno di prima, perché il reato di calunnia (ovvero: accusare qualcuno di aver commesso un reato davanti all’autorità giudiziaria sapendolo innocente) prevede che ci sia malafede nella denunciaQuesto significa che i giudici o, in via ipotetica, il De Robbio avrebbero dovuto dimostrare che lei era inventava quando accusava De Robbio: impossibile, visto che le pressioni erano vere. La sindaca avrebbe potuto muoversi prima e indipendentemente dai vertici che ha giudicato in alcune conversazioni pavidi. Non lo ha fatto. È giusto che ne paghi le conseguenze politiche.

Il messaggio con le motivazioni dell’espulsione di De Robbio

…e quelle del Direttorio

In tutto ciò il Direttorio del MoVimento 5 Stelle è completamente innocente? No, evidentemente. Roberto Fico e Luigi Di Maio, responsabili “di settore” per il M5S hanno deciso per l’espulsione soltanto dopo il colloquio della sindaca con i magistrati datato 25 novembre, ed evidentemente in conseguenza di quello. I due hanno spiegato in più occasioni che non si sono mossi perché quelli di De Robbio sembravano semplicemente dissidi politici, ma qui vale il discorso fatto per la Capuozzo: ma in altre occasioni il M5S ha sanzionato per dissidi politici iscritti, consiglieri e assessori. Perché soltanto nel caso Quarto bisognava attendere? In più, nell’sms scambiato tra Nicolais e Fico che lo stesso presidente della Commissione di Vigilanza Rai ha pubblicato si scopre che De Robbio è stato espulso perché ha deviato dalle direttive e dal programma del M5S “in occasione della gestione del delicato caso Stadio Giarrusso, che il M5S vuole pubblico come ha dichiarato prima delle elezioni”. Ovvero, De Robbio è stato espulso ufficialmente per dissidi politici. Proprio quelli per cui non si poteva intervenire a luglio. È evidente che la motivazione dell’espulsione è una scusa, visto che sappiamo benissimo che De Robbio è stato espulso dopo che la sindaca è venuta a conoscenza dell’indagine per camorra e ne ha informato i vertici dei 5 Stelle. E che non è stato espulso prima perché Fico e Di Maio hanno sottovalutato la gravità del caso, forse perché Quarto è l’unico comune amministrato dal M5S nella loro regione e trovarsi la grana di un’espulsione anche in casa non avrebbe certo giovato né al M5S né alla loro posizione all’interno del M5S. Non a caso Alessandro Di Battista in una delle sue comparsate sul caso Quarto ha detto che il M5S avrebbe dovuto muoversi più rapidamente nel risolvere il caso Quarto. In effetti i grillini hanno preso tempo – anche con la difesa della sindaca sul blog di Grillo, negando l’apporto decisivo dei voti della camorra, contraddetto dalle accuse successive alla sindaca – e cercato di nascondere la polvere sotto il tappeto. Ma a ben guardare non hanno fatto nulla di diverso rispetto a quello che succede ogni giorno in tutti i partiti politici d’Italia quando accadono cose del genere. Poi però hanno agito. E quando hanno agito hanno anche offerto una scappatoia politica con ricandidatura al sindaco nel frattempo diventato reprobo. E questo non succede ogni giorno in tutti i partiti politici, anzi.