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Perché noi tifosi del calcio e dello sport non vogliamo la Superlega

I club più ricchi d’Europa hanno deciso di organizzare una competizioni solo per sé, con l’unico scopo di ingrossare le loro tasche. Ma loro esistono grazie ai tifosi, e questo non dovrebbero dimenticarlo

Si dice spesso che il calcio sia la religione dei giorni d’oggi. E quindi, se questa “riforma”(cha però ha più il sapore del colpo di Stato) dovesse realmente andare in porto, verrà ricordata come lo scisma del calcio contemporaneo. Perché la Super League (o Superlega che sia) rappresenta lo strappo definitivo tra i ricchi club europei e – oltre alle leghe nazionali – l’Uefa, la Fifa, e il calcio più “povero”. Dimenticatevi i tre punti strappati da Davide a Golia, spazzate via i desideri di vedere l’Atalanta scendere in campo contro il Real Madrid, di sognare di finire nella parte altissima della classifica per arrivare nella competizione che conta e portare vostro figlio allo stadio per vedere la Roma che con un colpo di testa di Manolas trascina i giallorossi in semifinale di Champions League strappando il posto al Barcellona. Il miracolo sportivo, quello che poi rende grande lo sport tramite storie di riscatto, quello potrebbe non esistere più. Dimenticatevelo.

La Super League: il torneo snob del calcio per arricchire i ricchi

Anche il nome è un po’ snob: esiste già la Champions, la gara dei Campioni. Loro l’hanno voluto chiamare Super, per elevarsi. Manchester United, Manchester City, Arsenal, Chelsea, Liverpool, Tottenham, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid Juventus, Inter e Milan. Ogni gara che nel corso della vostra vita abbia avuto tra le due contendenti una di queste squadre non esisterà più. Perché loro – assieme ad altri cinque club che verrano scelti per meriti (non si sa quali) – disputeranno un campionato a parte. In un giorno infrasettimanale, metteranno gli scarpini in borsa e voleranno – senza tifo (o quasi) – dall’altra parte d’Europa. Dove li attenderanno i padroni di casa e qualche videocamera, che per trasmettere quel match così importante in tutto il mondo, pagherà molto. Ed è tutto qui. Per carità, non è da oggi che il mondo del calcio non vive più di soli sogni, non è che lo abbiamo scoperto pochi minuti prima della mezzanotte tra domenica e lunedì che ormai dietro a questo sport c’è un’industria che ha leggi ben precise, il cui legislatore è il danaro. Ma, c’è un ma.

Fino a non moltissimi anni fa, la domenica alle 15 c’era il calcio. E il lunedì non si parlava d’altro. Per chi, come chi scrive, è cresciuto a Roma, gli unici argomenti di discussione al bar il giorno dopo il campionato riguardavano la Roma e la Lazio: c’era chi esaltava l’una, chi attaccava l’altra. E poi il derby: una volta andava meglio ai giallorossi, un’altra ai cugini bianco celesti. Ma poi qualcosa è cambiato, e la domenica ha (quasi) perso il suo significato, perché le gare- sempre a causa dei diritti tv e degli introiti per le società – sono state spalmate su (quasi) tutta la settimana. E quell’appuntamento fisso è andato perduto. Ma a questo nel tempo ci siamo abituati, perché non è vero che il calcio non possa cambiare, e anzi. Giusto per fare un esempio (positivo): anche se – come detto – l’idea non sia nata con questo nobile fine, l’aver spalmato le gare su più orari e in più giorni, ha permesso all’appassionato del calcio di seguire non solo la propria squadra del cuore, ma di guardare anche match che altrimenti non avrebbe mai visto. E quindi, è andata bene così.

Il calcio romantico e quello economico

Perché, anche se ci sono dei match più belli di altri, se ci sono delle gare che effettivamente interessano di più e più persone, la bellezza del calcio è tutto nel romanticismo di chi lo guarda. Altrimenti in Italia tiferemmo tutti la Juventus e (forse) l’Inter, in Spagna il Real Madrid e il Barcellona, e così via. Ed è in nome di questo romanticismo che i contrari stanno esprimendo tutto il loro dissenso (che poi è anche il nostro). Anche perché alcuni match son belli proprio perché esclusivi: siamo sicuri che vedere tutte le settimane il Chelsea sfidare l’Inter sia così entusiasmante? E poi: dal momento che la Fifa e l’Uefa hanno fatto sapere che chiunque parteciperà alla Super League (che “comincerà il prima possibile”, forse nel 2022) sarà escluso da qualsiasi altro campionato, e quindi anche quelli delle leghe nazionali o – ad esempio – i mondiali e gli europei, siamo sicuri che i calciatori con i nomi più pesanti vorranno rimanere in quei club?

Ce ne è qualcuno che ha già manifestato il suo scetticismo e la sua contrarietà, perché, come stiamo sentendo molto in queste ore “il calcio è del popolo”. Il calcio è del bambino che va in strada con il pallone in mano per chiedere all’amico di giocare, e che corre per i campi di calcetto ripetendo i nomi dei campioni della propria squadra del cuore, dei tanti uomini e donne che staccano dal lavoro e passano parte del loro tempo a tifare. E – si badi bene – a tifare per sperare di vivere alcune emozioni, come l’amore, l’odio, la rabbia, il riscatto, il desiderio, la speranza. E questo qualcuno l’ha capito: lo hanno capito diversi politici e capi di governo europei, che stanno criticando aspramente la Super League, lo hanno capito alcuni club, come quelli tedeschi che lì avrebbero potuto giocare tranquillamente (come il Bayern Monaco e il Borussia Dortmund). Lo hanno capito veramente in molti.  D’altronde chi oggi è lì seduto a dire che questo sia un passo in avanti, perché “così diventiamo come l’NBA”, forse è bene che rilegga un’intervista di chi di quella competizione ne è stato uno dei migliori campioni. Stiamo parlando di Kobe Bryant, che alla Gazzetta dello Sport disse queste parole, poche ma abbastanza chiare, che distinguono il tifoso di calcio, da quello di basket: “Per i tifosi di pallone il calcio è più di uno sport, lo vivono in maniera più intensa, sembra più una religione”. Ecco, a loro vogliamo dire che preferiamo che rimanga così, una religione. Ma questo vallo a spiegare ad Andrea Agnelli e Florentino Perez, o agli altri 13 presidenti che hanno voluto questa Super League. Loro che invece, e a proposito di religione, pur di guadagnare (ancora), venderebbero anche le indulgenze. Uno scisma sì, ma al contrario.